Dalle origini alla caduta dell’Impero Romano d’occidente (493 a.C. – 476 d.C.)
Il geografo Strabone, nella sua opera Geografia (23 d.C.), riferisce che già dal 493 a.C. Scilla fu fortificata per opera di Anassila, tiranno di Reggio, che vi realizzò anche una stazione navale.Egli fornisce così una delle più antiche e preziose descrizioni topografiche e storiche del luogo, attestando la stabile presenza umana e l’esistenza di strutture difensive; presentando per la prima volta, Scilla come un luogo reale e abitato, sede di marinai e di opere fortificate, non più soltanto luogo geografico legato al mito.
«Quivi tien dietro il promontorio Scilleo, masso altissimo che fa penisola in mare, ed ha un piccolo istmo a cui può approdarsi da tutte due le parti. Anassilao tiranno de’ Regini fortificò contro i Tirreni, facendone una stazione di navi; e così impedì che i corsari attraversassero navigando lo stretto.»
In queste righe, Strabone descrive la conformazione del promontorio di Scilla: una rocca alta e imponente, protesa nel mare, collegata alla terraferma da un piccolo istmo che permetteva l’approdo su entrambi i versanti. Ma egli non si limita a descriverne la morfologia. Il geografo racconta che sin dal 493 a.C. Scilla fu fortificata Anassila di Reggio, tiranno vissuto all’inizio del V sec. a.C., che fece fortificare il promontorio di Scilla e lo trasformò in una base navale, per difendersi dai pirati tirreni che infestavano quel luogo e cercavano di attraversare lo Stretto.Da allora, fino alla caduta dell’impero romano d’occidente, Scilla rimase sotto il controllo di Reggio, alle cui mutevoli sorti fu strettamente legata la sua storia. Reggio rimase per circa un secolo indipendente da Siracusa, fino alla conquista di Dionisio del 386 a. C. Scilla ormai completamente indebolita e priva di difesa, fu nuovamente vittima dei Tirreni, sconfitti nel 340 a. C., in occasione della liberazione di Siracusa ed altre città della Sicilia e della Magna Grecia dalla tirannide. Ottenuta l’indipendenza, tornò sotto il dominio di Reggio fino a quando entrambe le citta furono assorbite dall’impero romano d’Occidente. Alla dominazione romana risale la prima vera fortificazione sullo scoglio di Scilla, quando Roma, per venire in soccorso a Reggio inviò nel 271 a.C., il Console Genucio Clepsina che, dopo averla liberata dai Tarantini, vi lasciò un forte presidio comandato da Marco Censio. Questi per garantirsi il controllo delle vie d’accesso sullo Stretto di Messina fortifico Scilla, e la munì di un forte presidio, che resistette alla prima e seconda guerra punica. Successivamente il presidio romano stabilito a Scilla, con molta probabilità, fu notevolmente ridotto. Infatti, come riferiscono Plutarco e Floro, nel 73 a. C., a seguito della ribellione degli schiavi, Spartaco sbarcò a Scilla inseguito da Marco Crasso e nonostante questi avesse dovuto costruire un poderoso muro per non farlo scappare, riuscì a sfuggirgli e prendere la via della Lucania, dove fu sconfitto. Terminata la guerra servile, Scilla godette di un periodo di pace e tranquillità fino all’inizio dei conflitti tra Pompeo e Ottaviano nel contesto della guerra civile romana (42 a.C. – 36 a.C.). Prima che queste accese lotte avessero inizio, il litorale fu messo in stato di difesa da Ottaviano, sia per contrastare Vetulino, che alla guida dei proscritti dal regime dei triumviri e di fuggiaschi creava notevoli problemi alle centurie romane; sia per tenere lontano Sesto Pompeo, che aveva occupato la Sicilia minacciando di bloccare i rifornimenti di grano per Roma, mettendo in discussione il potere dei triumviri.Scilla, come Reggio, fu nuovamente fortificata e, sebbene Pompeo desiderasse impadronirsene e inviasse aiuti a Vetulino per incoraggiarlo a combattere contro le corti dei triumviri, non riuscì e a realizzare il suo piano. Quando i triunviri inviarono (42 a.C.) una grande flotta sotto il comando di Salvidieno contro Pompeo, questi, venutone a conoscenza, uscì con le sue navi dal porto di Messina e, incontrato il nemico presso la rocca di Scilla, lo attaccò con grande forza. In breve lo sconfisse, catturando e affondando molte navi. Se Scilla non fosse stata munita di un forte presidio, Pompeo avrebbe potuto approfittare di quella favorevole occasione per occuparla, poiché quel punto fortificato gli sarebbe stato molto utile per chiudere lo Stretto; invece, pur dopo la vittoria, tornò subito a Messina. Il rafforzamento di Scilla in quel periodo è confermato anche da un altro episodio avvenuto quattro anni dopo, nella stessa rada.Sconfitti Cassio e Bruto (38 a.C.), e tornato Ottaviano da Taranto a Reggio, egli non ritenne opportuno provocare una battaglia contro Pompeo, che si trovava con sole quaranta navi nel porto di Messina; preferì attendere Galvisio Sabino, che dall’Etruria doveva giungere con un’altra flotta.Ma, saputo che Calvisio era stato sconfitto nelle acque di Cuma da un’altra forza navale di Pompeo, comandata da Menecrate e Democre, decise di andare in suo aiuto. Stava già per attraversare lo Stretto quando Pompeo, accortosene, uscì dal porto di Messina con le sue navi per affrontarlo. Ottaviano, volendo evitare lo scontro, che forse gli sarebbe stato fatale, si diresse rapidamente verso Scilla e lì rimase in posizione difensiva fino a quando Calvisio, riparate alla meglio le sue navi, non comparve in quelle acque.Pompeo, pur attaccando in tutti i modi le navi di Ottaviano, non riuscì a catturarle, cosa che avrebbe potuto fare facilmente se Scilla non fosse stata così ben fortificata. Allontanatosi Pompeo, Ottaviano prese il largo, raggiunse Calvisio e, sbarcato a Vibona, prosegui poi per Roma, rimandando all’anno successivo le operazioni contro Pompeo. Non tralasciò però di rafforzare ulteriormente il presidio di Scilla, avendone sperimentato personalmente la grande importanza contro ogni possibile attacco di Pompeo.Dopo tante grandi lotte sostenute con pari valore, sconfitto Pompeo e poi Antonio, Ottaviano rimase unico comandante della repubblica romana. È quindi opportuno osservare che in questo periodo a Scilla doveva esistere un porto per l’approdo e la protezione delle navi, come dimostra l’episodio della ritirata di Ottaviano proprio a Scilla, scelta come luogo sicuro per evitare lo scontro con Pompeo che lo inseguiva. Se per Pompeo fu impossibile catturare le navi di Ottaviano, è certo che queste trovarono rifugio in un porto, da cui, con l’aiuto del molo, dei soldati e anche della scogliera del presidio presente, poterono respingere l’armata nemica. Conferma di tale ipotesi è fornita dallo storico Polibio che, nel II a.C., nella sua opera Le Storie, descrivendo la pesca del pesce spada praticata sotto la rocca di Scilla, menziona l’esistenza di una “stazione navale”, ovvero un porto situato nella rada di Scilla.A ulteriore conferma di ciò, ricordiamo che nella rada di Scilla, sul lato rivolto a scirocco, lungo la scogliera tra Monacena a capo Pacì, sono ancora visibili sul fondo del mare antiche murature coperte da innumerevoli scogli.
Il dottor Rocco Bova, scillese, sostenne che quelle strutture fossero proprio i resti dell’antico porto, distrutto da grossi e numerosi massi, oggi sparsi in tutta la rada, precipitati dal monte sovrastante, roccioso e soggetto a frane, come si può ancora vedere. Anche tralasciando l’opinione, comunque fondata, del Bova sulla causa della distruzione, possiamo aggiungere che un porto in quel punto non avrebbe potuto resistere a lungo, essendo esposto d’inverno a violente tempeste, soprattutto ai venti di ponente-maestro e ponente-libeccio, che provocavano frequenti naufragi. L’episodio oltre a confermarci che la rupe di Scilla doveva essere ben fortificata e presidiata, ci attesta che doveva essere servita da un porto artificiale dove avevano potuto approdare e trovare rifugio le navi d’Ottaviano. La fortificazione di Scilla continuò ad essere presidiata dai romani, durante il periodo degli scontri nel Mediterraneo, fino al crollo dell’impero romano d’Occidente (476 d.C).Nel corso delle continue invasioni barbariche, pare che Scilla, sia stata invasa solo dai Vandali.La ragione è da ricercarsi nella sua lontananza dalla Via Popilia, percorso militare principale, che, nel tratto che interessava il territorio scillese, si sviluppava sugli altipiani, attraversando, prima il bosco di Solano e, poi i piani della Melia, per proseguire verso Fiumara di Muro, e, infine, Catona e Reggio. Scilla era collegata al percorso per mezzo di due sentieri: uno che attraverso i monti raggiungeva la strada militare sui piani della Melia; l’altro, che seguendo la costa, raggiungeva prima Bagnara per poi salire verso i piani della Corona, dove s’innestava alla strada militare. Entrambi sentieri si rendevano quasi impraticabili per il passaggio dell’esercito. Scilla non costituiva, quindi, un luogo facile da raggiungere per le vie di terra. Per lo stesso motivo non si prestava ad essere utilizzata come testa di ponte per programmi d’ulteriori conquiste. Questo fu, forse, il motivo per il quale i barbari non videro in Scilla una conquista appetibile. Scilla, costituiva invece un’ottima base per il controllo della costa, un importante punto strategico sia d’attacco sia di difesa nei conflitti condotti per mare. La sua difficoltosa accessibilità, la rendeva inespugnabile e quindi preziosa nel tenere la difesa.
La fondazione dei Monastero fortificato di San Pancrazio (IX d.C)
Dopo il declino dell’Impero Romano d’occidente, sotto il dominio bizantino la Calabria assunse una maggiore importanza. In seguito alla temporanea conquista araba della Sicilia (902 d.C.) Bisanzio si trovò costretta a rinnovare l’organizzazione statale e religiosa di tutti i suoi domini nell’Italia meridionale, concentrandola prevalentemente in Calabria. Dapprima la sede del potere militare fu ubicata a Reggio e poi per le continue incursioni arabe fu spostata a Rossano. La sede del potere religioso invece da Siracusa fu trasferita a Santa Severina. In seguito alle continue emigrazioni dei monaci, che dalla Sicilia si rifugiavano in Calabria, furono potenziate tutte le strutture religiose e nella provincia di Reggio furono istituiti quattro nuovi vescovati. Il sistema difensivo della regione fu reimpostato mediante il riadattamento delle antiche fortificazioni che, prima della caduta dell’impero romano d’occidente era costituito da una serie di posti fortificati, per lo più ubicati lungo le principali arterie in parte distrutti dalle invasioni barbariche. Numerose furono anche le concessioni per la costruzione di nuove torri e castelli, non più concepiti come strutture poste strategicamente lungo un percorso carrabile, ma ideati come un insieme organico in grado di difendere intere porzioni di territorio.
Si vennero così a creare una serie di centri fortificati, completamente autonomi l’uno d’altro.
Il disarticolato sistema difensivo calabrese però, risultò completamente inadeguato ed impotente di fronte agli attacchi dei saraceni, che colpirono soprattutto le città costiere, ma anche l’entroterra. Ciò portò al mutamento del punti di difesa della regione, che dalla costa si spostarono nell’entroterra generalmente intorno ad un castello o ad un convento, dando luogo a nuovi centri fortificati, poi divenuti borghi. Distaccandosi completamente dagli altri centri abitati, iniziarono a dare vita a quello che più tardi costituì il regime feudatario, mentre alcuni luoghi già fortificati furono potenziati. Com’è noto, dal VIII secolo per sfuggire alle persecuzioni iconoclastiche, molti religiosi d’oriente si stabilirono in Italia meridionale, in particolare modo in Puglia, Sicilia e Calabria, intensificando qui la loro presenza soprattutto dopo che i Saraceni conquistarono la Sicilia. I monasteri fondati in epoca tardo-medievale, presero il nome di “basiliani”, partendo dall’errato presupposto che questi monaci, di rito greco, fossero seguaci e vivessero secondo la regola di Basilio il Grande. In realtà monaci, inizialmente eremiti, non seguivano una regola monastica dettata da San Basilio, ma semplicemente facevano uso dei libri ascetici scritti dal santo come sacre scritture. In questo contesto storico, sotto il governo di Teodora, moglie dell’imperatore Teofilo, e su suo diretto interessamento, nel IX secolo sulla rocca di Scilla fu fondato il Monastero Basiliano di San Pancrazio. Lo storico scillese Giovanni Minasi, infatti, tenendo conto che le persecuzioni iconoclastiche, iniziate con l’imperatore bizantino Leone III Isaurico nel 726, continuarono sotto Costantino V Copronimo e Teofilo, e che, essendo stato lo scoglio di Scilla un luogo fortificato, era necessaria una concessione imperiale per la fondazione del monastero, escluse il suo rilascio da parte di questi imperatori. Al Minasi sembrò molto più credibile che i Basiliani avessero ottenuto la concessione dall’imperatrice Teodora sotto il cui governo l’occupazione dei Saraceni, che in Sicilia aveva costretto molti monaci a cercare rifugio nella vicina Calabria, iniziò ad interessare anche quest’ultima regione. Fu allora che molte concessioni imperiali furono rilasciate a favore dei monaci, ai quali veniva dato un luogo fortificato dove rifugiarsi. Secondo Minasi, i Normanni, nella seconda metà del XI secolo, oltre a ri confermare ai monaci il diritto di dimora, concessero loro nuovi privilegi e, fra questi, il diritto di castellania. Lo storico controbbattè l’opinione comune del suo tempo che attribuiva la fondazione del monastero al XI° secolo, argomentando che derivava dalla pubblicazione tarda di due diplomi considerati dal Minasi di dubbia autenticità. Il primo, pubblicato alla fine del Settecento (5.12.1792), che costituirebbe l’atto con cui il conte Ruggero, nel gennaio del 1102, avrebbe approvato la fondazione del Monastero di San Pancrazio, accogliendo la richiesta fatta da un certo Nicola da Mesa. Il secondo, datato giugno 1104, pubblicato nel 1882, che riporta le donazioni, i privilegi e le franchigie concesse dal Conte Ruggero al monastero. Sul primo documento, lo storico osservò che la data apposta accanto alla firma del Conte Ruggero, decima indizione, corrisponde all’anno 1102, risultando, pertanto, successiva alla morte del conte (luglio 1101). Secondo Minasi, la falsificazione di questi due documenti è fatta risalire ai Ruffo, accusati dai cittadini Scillesi di aver illegittimamente assunto per secoli il titolo di feudatari di Scilla. Difatti, dato che le donazioni, i privilegi e le franchigie che sarebbero state concesse dal Conte Ruggero al monastero erano quelle che abitualmente venivano concesse ai feudatari, i due diplomi avrebbero dovuto attestare che i padri Basiliani erano feudatari di Scilla, e di conseguenza, i Ruffo, acquistando il castello, i legittimi eredi di quel feudo. Alle osservazioni espresse da Minasi, che condividiamo, a dimostrazione che il monastero fu fondato in periodo bizantina e non in quello normanno, aggiungiamo che risulta alquanto inverosimile attribuirne la fondazione ai Normanni, in quanto la rupe di Scilla rientrava nella precisa organizzazione militare da essi data alla Calabria, di cui costituiva un’importante piazza forte.Ci appare, di conseguenza, poco attendibile che i Normanni avessero potuto concedere la fondazione di un monastero in un luogo cui avevano attribuito una destinazione precipuamente militare, per poi dover conciliare tale uso con la presenza di un ordine religioso.
Ci sembra molto più verosimile che i Normanni abbiano trovato già il monastero sulla rupe e lo abbiano mantenuto, adattando la loro programmazione difensiva-militare alla preesistenza rinvenuta.
Dell’antico impianto del monastero non è stato possibile reperire alcun materiale documentale diretto, che ci consenta di risalire alla sua configurazione architettonica. È stato, però, possibile individuare l’ubicazione e la pianta della chiesa dedicata a San Pancrazio, annessa al monastero, attraverso lo studio comparativo della documentazione rinvenuta. Innanzitutto, le didascalie di due stampe del padre scillese Antonio Minasi risalenti alla seconda metà del Settecento, non solo attestano che l’antica chiesa basiliana si era conservata fino allora, ma forniscono anche indicazioni sulla sua ubicazione.
La prima, in ordine cronologico, intitolata L’aspetto Meridionale della Città di Scilla (1773), al punto n. 15 riporta: “Nel diroccarsi la Basiliana Chiesa di San Pancrazio, si è ossevata cotal intagliata cima che forma la testa di gran sasso”; la seconda stampa, Scilla in Tempesta, antecedente al terremoto del 1783, al numero 1 riporta: “Codesta cima fu di fatto osservata quando insieme con la Chiesa di S. Pancrazio fabbricatavi dà monaci Basiliani, si fece diroccare dall’odierno Sign. Conte di Sinopoli. Dunque alla vetusta favola diede cagione la natural forma del gran sasso, non solo perché nella parte di sopra mostrava da lungi aver quasi umana effigie; ma ben anco perché di sotto conserva in oggi molti e taglienti scogli”.
Da queste indicazioni, inoltre, appare chiaro che la testa del gran sasso corrisponde al banco di roccia affiorante rappresentato nella mappa Montemar risalente al 1734, sul quale appare ubicata la chiesa, a pianta longitudinale.
Il Monastero fortificato del periodo normanno – svevo (XI d.C – XIII d.C )
La Calabria alla fine del primo Millennio, a causa delle continue invasioni subite, era completamente disorganizzata ed indebolita. I vecchi centri fortificati sopravvissuti alle invasioni barbariche ed alle continue scorrerie dei Saraceni, unitamente a quelli di nuova formazione, sorti come rifugio, erano completamente autonomi e non relazionati tra loro. I Normanni raggiunsero la completa conquista della penisola occupando i centri uno alla volta, attuando un’opera di riorganizzazione amministrativa e militare. Per la prima volta furono distinte le zone feudali da quelle demaniali. I feudi furono elencati, distinguendo i luoghi fortificati e il corrispettivo numero dei milites appartenenti a ciascun feudo, ottenendo così un quadro chiaro delle varie fortificazioni e della loro importanza. Sotto il profilo edilizio, furono riadattate molte fortezze, ed altre ancora edificate. La fortificazione di Scilla, ormai monastero dei Padri Basiliani, doveva essere sicuramente una tra le più sicure della Calabria, Infatti, nel 1060, quando i Normanni, guidati dai fratelli Roberto e Ruggero il Guiscardo, espugnarono Reggio e piegarono al loro dominio tutte le città e i castelli della regione, il Castello di Scilla, dove si erano rifugiati molti greci, fu l’unico che riuscì a respingere i vari attacchi, e alla fine, fu costretto ad arrendersi solo per mancanza di viveri. Sotto il dominio Normanno, il Castello di Scilla divenne quindi piazza d’armi, e fu munito di un presidio comandato da Costa Condomicita. Il comandante, rimasto solo a presidiare il castello, tentò di rendersi autonomo dal sovrano, imponendosi come signore di Scilla. Allora gli scillesi, oltre a scacciarlo dalla città, si premurarono a raggiungere il sovrano nella vicina Sicilia, per informarlo dell’accaduto. Re Ruggero, in coerenza con la sua politica, per la fedeltà dimostrata dai cittadini Scillesi, donò loro molti privilegi e franchigie. Il comandante Costa, dopo essersi riconciliato col Sovrano, ebbe nuovamente il comando del presidio di Scilla. L’organizzazione militare messa in atto in Calabria dai Normanni fu migliorata sotto il dominio della casa Sveva. Federico II potenziò il sistema difensivo, creando una fitta rete di castelli. Del Castello di Scilla, sotto l’impero di Federico II, non abbiamo notizie. Dalla documentazione concernente la temporanea amministrazione del figlio Manfredi, si evince che il castello, abitato dai monaci, continuava ad assolvere la funzione di fortificazione Durante la rivolta dei Vespri Siciliani contro Pietro Ruffo, viceré di Sicilia e Calabria, costretto a scendere a patti con il popolo che richiedeva l’immediata consegna dei nove castelli della Sicilia e quelli di Reggio e di Calanna in Calabria (in cambio i messinesi s’impegnavano a rispettare le sue proprietà) il Ruffo, giunto in Calabria, e venuto a conoscenza del fatto che i messinesi non erano stati ai patti, si arroccò nel castello di Calanna e lo pose in stato d’assedio, tenendo come ostaggio lo stesso plenipotenziaro di Messina. Fu in quell’occasione, che fece rafforzare le fortificazione di Scilla, stabilendovi un presidio.
È stato possibile riscontrare, attraverso una serie di documenti, che in questo periodo il Monastero di San Pancrazio ha continuato ad esistere e ad assolvere alle sue funzioni, convivendo con la piazza d’armi.
Dal Castello angioino – aragonese all’acquisto del Conte Paolo Ruffo (1266 – 1543)
L’organizzazione del regno sotto gli Angioini mantenne l’impostazione generale fissata dai normanni e proseguita dagli svevi, con l’apporto di modiche di tipo amministrativo, attraverso la trasformazione dei giustizierati, creati dai Normanni in provincie. Inoltre, l’organizzazione monastica che nel periodo normanno-svevo si appoggiava sia sulle città sia sulla feudalità, fu appoggiata esclusivamente sulla feudalità, costituita quasi totalmente dalla nobiltà francese; pochi furono i feudatari locali promossi dagli angioini dopo la conquista del regno. D’altra parte, Carlo d’Angiò era stato sostenuto dalla nobiltà francese oltre che dal papa Urbano IV, desideroso di sostituire la casa sveva con un sovrano devoto alla chiesa. Dopo la sconfitta di Manfredi nella battaglia di Benevento i feudatari locali, in genere fedeli alla casa sveva, furono privati dei loro feudi, che passarono alla nobiltà francese. Poche furono le famiglie locali che sostennero la casa angioina; tra le più emergenti ricordiamo i Sanseverino, ed i Ruffo. Durante la guerra del Vespro, che opponeva Angioini attestati nella parte continentale del Regno di Napoli e Aragonesi che controllavano la Sicilia, continui furono i programmi rivolti alla difesa del territorio, soprattutto per le aree costiere che costituivano il confine delle due potenze nemiche. Castelli e fortificazioni furono ripetutamente rafforzati e migliorati, sia dagli angioini sia dagli aragonesi, nel continuo avvicendamento al potere. I monasteri fortificati che furono ceduti temporaneamente dalla chiesa ai sovrani per la difesa del territorio, vennero ad assumere una fondamentale importanza nel sistema difensivo territoriale. La fortezza-monastero di San Pancrazio, principale elemento di connessione con la Sicilia, divenne protagonista durante i continui conflitti e fu occupata più volte dall’una e dall’altra potenza. Dai numerosi documenti tratti dai Registri Angioini e da quelli Aragonesi, pubblicati tra la seconda metà del 1800 e la prima del 1900, è stato possibile rintracciare preziosi dati riguardanti il Castello di Scilla. Da un esame comparativo è stato possibile ricostruire come, in quel periodo, il monastero-fortezza di Scilla avesse perso gradualmente la funzione di monastero, per assolvere sempre più alla sola funzione di fortezza, passaggio intermedio alla trasformazione in castello feudale. Va da se che questo cambio di ruolo corrispose un mutamento dell’organismo architettonico. È stato possibile documentare come a Guttiere de Nava, nel 1422, fu affidata la fortezza da Alfonso d’ Aragona, per essere difesa. Vediamo di ricostruire come e perché il monastero-fortezza, appartenente alla Regia Curia, sia entrato, temporaneamente, nel potere della Regia Corona, come attestato da alcuni provvedimenti presi dal Papa Martino IV nel 1282, e dallo stesso re Carlo, nell’anno successivo. La guerra del Vespro era da poco iniziata e Carlo d’Angiò, temendo l’invasione della Calabria, aveva impartito una serie di ordini al fine di migliorare il sistema difensivo di tutto il regno con il dispaccio del 13 luglio 1282, ordinando la costruzione di sei nuovi castelli nella Regione. Dai registri angioini apprendiamo, inoltre, che re Carlo, in data 12 novembre 1282, formulò un’ulteriore programma difensivo generale, col quale diede ordine che venissero muniti tutti castelli del Regno, e tenuti pronti a tenere la difesa, minacciando che per ogni mancanza, i castellani sarebbero stati severamente puniti mediante confisca dei loro beni. In tale situazione, il papa Martino IV intervenne a favore degli Angioini con un’ordinanza del 10 dicembre 1282. Tra i provvedimenti contenuti nell’ordinanza, figura la concessione a re Carlo di potere presidiare tutte le fortezze di pertinenza ecclesiastica del regno, col patto di restituzione. Fu così che Carlo entrò nel possesso temporaneo delle fortezze appartenenti alla Regia Curia. Ben poco valsero, però, i provvedimenti militari presi dal sovrano. Nell’estate del 1283 gli Aragonesi tentarono la conquista del regno sia per mare sia per terra: Ruggero di Lauria, ammiraglio Aragonese con la sua flotta minacciava tutte le località costiere sino al Golfo di Napoli. Molti luoghi della Calabria furono occupati dalle forze aragonesi. Carlo d’Angiò, continuò ad impartire ordini per migliorare il sistema difensivo, e in particolare, con un’ordinanza del 21 ottobre del 1283 ordinò di rafforzare i castelli calabresi, soprattutto quelli posti di fronte alla Sicilia, in particolare quello di Scilla. Dopo la pace di Caltabellotta (31.8. 1302), che divise il Regno di Sicilia in due entità separate: la Sicilia rimase agli Aragonesi che avevano supportato i siciliani insorti per cacciare gli Angioini; e il Regno di Napoli rimase agli Angioini, che mantennero il controllo del Sud Italia continentale, i beni ecclesiastici, che la chiesa aveva assegnato provvisoriamente agli angioini, furono restituiti, ed i monaci rientrarono nei loro antichi conventi. Anche il Monastero di San Pancrazio tornò ai monaci, che continuarono ad essere alle dipendenze del Monastero del SS. Salvatore di Messina. L’Arcivescovo di Reggio, col pretesto che il SS. Salvatore si trovava in Sicilia e quindi alle dipendenze di Federico d’Aragona, occupò il Monastero di San Pancrazio, sostenendo che doveva restare alle dipendenze di Reggio governata dagli angioini. Per questo motivo, il 7 marzo del 1303 l’archimandrita del SS. Salvatore diede avvio ad una causa contro l’arcivescovo di Reggio, intimandolo a restituire il monastero. Sicuramente questa causa andò perdendo di significato, poiché il monastero, essendo anche fortezza, fu ben presto coinvolto in altri conflitti. Infatti, il Castello di Scilla, nel 1313 fu occupato da Federico D’Aragona, il quale, nel 1317, lo restituì alla Regia Curia, come attesta il documento del 18 maggio di quell’anno, col quale Federico II s’impegnava a restituire al Pontefice Giovanni XXII per la sicurezza del regno:
“la città Regina, castelli di Niceto, Calanna, Montemuri e i fortilizi di Scilla, Catona, e tutti gli altri luoghi e fortilizi, che teneva e possedeva in Calabria, con i terreni,distretti, diritti, e pertinenze e i di loro vassalli, uomini e diritti del vassalli… per ordinanza e disposizione del nostro sommo Pontefice”
II Monastero di San Pancrazio fino al 1321 fu retto da Legati papali. Successivamente il 1 maggio del 1323 Giovanni XXI concesse al re Roberto d’Angiò di tenere per quattro anni il Castello di Scilla insieme ad altre fortificazioni appartenenti al SS Salvatore di Messina. L’anno successivo, il re, temendo che il castello potesse ricadere nelle mani degli Aragonesi, decise di allontanare i monaci per avere più libertà nei movimenti militari, destinando loro un’abitazione, sempre nel territorio di Scilla. Dall’esame del documento datato 10 ottobre 1324 da cui abbiamo tratto quest’informazione si evince che il monastero era retto dall’abate Neofito ed abitato sia da monaci che da laici obbedienti allo stesso ordine. Veniamo inoltre, a conoscenza che, nonostante fosse stato decretato il loro allontanamento, i monaci erano ugualmente tenuti al mantenimento del castello; i versamenti relativi, che si protrassero fino al 1418, sono attestati da numerosi documenti. La decisione di allontanare monaci dal monastero non fu, comunque, sicuramente dettata soltanto da una situazione contingente, ma rappresenta la prima palese intenzione di voler il castello sotto il completo dominio della Corona, intenzione che, nel tempo, fu manifestata sempre più chiaramente dai sovrani. Questa sembra la chiave di lettura dei vari provvedimenti nei documenti successivi presi in esame, fino agli ordini e contrordini del sovrano del 12 settembre 1422 che portarono al definitivo compromesso di dare una nuova residenza ai monacı per mettere a tacere la Regia Curia per la mancata restituzione del castello. Tra 1324 e il 1422 possiamo documentare che il castello, almeno per quattro volte, fu detenuto da persone scelte dalla Regia Corona. Un primo documento del 1325 l’anno che segue l’allontanamento dei monaci dal castello, ci informa che assolse unicamente alla funzione di fortezza, e la sua custodia fu affidata a Carlo Guglielmo Longastreve:
“Giacchè ci fidiamo dite al punto tale che lo stesso Castello con le armi vettovaglie e munizioni e altre cose della curia in esso da mettersi sotto la tua custodia, ed anche i prigionieri”.
I successivi documenti del 1422 dei Registri Aragonesi, attestano che il castello fu affidato ad un certo Giacomo Papa e dopo la sua morte, a Betulo Papa. Sempre a questo stesso anno appartengono una serie di provvedimenti con i quali il re Alfonso affidò il castello a Guttiere de Nava. Occorre specificare che, dapprima, il re Alfonso d’ Aragona nominò Guttiere de Nava ammiraglio del Ducato di Calabria e dei luoghi marittimi circostanti, col compito di sorvegliare e proteggere le coste, come apprendiamo da un documento del 3 settembre del 1422, e che, nella stessa data, nominò Provveditore dei castelli e delle fortezze del Ducato di Calabria Rodrigo di Santo Giovanni, che ricevette anche il compito di mettere in piena efficienza bellica i Castelli. In seguito, con una lettera del 12 settembre del 1422, il vicerè Giovanni di lxar revocò l’ordine del giorno precedente di consegna del Castello di Scilla alla Regia Curia, avendo ricevuto l’ordine del Sovrano di affidarlo all’ammiraglio regio Guttiere de Nava, per mano del regio portolario Alvaro di Santacroce. Intanto nel regno, nuovamente, si preparavano grandi capovolgimenti di potere. Giovanna II revocò l’adozione fatta in favore d’Alfonso d’Aragona trasferendo i diritti sul regno a Ludovico I D’ Angiò, che regnò fino alla morte avvenuta nel 1434. L’anno successivo morì Giovanna lasciando erede al trono il fratello di Ludovico III, Ranieri d’Angiò. Alfonso d’Aragona tornò così a rivendicare diritti sul regno e, dopo varie vicissitudini, lo riebbe nel 1440. Nelle lotte per il regno, Alfonso fu sostenuto in Calabria da Nicola Melissari e Alfonso Cardona; fu quest’ultimo ad espugnare Reggio. Melissari, invece, dopo aver piegato tutte le città ed castelli da Palmi a Capo Spartivento, prosegui alla conquista di Scilla. Gli Scillesi, da sempre fedeli agli Aragonesi, non opposero alcuna resistenza, anzi si unirono alle forze di Melissari per conquistare anche Calanna. Da un documento del 19 giugno 1445 apprendiamo che in questa data fu affidato in commenda a Condisalvo de Nava, erede di Guttiere (secondo il Minasi fratello), il Monastero di San Pancrazio …nel quale il re di Sicilia ha eretto un castello o fortilizio… Questo è l’unico documento che c’informa di una costruzione del castello in periodo aragonese. Non sappiamo se si tratta di una costruzione nuova, o di lavori eseguiti su quella precedente, né in che anno esatto sia avvenuta. Certo è che il castello, dall’inizio della guerra del Vespro fino alla data di quel documento fu reiteratamente protagonista di numerosi eventi bellici, ed è, quindi, molto verosimile che avesse subito danni. Peraltro è noto che, nel periodo angioino-aragonese le fortezze del regno subirono notevoli trasformazioni dal punto di vista architettonico a seguito di innovative tecniche difensive introdotte dall’uso della polvere da sparo. Inoltre, la nascente cultura della residenza, come simbolo dei signori, castellani, feudatari, ai quali il sovrano donava o affidava un castello, condurrà alla definizione di tipologie diverse da quelle che erano state le “tradizionali” tipologie difensive un castello. Tutto ciò costituisce un’ulteriore riprova che, anche se non si dovesse trattare di una costruzione ex novo, i lavori dovettero comportare una profonda trasformazione dell’organismo architettonico precedente. Un documento del 1450 con cui s’intimava a Condisalvo de Nava di consegnare i beni appartenenti al Monastero di San Pancrazio che si trovavano a Messina presso il Monastero del SS.Salvatore, attesta che Condisalvo continuava ad essere signore della rocca e procuratore del monastero. Dopo la morte di Alfonso d’Aragona (1458) salito al trono Ferdinando I, quest’ultimo rinnovò il diritto di castellania a de Nava. Nel 1469, alla morte di Condisalvo de Nava, Alfonso, Duca di Calabria, confermo a Guttiere, figlio di Condisalvo, la castellania di Scilla. Nel 1485 scoppio rivolta dei baroni contro il duca Alfonso e, dopo un anno, si giunse alla pace. Tra i vari patti di pace, vi era la condizione che Alfonso concedesse pieno perdono ai baroni che si erano rivoltati contro di lui, condizione che però non fu rispettata. Da una serie di documenti del periodo, possiamo dedurre che la famiglia de Nava, con molta probabilità, aveva partecipato alla rivolta e sicuramente, a quel tempo, la castellania era tenuta da Pietro, figlio di Guttiere. Un altro documento tratto dall’archivio della Regia Camera ci informa che i beni di de Nava erano stati confiscati:
“ l’esanzione delle rendite in Scilla fatta dal regio Fisco nel 1494 sequestrate per la fellonia di quel barone.”
Pietro de Nava riuscì a riottenere la castellania di Scilla dopo la morte di Federico l. Nel 1518, a Pietro de Nava, succedette il figlio Guttiere il quale, il 26 dicembre del 1533 per trenta mila ducati lo vendette al cognato Paolo Ruffo conte di Sinopoli.
Da quel momento il feudo di Scilla e il suo castello legano il loro nome a questa storica famiglia che, apportando importanti lavori di ristrutturazione in epoca rinascimentale, vi risiede fino alla caduta del feudalesimo agli inizi dell’Ottocento.
Dott.ssa Maria Fiorillo
Dal Decennio Francese all’Unità d’Italia (1806 – 1861)
L’occupazione francese di Scilla si inquadra nel contesto più ampio del Decennio Francese (1806-1815) nel Regno di Napoli, durante le campagne di Napoleone Bonaparte lungo l’Europa. Dopo l’invasione del Regno di Napoli nel 1806 da parte dei francesi guidati dal maresciallo Massena, i Borbone si rifugiarono in Sicilia, protetti dalla flotta britannica. Scilla, con il suo castello posto strategicamente sullo Stretto di Messina, era un punto chiave. Nonostante i francesi avessero occupato la maggior parte della Calabria nel 1806, il Castello di Scilla, presidiato dagli inglesi e dai lealisti borbonici, rimase inespugnato per diverso tempo. La prima conquista del forte ad opera dei francesi risale alla primavera del 1806, quando occupata Scilla, si insediarono nella rocca, che assieme ad Amantea e Crotone, rappresentava un punto nodale nella mappa difensiva della regione. I francesi verranno poi attaccati da preponderanti forze inglesi e, dopo ventitré giorni di accanita resistenza, il 16 luglio saranno costretti ad abbandonarla. Lo smacco subito fece adirare non poco l’imperatore dei francesi Napoleone Bonaparte, il quale, in una lettera datata 7 febbraio 1808 indirizzata al fratello Giuseppe, reggente del trono di Napoli (1806 – 1808) dichiarando Scilla le point le plus important du monde, sollecito il fratello a muoversi senza indugio. Com’era possibile che sopportasse l’onta di avere gli inglesi in quella terra?
Si sbrigasse a riconquistarla almeno entro novembre e far sì che nessuna presenza britannica si registrasse più nel continente. Un importante ruolo nel delicato frangente della riconquista francese della rocca, lo giocò il generale Reynier il quale dopo un arduo assedio il 17 febbraio 1808 riuscì a scacciare gli inglesi, che via mare ripararono al Faro di Messina. Il riacquisto della piazzaforte fece dire al De Rivarol ch’essa in unione a quella di Reggio, assicurò ai francesi il completo dominio della regione. Ma non Paghi della sconfitta subita, gli inglesi torneranno alla carica altre volte nel corso del 1809: tre importanti combattimenti navali avranno luogo nelle acque di Scilla tra il giugno e il settembre. Essi però non rimetteranno più piede sulla terraferma. Gli acquartierati nel castello resteranno in vigile attenzione e si daranno il cambi in una monotona routıne interrotta soltanto 12 luglio del 1812, quando un fulmine, che venne a colpire il deposito delle polveri, distrusse alcuni fabbricati inter- ni causando il decesso del capitano Bonavita e del sottotenente Emanuel. Ma tale occasione non fu l’unica a dare sinistra notorietà al forte, ché un altro consimile avvenimento si verificò il 14 gennaio del 1815. La saetta produsse allora guai più seri. Si registrarono, infatti, con l’esplosione del magazzino dov’erano contenute le munizioni, notevolissimi danni alle strutture e la morte di 48 tra sottufficiali e soldati del IV reggimento fanteria leggera. Non solo: i pesanti blocchi caddero sull’abitato sottostante distruggendo 10 case, danneggiandone altre 33 e provocando la morte di 27 individui. Accorse il maresciallo Desvernois con alcuni ufficiali e si diede il via all’operazione di recupero. Il 3 magg1o 1810 Scilla e il suo castello accoglievano con tutta solennità Gioacchino Murat, re di Napoli (1808 – 1815) il quale veniva a rendersi conto di persona della situazione in previsione di un prossimo attacco alla Sicilia. L’arrivo del sovrano è una spia evidente dell’importanza che al tempo si annetteva a Scilla e al suo castello rispetto altri paesi contermini e della posizione strategica del sito. Tuttavia l’espansione dell’esercito francese che si spinse fino a Scilla, assestandosi sul suo Castello, trovò qui il suo limite naturale e strategico; lo Stretto, nonostante ripetuti tentativi, segnò il confine invalicabile dell’avanzata, impedendo il passaggio verso il Faro, Messina e la Sicilia in generale, che rimasero sotto il saldo controllo Britannico.
Partiti i francesi, la Restaurazione riportò sul trono i vecchi sovrani borbonici; tuttavia, l’apparente calma non durò a lungo…
Il consenso nei confronti della monarchia si attenuò. D’altronde erano ormai maturate nuove istanze, c’era stato tutto tempo perché nell’invecchiato Regno si costituissero logge segrete, che accolsero nel loro seno persone d’ogni condizione anelanti a far cambiare indirizzo alla comunità nazionale.
Non c’era ancora l’idea di fare di tanti stati un’unica entità, ma si puntava ad un cambiamento di rotta con la concessione della costituzione, atto di base della costruzione di uno stato moderno.
L’1 settembre 1847, la sollevazione antiborbonica parti da Messina e si estese il gıorno dopo a tutti gli altri centri compreso Scilla.
Conosciamo quanto avvenne nella cittadina da un rapporto che in data 17 settembre il giudice locale compilò per l’intendente e da un altro stilato il seguente 29 settembre dal capoguardia del circondario per il tenente colonnello don Pasquale Ranieri, ed ancora da comunicazion1 avviate dal sindaco f.f. Raffaele Gioffré all’intendente in data 2 ottobre 1848.
Restando ancora Scilla col suo Castello un punto di forza per la difesa, si pensò ad un risoluto intervento contro coloro che in armi avessero potuto appressarvisi, tanto che, trovandosi nel comune “pochi funzionari pieni di fermezza e di coraggio; abitanti docili culturati ed ubbidienti che ne agevolavano l’impresa”, l’aiutante di artiglieria don Giovanni Palmieri minacciò di rivolgere cannone del forte contro la stessa.
In ciò fu appoggiato dal capo guardia don Francesco Sorbo e poi dall’intera squadra degli “artiglieri littorali”. Incoraggiato da tale comportamento, il giudice Giuseppe Corrado raduno in piazza San Rocco il sindaco, il capo ed il sottocapo urbano e vari onesti cittadini, i migliori soggetti e le guardie urbane più scelte avvertendo che, se del caso, le armi del castello avrebbero ridotto tutto in cenere ed il primo a muoversi sarebbe stato senza meno sacrificato.
Il Corrado successivamente prenderà posto su una delle fregate giunte da Messina e, dopo una sosta a Reggio, raggiungerà ancora la sua sede. Enfatica l’espressione del sindaco alla fine del moto: “il popolo di Scilla fu l`unico e potente argine che arrestò il torrente della rivoluzione”.
Non ugualmente quella del Duca d’Aquila, che così fece tenere alla deputazione: “Ringraziate Scilla, da parte di Sua Maestà il Re, mio augusto Fratello, del suo fedele attaccamento al Real Trono”.
Fatto è, comunque, che gli artiglieri ebbero un compenso di 20 ducati e, vennero perseguiti per i fatti accaduti nella cittadina solo in due: Pasquale Macri e Giuseppe Paladino.
Com’è noto, i moti culminarono nella concessione a sorpresa della costituzione il 29 gennaio del 1848 da parte di re Ferdinando.
La parabola non durerà a lungo e, dopo una partecipazione a fianco degli altri cobelligeranti nella guerra anti-austriaca, l’imprevedibile monarca appena nel maggio susseguente poneva fine al sogno dei patrioti. Tra 1847 e 1848 il forte di Scilla rappresento effettivamente uno dei punti nodali della campagna militare quel periodo, per cui si dovette assistere ad un andirivieni di consistenti.
Il 7 febbraio 1848 il sindaco Giuseppe Gullì, allertato dal telegrafo di Petrello, onde allestire gli alloggi per 60 ufficiali e 1.500 soldati e 80 vetture nonché la paglia conveniente, non frappose indugi a provvedere nel più breve tempo possibile. Il 5 agosto si rileva lo sbarco ed imbarco sul vapore “Ferdinando II” di munizioni da guerra per la colonna del generale Nunziante, quindi lo sbarco di quella del generale Nicoletti in equipaggi, munizioni e cavalli e del loro trasporto al Castello.
Un rinnovato sentimento d’unità nazionale inizio a percorrere tutta la penisola.
L’11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi partito da Quarto (vicino Genova) alla testa di qualche migliaio di volontari imbarcati sui piroscafi Piemonte e Lombardo sbarcò a Marsala, e dopo la cavalcata in terra di Sicilia il 27 luglio giunse a Messina.
La sera del 27 luglio, Garibaldi ordinò alla flottiglia riunita nel porto di Milazzo di dirigersi verso Torre di Faro, portando con sé cannoni, munizioni e un distaccamento di circa 60 uomini della pirocorvetta Tukery. La mattina del 28, la flottiglia raggiunse Torre Faro e sbarcò cannoni, munizioni e uomini; subito dopo, sotto la direzione del genio militare, gli uomini si misero a costruire due batterie all’estremità della spiaggia che guardava a Scilla. Le due batterie furono completate e armate in pochissimi giorni.
Tutto venivano preparati alacremente in vista della spedizione in Calabria. Garibaldi giunse a Torre Faro, che rappresentava per lui una posizione di primaria importanza strategica: avendo di fronte, sulle coste calabresi, i tre forti di Scilla, Torre Cavallo e Alta Fiumara, avrebbe potuto incrociare i fuochi di Torre Faro con quelli dei tre forti, nel caso in cui i garibaldini fossero riusciti a sbarcare in Calabria e a impadronirsene. Era inoltre fondamentale per Garibaldi mascherare le sue reali intenzioni, facendo credere che il suo obiettivo fosse quello di consolidarsi in Sicilia.
L’8 agosto il Generale Garibaldi comunicava a Sacchi l’intenzione di far passare la stessa notte una mano di soldati in Calabria per sorprendere il Forte Cavallo.
La sera dell’8 agosto questi soldati vennero messi a dieci, a quindici per barchetta e così fecero la traversata dello Stretto a distanza del tiro del cannone delle fregate napoletane.
Garibaldi terminato l’imbarco di tutti navigò con essi fino alla metà dello Stretto. Tuttavia, essendo notte fonda, le ultime barche non riuscirono a mantenere la rotta e molte di esse presero una direzione troppo ravvicinata a Scilla: le guarnigioni regie del forte la avvistarono, lanciando l’allarme proprio nel momento in cui la maggior parte degli uomini stava completando lo sbarco.
Il forte di Scilla segnalò l’allarme con un colpo di cannone; le barche che avevano sbarcato i garibaldini si allontanarono rapidamente dalla costa calabrese senza attendere ordini, retrocedendo incontrarono le ultime barche ancora cariche di volontari, i quali confusi dall’allarme dato e da quel precipitoso ritorno delle barche, dubbiosi, indietreggiarono a loro volta.
Le fregate napoletane che da qualche ora si trovavano nella rada si Scilla, diressero la prora al sito di sbarco dei garibaldini, che scesi a terra non trovarono le persone le quali dovevano far loro da guide per condurli a dare la scalata al Forte Cavallo.
Essi scoperti, privi di guide, in piena notte, in mezzo a due forti, con numerosi nemici da ogni parte era impossibile l’aggredire; decisero per non venire sorpresi, di guadagnare la montagna.
Una pattuglia uscita dal Forte di Scilla si avvenne in quella squadra sparpagliata, scambiò delle fucilate, fece qualche ferito, ma perse due uomini fatti prigionieri.
Per tutta la notte si udirono fucilate da più parti: erano i garibaldini che si scontravano con i soldati borbonici usciti dai forti di Scilla e Torre Cavallo.
Da quel momento le truppe borboniche intensificarono la sorveglianza delle coste tra Scilla e Punta Pezzo, schierando una fitta catena di sentinelle lungo la costa tra un forte e l’altro, impedendo così un nuovo sbarco e tagliando ogni possibilità di comunicazione con la Sicilia.
Nel frattempo Garibaldi, che era riuscito abilmente a distogliere l’attenzione dell’esercito delle Due Sicilie concentrandola su quei punti, partì per Taormina, dove si trovavano la divisione Bixio e Bertani, per poi spostarsi in altri luoghi della Calabria, in particolare a Melito Porto Salvo. La spedizione salpò da Taormina il 18 agosto alle 22:00, con gli uomini imbarcati su due vapori, il Franklin e il Torino.
Nella mattinata seguente, intorno alle 2:00, la spedizione raggiunse la spiaggia di Melito Porto Salvo.
Giunta a Messina la notizia dello sbarco di Garibaldi a Melito, il generale Cosenz, a cui era stato affidato il comando di Torre di Faro, avvertì l’urgenza di attraversare lo Stretto e sbarcare in Calabria, a sinistra di Reggio, con la sua divisione, con l’obiettivo di creare una manovra diversiva contro le truppe borboniche
concentrate in quella città e nei dintorni, prendendole di fatto tra due fuochi, tra lui e Garibaldi. Si decise quindi di sbarcare a Favazzina, a nord di Scilla.
Nella scelta di quel punto si tenne conto anche del fatto che Cosenz, avanzando da Favazzina verso Reggio, avrebbe potuto avere l’opportunità di espugnare il forte di Scilla.
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto alle 2 di notte le cose vennero disposte in modo che l’operazione riuscisse non avvertita dalle truppe del regio esercito stanziato sui Forti di Scilla e di Altafiumara.
Alle 3 fu dato l’ordine di mettere in acqua le imbarcazioni e furono schierate le quattro divisioni con in testa alla colonna 5 barche cannoniere.
Alle 4 fu fatto esplorare il canale, e riconosciutolo libero di legni nemici, e ci fu la partenza.
La flottiglia dirigendosi verso Favazzina avrebbe dovuto navigare per nord ma il forte di Scilla, posto all’imboccatura del Faro l’avrebbe danneggiata, e quindi fu diretto per Nord-Ovest affinché facendo un semicerchio si trovasse sempre fuori tiro.
La strategia si rivelò efficace: il forte di Scilla aprì un intenso fuoco di artiglieria, ma la flottiglia, al sicuro, poté proseguire indisturbata. Varcato il punto in cui si potevano temere le operazioni del forte, la flottiglia piegò a destra, e si diresse per Nord.
Giunti vicino alla spiaggia di Favazzina, venne dato ordine alle 5 barche di posizionarsi ai due fianchi, lasciando al centro uno spazio sufficiente per consentire alla flottiglia per consentire un agevole sbarco e, all’occorrenza, di spazzare con il fuoco incrociato la zona da eventuali truppe nemiche.
All’allarmi dato precedentemente dal forte di Scilla, pattuglie del regio esercito provenienti dallo stesso forte avevano iniziato ad avanzare verso Favazzina per la strada militare; allora le tre cannoniere di sinistra aprirono il fuoco sopra di essi, facendoli retrocedere.
Sicuro allora il comandante Castiglia ordinò alla flottiglia di avanzare e cominciare lo sbarco delle truppe. Già le prime divisioni avevano disbarcato le loro truppe, quando si sentirono tuonare i cannoni delle batterie di Torre di Faro. Segnale che le navi della regia marina, richiamate dal cannoneggiamento del forte di Scilla, forzavano il passaggio del Faro per venire incontro alla flottiglia.
Ed in fatti le quattro divisioni avevano già preso il largo, quando furono avvistate 4 fregate nemiche.
Ciò nonostante, le 5 barche cannoniere continuarono, il loro fuoco per dare agio al generale Cosenz e alle truppe di allontanarsi da quella spiaggia.
La mancanza assoluta di vento, fece sì che la flottiglia fosse sopraggiunta nella sua ritirata dalle fregate nemiche, le quali, dopo avere tirato qualche colpo di cannone sulle barche, ne prendevano 30 circa facendone prigionieri gli equipaggi insieme ad 11 ufficiali, tra i quali Tilling.
Dopo qualche ora, i marinari fatti prigionieri, venivano condotti presso il Forte di Scilla. Garibaldi appena sbarcato in Calabria prese coi suoi volontari il cammino delle montagne per girare le posizioni che i duo siciliani avevano prese nei suoi dintorni.
Dopo aver date le necessarie disposizioni, alla fine si diresse sopra Reggio dove ad attenderlo c’era Missori e fu concertato il piano di attacco.
In quel piano fu convenuto che il generale Bixio, avrebbe dovuto attaccare la città di fronte, intanto che Garibaldi e Missori avessero aggirato il forte, prendendo il regio esercito fra due fuochi.
Le colonne si misero in marcia e protette dal silenzio della notte sorpresero le truppe regie, sulla gran strada di Reggio. Erano le 3 del mattino quando i duo siciliani ripiegarono in massa sulla cittadella.
Intanto Garibaldi e Missori erano arrivati a tiro di fucile dal forte ed ebbe inizio l’attacco al forte.
Erano 9 quando il forte cesso il fuoco; le truppe reali erano scoraggiate e poco dopo si arresero.
La caduta di Reggio e la disfatta toccata alle truppe borboniche posero Garibaldi nella felice condizione di continuare le sue marcie e di estendere la rivoluzione delle Calabrie.
I generali napoletani Gallotti e Briganti che comandavano nell’estrema Calabria si trovarono nelle mani del vincitore, il quale non lasciando pace al nemico, guadagnò i monti che sovrastano ai forti di Alta Fiumara e Scilla, congiungendosi con Cosenz, arrivato il giorno prima a Solano, dove il colonnello De Flotte, famoso per la difesa da lui fatta nel 1848 delle barricate dei sobborghi insorti contro l’assemblea costituente di Francia, perdeva la vita.
Garibaldi appena operata la sua giunzione col corpo di Cosenz, che nel frattempo aveva conquistato considerevoli posizioni sulle colline sopra i due forti, determino di scendere verso Alta Fiumara, per circondare i forti e prendere allo stesso tempo una posizione contro la brigata del generale Melendez che da Scilla muoveva ad incontrarlo. Melendez apri il fuoco contro la colonna che scendeva dal monte, ma non riuscì ad arrestarla.
Il movimento strategico di Garibaldi era pienamente riuscito, Melendez aveva perdute le sue comunicazioni coi forti; egli dovette finalmente capitolare; ed Alta Fiumara, Torre Cavallo e Scilla caddero in potere di Garibaldi. Le guarnigioni di queste fortezze furono imbarcate senza armi e spedite in Napoli; una parte disertò, un’altra parte si sparse per la campagna.
Il 21 ottobre 1861 il plebiscito veniva a sancire la definitiva unione dell’antico reame meridionale al resto della penisola, raggiungendosi così quell’Unità del popolo italiano tanto agognata. La questione più spinosa che si affacciava per il neonato stato italiano era quella romana, irrisolta soprattutto per via della Francia, che alla Santa Sede aveva assicurato la sua protezione in armi.
Non potevano, a tal punto, essere paghi di quanto compiuto Garibaldi ed ì suoi seguaci! Senza Roma, la nazione sorta dalla disfatta di tanti staterelli si qualificava come un corpo acefalo. Fu così che colui che aveva dato un colpo decisivo all’azione risorgimentale, non riuscendo a stare con le mani in mano, ideò di ripetere la campagna che l’aveva visto vittorioso.
Nel luglio del 1862 giunse a Palermo, mentre il 25 agosto ad accoglierlo fu ancora una volta la spiaggia di Melito Porto Salvo, quindi l’Aspromonte. Qui, però, il 29 agosto avvenne l’impatto violento con un contingente del Regio Esercito inviato dal neonato governo italiano, che temeva le conseguenze di un nuovo gesto insurrezionale, con lo scopo di arrestarne l’avanzata.
Com’è noto, Garibaldi ne riportò la peggio, restando ferito a una gamba a seguito di un breve scontro a fuoco.
Garibaldi fu cosi medicato alla meglio e con rispetto posto sotto la custodia del Regio esercito.
Mezz’ora prima di sera del 29 agosto fu levato sulle spalle da otto ufficiali di Stato maggiore, che su una barella fatta di rami e scorati d un contingente di bersaglieri iniziarono il viaggio che l’avrebbe condotto fino a Scilla, che fu raggiunta il giorno 30 agosto alle ore 14.
Il generale fu dapprima tradotto nel Castello di Scilla, nel quale sostò per un breve lasso di tempo, decorso il quale fu nuovamente levato sulle spalle e condotto presso al spiaggia della Marina grande di Scilla.
Qui lo attendeva l’intera popolazione scillese, accorsa per sostenere e salutare l’Eroe al grido:
“Viva Garibaldi, viva Roma capitale d’Italia!
Garibaldi espresse la volontà d’essere imbarcato su una nave inglese, la richiesta venne però rifiutata poiché egli era considerato prigioniero del Regno d’Italia.
Venne cosi imbracato sulla pirofregata Duca di Genova della Regia Marina, che lo condusse alla fortezza del Varignano, presso La Spezia, dove rimase per tre mesi a per curare la ferita.
Poco prima degli eventi che portarono al ferimento del Generale, Scilla scrisse delle belle pagine: infatti la popolazione raggiunse i carabinieri, che da Reggio conducevano dei garibaldini tratti in arresto, liberando questi ultimi e rifiutandosi poi di consegnarli alla compagnia di fanti ch’era sortita dal Castello di Scilla.
Tale azione costò l’arresto per Costantino Melidoni, il sindaco Mariano Idone ed il giudice Gioacchino Lo Presti, rei di aver portato soccorsi alle truppe garibaldine e liberato i prigionieri politici in consegna ai carabinieri.
Giuseppe Garibaldi edotto del fatto, dal campo d’Aspromonte volle attraverso una lettera, ringraziare i cittadini di Scilla per il supporto logistico fornito alla causa risorgimentale oltre che per il sincero spirito patriottico dimostrato.
Ai cittadini di Scilla:
Amici, vi ringrazio dei vostri doni e più dell’ardimento generoso con cui liberaste i nostri prigionieri. Popolazioni come la vostra, disposte ad ogni sacrificio per la libertà renderanno facile e certo il compimento della nostra impresa.
Io vi saluto con affetto: Vostro G. Garibaldi
Nel 1913 la Regia Marina Militare impiantò all’interno del Castello (sulla piazza d’armi), un Faro; come segnalamento orientale dell’imbocco settentrionale allo Stretto di Messina, che fu realizzato anche grazie alle strenue sollecitazioni della comunità politica scillese dell’epoca, turbata dalla lunga scia di naufragi che da anni funestava questo difficoltoso tratto di mare, che portò dinanzi al Genio Civile del Re una puntuale e accorata denuncia della frequenza e della drammaticità di tali sinistri.Esso, insediato su questa roccia leggendaria, assieme al Faro di Capo Peloro (Cariddi) che gli fa da contraltare sulla sponda siciliana dello Stretto di Messina, presidia da oltre un secolo uno dei passaggi marittimi più antichi, celebrati, frequentati e insidiosi del Mediterraneo: crocevia millenario di rotte commerciali, movimenti di flotte militari ed eroi mitologici, custode silenzioso di un confine liquido dove geografia, storia e mito si intrecciano da millenni.Attraverso invasioni, assedi e rivoluzioni, millenni di storia si sono sedimentati tra le sue mura, trasformando il Castello di Scilla in qualcosa di più di una semplice fortezza.Esso, pur essendo diventato negli ultimi anni una delle mete turistiche più visitate del Mediterraneo, non ha mai smesso di essere ciò che è stato fin dalle origini: un presidio militare naturale di straordinaria importanza.
Arroccato sullo scoglio leggendario, già conosciuto, raccontato e celebrato ai tempi della Guerra di Troia (circa 1200 a.C) dunque nella tarda età del bonzo, che domina lo Stretto di Messina, conserva intatta la sua rilevanza strategica e militare, continuando ancora oggi a esercitare quella funzione di controllo e vigilanza che ne ha determinato le sorti attraverso i secoli, ricordandoci che certi luoghi sono destinati, per natura, prima ancora degli uomini, a scrivere la storia.


