Vincenzo Cartari (Reggio Emilia, circa 1531 – 1590) è stato un mitografo e scrittore italiano.
Lavorò per il duca Alfonso II d’Este e per i cardinali Ippolito d’Este e Luigi II, presso le corti di Ferrara, Venezia, Tivoli, Fontainebleau e Bruxelles.
Cartari è noto soprattutto per il suo lavoro intitolato: “Le imagini delli dei de gli antichi nelle quali si contengono gl’idoli, riti, ceremonie, & altre cose appartenenti alla religione de gli antichi”; un manuale mitografico pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1556, le edizioni successive furono poi arricchite con illustrazioni e incisioni per la prima volta nell’edizione del 1571, con xilografie realizzate da artisti come Giuseppe Porta e Bolognino Zaltieri (scuola Veneziana). Queste immagini servivano a fornire un riferimento visivo agli artisti e ai lettori, contribuendo a diffondere un’iconografia standardizzata delle divinità. Questo libro è stato una delle prime opere a fornire una guida completa alle divinità dell’antica mitologia greco romana, con descrizioni dettagliate delle caratteristiche e delle storie di ciascuna divinità. L’opera è considerata un testo chiave per lo studio dell’iconografia rinascimentale, poiché servì da riferimento essenziale per molti artisti (pittori, scultori, ecc.) che dovevano rappresentare soggetti mitologici nelle loro opere. Le sue descrizioni non si limitavano all’aspetto fisico, ma includevano anche i riti e i simboli associati a ciascuna divinità, offrendo una guida completa per gli artisti del tempo.
Nel passo dedicato a Nettuno e alle divinità marine, Vincenzo Cartari svolge un vero e proprio excursus tra i principali autori della letteratura greco-romana per mettere in evidenza l’importanza del mito di Scilla e del luogo ad esso legato.
La spiegazione del mostro marino non è isolata, ma viene costruita attraverso il richiamo alle opere più autorevoli dell’antichità, mostrando come Scilla occupi una posizione centrale nell’immaginario culturale e letterario del mondo classico.
“Hora ritorniamo à Nettuno, perché, se ben nel mare sono degli altri mostri assai e veri, e finti anchora da Poeti, come finge Homero di Scilla, la quale stava in un antro oscuro, e spaventevole, e con terribile latrato faceva risonare il mare, et haveva questo mostro dodici piedi, e sei colli con altrettanti capi, e ciascheduna bocca haveva tre ordini di denti, dalli quali pareva che stillasse del continuo mortifero veleno, e fuori della spelonca horrenda porgeva spesso in mare le spaventevoli teste, guardando, se nave alcuna passasse di là, per fare miserabile preda de navigati, come gia fece de i compagni di Ulisse, che tati nè rapi, e crudel morte se gli divorò, quante erano le voraci bocche; e quado Virgilio, nel terzo dell’Eneide fa che Heleno mostra ad Enea il corso, che ha da tenere, per navigare sicuro in Italia, gli fa dire, che si guardi da duo mostri crudeli, e spaventevoli à chi passa lo stretto della Sicilia; e che l’uno è Cariddı, qual sorbe, et inghiottisce miserabilmente le navi, e le tira quasi nel profondo, e le rigitta anco poi spinte da furiose onde, che le levano quasi fino al Cielo. Le favole contano, che questa fu una femina rapacissima, che rubò gli buoi di Hercole, onde fu fulminata da Giove, e gittata nel mare diventò lo scoglio, che ha servata dapoi sempre la rapace sua natura di prima. L’altro Scilla, che sta nascosta in una horribile spelonca, e mette spesso fuori il capo, per vedere, se nave passa da poterne fare preda crudele. Ha questo mostro aspetto di bella giovane fin sotto la cintura, ove sono poi le altre membra lupi, e cani giunti insieme con code di delfini, che fanno risonare quivi per tutto di horribili latrati.
E diventò tale la misera Scilla, che fu già bellissima ninfa, per la gelosia di Circe innamorata di Glauco, il quale amava non lei, ma Scilla, onde la terribile incantatrice sparse suoi incantati succhi, ove la bella ninfa andava sovente à lavarsi, e la fece diventare quale l’ho disegnata, ne potendo la infelice Scilla supportare lo spavento de gli animali, che le erano nati intorno, andò a gittarsi in mare, e restò quivi l’horrendo mostro, che io dissi secondo le favole, le quali à questo modo hanno voluto con qualche vaghezza esprimere la natura di quelli pericolosi scogli.”
Cartari cita innanzitutto Omero, che nell’Odissea descrive Scilla come un mostro terribile che vive in una grotta oscura e minacciosa, situata in un punto preciso del mare attraversato da Ulisse.
Il racconto omerico lega in modo indissolubile la figura di Scilla a un luogo reale e pericoloso, trasformando un tratto di mare insidioso in uno spazio carico di significato mitico.
In questo modo il mito diventa una spiegazione simbolica dei pericoli della navigazione.
Successivamente Cartari richiama Virgilio, che nel terzo libro dell’Eneide riprende il mito di Scilla insieme a quello di Cariddi.
Attraverso le parole del profeta Eleno, Virgilio avverte Enea dei due mostri che infestano lo stretto di Sicilia, confermando la fama di quel luogo come uno dei più pericolosi del mondo antico.
Il riferimento a Virgilio dimostra come il mito di Scilla non sia limitato alla tradizione greca, ma venga pienamente accolto e rielaborato anche dalla cultura romana.
Particolare rilievo assume la trasformazione di Scilla, che secondo le favole era in origine una bellissima ninfa.
Per gelosia, la maga Circe, innamorata di Glauco, la mutò in un mostro spargendo pozioni magiche nelle acque in cui la ninfa si bagnava.
Da questo incantesimo nacque la creatura ibrida, con aspetto umano nella parte superiore del corpo e membra animalesche nella parte inferiore, circondata da cani e lupi che emettono latrati spaventosi.
Incapace di sopportare l’orrore della sua nuova forma, Scilla si rifugio in una grotta posta alla base dello scoglio, diventando definitivamente il mostro temuto dai marinai.
Attraverso questo confronto tra i grandi poeti greci e latini e le loro opere più importanti, Cartari mette in luce la continuità e la centralità del mito di Scilla nel tempo.
La figura del mostro e il luogo in cui esso dimora diventano elementi fondamentali dell’immaginario collettivo greco-romano, simboli dei pericoli del mare e delle forze incontrollabili della natura.
Il mito, ripreso e tramandato dai massimi autori della letteratura antica, assume così un valore culturale e sociale, condiviso da tutta la civiltà classica.
In conclusione, in questo passo Cartari mostra con chiarezza come Scilla non sia solo un personaggio mitologico, ma un punto di riferimento centrale per comprendere il rapporto degli antichi con il mare. Attraverso l’excursus letterario tra Omero e Virgilio, egli evidenzia l’importanza del luogo di Scilla e del suo mito, che hanno profondamente segnato l’immaginazione e la visione del mondo della società greco-romana.
Giuseppe Ribuffo


