Il filosofo e naturalista Antonio Minasi, nato a Scilla il 20 maggio 1736 da Rocco e Nicolina Dieni, si inserisce nella corrente illuministica italiana del Settecento, che riuscì a moderare le asprezze dell’antistoricismo e dell’individualismo esasperato dell’Illuminismo francese grazie alla benefica influenza dello storicismo di G. B. Vico. Sostenuto dai genitori, studiò letteratura latina, greca ed ebraica, dimostrando un’eccellente capacità di apprendimento, soprattutto nelle scienze sacre e profane.
Terminati gli studi, si trasferì a Napoli, dove seguì il Corso di Scienze Filosofiche dell’Abate Genovese con notevole profitto.
Proprio in questo periodo, Antonio Minasi sentì di essere attratto dalla vita religiosa e vestì il saio domenicano, entrando a far parte del Convento di San Domenico di Soriano per dedicarsi agli studi sacri.
A Napoli, nel 1762, si laureò in Teologia e continuò a studiare sia lingue orientali che scienze naturali.
Alla scuola del Genovesi, Minasi acquisì la convinzione che lettere e scienze non abbiano valore di per sé, ma in funzione del bene che possono produrre agli uomini.
Infatti, in ogni studio scientifico che intraprendeva per trarre la verità nascosta — come egli stesso diceva, «sub peplo naturae» — non mancavano considerazioni ispirate a un sano pragmatismo, che portarono il geniale naturalista a compiere incessanti scoperte.
Egli, che si era specializzato nello studio della filosofia e delle scienze naturali, che si era laureato in Teologia e aveva abbracciato la vita religiosa entrando nell’Ordine dei Domenicani, non disdegnava di dedicarsi a lavori umili e di ideare metodi semplici ma utili all’agricoltura.
Tra questi, il metodo per arginare l’azione delle falene — «madri di quei vermini che portano la carestia dell’olio» — e quello per rendere fertile il seme di ogni frumento immergendolo in un bagno di acqua piovana in cui fosse stato sciolto del nitro.
Minasi avviò anche interessanti esperimenti botanici sulle fibre dell’Agave di Linneo, dalla quale riuscì a ricavare un papiro di grande pregio, adatto persino alla pittura a olio. Tale prodotto fu presentato a tutte le accademie d’Europa e ricevette ampi elogi.
Spetta a lui la purificazione delle fibre della stessa pianta di Agave, dalla quale ricavò funi, tele e merletti.
Ideò anche un metodo semplice e innovativo per migliorare la produzione della carta, ottenendo un foglio più bianco, incollato e asciutto.
La sua Calabria, e in particolare il suo paese natale, gli stavano molto a cuore, tanto che visse volentieri prima nel Convento di San Domenico a Soriano e poi in quello di Reggio. Qui ebbe modo di ammirare ed esaminare il fenomeno ottico della Fata Morgana, trattandone poi in una sua dissertazione.
L’illustrazione di questo fenomeno puramente naturale, nient’affatto soprannaturale, giovò ai suoi confratelli per operare la conversione della popolazione del Quito, in America Centrale, dove si verificava un fenomeno simile che quel popolo considerava opera del proprio idolo.
Nel 1771 Minasi studiò a fondo la zoologia e la fitologia del distretto tarantino, arricchendo con erudite note Le Deliciae Tarantinae di Tommaso d’Aquino, pubblicate a Napoli.
Le sue straordinarie riflessioni misero in luce sia il suo spirito poetico sia la sua profonda preparazione scientifica, tanto che furono in seguito tradotte in italiano da Giosuè Carducci.
Tra le dissertazioni di Minasi, oltre a quella sulla natura del corallo, vi è quella sul comportamento del granchio paguro, che egli studiò attentamente fino a correggere errori commessi da Plinio; tale lavoro fu stampato dal cugino Rocco Bova nel 1775.
La sua fama di filosofo naturalista, riconosciuta anche all’estero, facilitò il primo incarico di rilievo e l’incontro con Gian Vincenzo Antonio Ganganelli (Papa Clemente XIV), che nel 1773 lo nominò Professore di Botanica Pratica alla Sapienza di Roma, succedendo all’Abate Maratti.
Nello stesso anno gli fu affidato anche l’incarico di visitare il Regno di Napoli e di Sicilia, a spese della Camera Apostolica, per raccogliere fossili, minerali e materiali vulcanici destinati al nascente Museo Pio-Clementino, nell’ambito dei Musei Vaticani.
Per questa missione condusse con sé il celebre disegnatore olandese Guglielmo Fortuyn, oltre a Bernardino Rulli, incaricati di ritrarre le più belle vedute del Regno.
Le vedute furono incise su rame da un altro scillese, il Bova, e corredate da dotte ed esaurienti didascalie a cura dello stesso Minasi; furono pubblicate nelle Novelle Letterarie di Firenze, ottenendo meritati elogi, soprattutto quelle che raffiguravano i diversi versanti della città di Scilla e dello Stretto di Messina.
Dopo il disastroso terremoto del 1783, Minasi fu inviato in Calabria da Ferdinando IV di Borbone insieme ad altri scienziati, naturalisti e archeologi, tra cui il cugino Rocco Bova, per esaminare i fenomeni prodotti dal terribile sisma. Rientrato a Napoli, presentò al Sovrano l’intero studio.
Apprezzatissimo da uomini dotti, da Papi e da Sovrani — in particolare dall’Imperatrice di Russia Caterina II — legò con ciascuno di essi, ai quali donò i frutti delle sue scoperte: al Papa un elegantissimo papiro con iscrizione in latino, a Caterina II un paio di guanti lavorati con fili di ragno e due saliere di pietra ossidiana. Generoso e giusto, cristianamente attento all’umana dignità, divenne animatore delle lunghe lotte che i suoi concittadini sostennero contro l’esosità del loro feudatario.
Gli eventi che incalzavano a causa della Rivoluzione Francese portarono a profondi rivolgimenti nel Regno: la costituzione della Repubblica Partenopea, il ritorno dei Borboni e l’esecuzione capitale di numerosi intellettuali; la successiva perdita dello Stato da parte dei legittimi sovrani e l’affidamento del potere a Giuseppe Bonaparte, prima, e a Gioacchino Murat, poi.
Il Minasi, con la sua cultura e la sua mentalità, rappresentante di uno degli ultimi campioni di un mondo che stava per scomparire, non poteva accettare tali sconvolgimenti.
Si recò, come sembra, in esilio a Malta, dove trascorse gli ultimi anni della vita in un convento del suo Ordine.
Così colui che aveva argutamente e con grande perizia cercato nel mondo della natura i mezzi per migliorare anche le sorti socio-economiche dei suoi conterranei si spense lontano dalla Patria terrena, il 25 settembre 1806.
Giuseppe Ribuffo


