I Ruffo di Calabria, uno dei più rilevanti casati dell’aristocrazia italiana, hanno sempre occupato posizioni di primo piano sulla scena politica, economica e religiosa dell’Italia meridionale, a partire dal periodo svevo sino alla caduta del feudalesimo. Le prime notizie certe della famiglia, che ha origini antiche ma scarsamente documentate, risalgono al periodo normanno.
A partire dal XIII secolo il ramo principale dei Ruffo di Calabria, conti di Catanzaro e poi Marchesi di Crotone, diede origine ad altri due potenti rami: dei Conti di Sinopoli, poi Principi di Scilla e quello dei Conti di Montalto.
Questi tre rami principali diedero origine a numerosi altri rami (tra i più importanti sono annoverabili: i Ruffo-Licinardo, i Ruffo di Provenza, i Ruffo di Scaletta-Floresta, e il ramo francese Bonneval) che hanno espresso valenti uomini d’armi, di governo e alti prelati. Il nuovo ramo di Sinopoli si formò dal matrimonio tra Fulco (o Folco) Ruffo del ramo di Catanzaro e Margherita di Pavia, unica figlia di messer Carnelevario; tra i numerosi possedimenti di quest’ultima era compresa Sinopoli.
Con l’estinzione dei Ruffo di Catanzaro e di Montalto, quello di Sinopoli rimase l’unico ramo dei Ruffo di Calabria, dal quale discesero i rami di Scilla, Scaletta, Floresta e quello francese di Bonneval. Folco, intimo amico di Federico II, lo seguì nelle campagne di guerra in ltalia centro-settentrionale.
Da Folco discese Enrico che si mise al servizio degli Angioini e condusse numerose campagne contro gli Aragonesi; fu investito di rilevanti cariche politiche, nominato ciambellano e viceré in Terra di Lavoro da Carlo Il e, nel 1291, gli fu affidato il governo dei casali di Napoli e la giurisdizione criminale dell’Aquila.
Da Enrico discese Guglielmo che nel 1335 fu nominato capitano generale e giustiziere in Calabria. Nel 1347 Carlo e Ruggero, figli di Guglielmo, esiliarono in Francia per sfuggire a Ludovico d’Ungheria che intendeva vendicare l’uccisione del re Andrea, marito di Giovanna I (Poncet, figlio di Ruggero, in Francia ebbe la signoria di Lamanon, e poi la signoria di Bonneval, e il marchesato de La Fare, dando origine al nuovo ramo dei Ruffo di Provenza). Enrico, il primogenito di Guglielmo, lottò sempre insieme ai cugini di Montalto a favore dei Durazzo, e ebbe in dono da Cario III, tra le altre cose, un palazzo a Napoli.
Ad Enrico succedette il figlio Antonello il quale entrò in contrasto con lo zio Folco per motivi d’eredità. La lite si concluse con l’assegnazione regia a Folco dei feudi di Sinopoli, Santa Cristina, Solano, Sitizano, Fiumara di Muro e Calanna; ad Antonello furono assegnati i feudi di Brancaleone, Palizzi, Placanica, Bruzzano vecchio, Condoianni, e alcuni immobili di Reggio. Con questa suddivisione, si aprì il nuovo ramo dei Ruffo di Brancaleone-Condoianni che ebbe la durata di quattro generazioni, estinguendosi agli inizi del 1500. Nel 1383 Luigi II d’Angiò confiscò a Folco la contea di Sinopoli, per un breve periodo, per la sua adesione ai Durazzo.
Alla morte di Folco successe Guglielmo. Carlo, figlio di quest’ultimo, durante la prima fase della lotta tra Luigi d’Angiò e Alfonso il Magnanimo, tra il 1420 e il 1423, dette un notevole contributo militare e finanziario alla linea aragonese. In compenso gli fu conferita da Alfonso d’Aragona la carica di giustiziere di tutto il Ducato di Calabria.
Carlo subì la confisca di tutti beni dopo che il cognato Antonio Centelles evase da Castelnuovo nel 1460, per riprendere la rivolta contro il sovrano.
Due anni più tardi Ferrante, dopo la provvisoria riconciliazione con Centelles, promise a Carlo la restituzione dei feudi a al figlio Giovanni non appena aggiunta la maggiore età. Carlo e i nipoti figli del fratello Nicolantonio furono i principali sostenitori di Ferrante.
Nel conflitto, Carlo fu catturato, mentre il nipote Guglielmo (figlio di Nicolantonio) occupò Sinopoli, in attesa che Giovanni raggiungesse la maggiore età. Ferrante non mantenne la promessa di restituire i feudi paterni a Giovanni, e dopo la morte di Guglielmo e di Carlo (figli di Nicolantonio), nel 1484 diede il feudo di Bagnara al loro terzo fratello, Esaù, al quale fu poi confermato con diploma del 1494 da Alfonso II.
Il conte Giovanni dopo varie vicende riuscì a riottenere la sola contea di Sinopoli. Altri possedimenti furono riconquistati più tardi dal figlio Paolo, il quale rinunciò alla terra di Bagnara avendo definitivamente raggiunto un accordo col cugino Bernardo, figlio di Esaù. Paolo dopo avere avuto riconfermato il possesso della contea di Sinopoli nel 1520 attuò una politica d’espansione acquistando nuovi feudi.
Nel febbraio del 1533, acquisto il feudo di Scilla da Guttiere de Nava per la somma di 30.000 ducati, originando il ramo dei Ruffo di Sinopoli-Scilla. Il Castello di Scilla, dove il conte Paolo si trasferì con la propria famiglia, divenne la principale residenza dei Ruffo sino caduta del feudalesimo.
Paolo entrò però in conflitto con l’Università di Scilla, dando luogo ad una lunga lite che non trovò mai conclusione.
Trasferì, ancora in vita, al figlio primogenito Fabrizio, nato dal matrimonio con Caterina Spinelli, prima la terra di Scilla e altri feudi più tardi, la contea di Sinopoli e i restanti feudi. Fabrizio, nuovo conte di Scilla, con diploma del luglio del 1578 emanato a Madrid da Filippo II ottenne il titolo di Principe di Scilla; sposò Ippolita de Gennaro e, dopo essere rimasto vedovo, Isabella d’Aquaviva d’Aragona, figlia del duca di Atri. Con il testamento redatto nel febbraio del 1587, nominò sua erede la figlia Maria avuta dalla prima moglie, ed espresse la volontà di fare costruire tre conventi e un ospedale a Scilla, e di essere seppellito nella chiesa di San Pancrazio all’interno del Castello di Scilla. Maria sposò il cugino Vincenzo Ruffo (figlio di Marcello, fratello del padre).
La nuova principessa terminò i lavori di restauro della chiesa di San Pancrazio intrapresi dal padre nel Castello di Scilla, e fondò a Scilla il convento dei padri Crociferi nel 1619.
Le importanti operazioni economiche mirate all’ampliamento dei propri possedimenti e alla loro valorizzazione, svolte prima dal conte Paolo Ruffo e poi da Fabrizio, furono proseguite da Maria e dal marito, con l’acquisto di numerosi feudi all’inizio del 1600; Vincenzo acquistò anche un palazzo a Napoli nel quartiere di Santa Chiara da Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, dove veniva trasportata la seta prodotta in Calabria.
Nel 1616 Vincenzo Ruffo morì insieme al primogenito e unico figlio maschio Fabrizio. L’anno successivo i beni di Vincenzo furono ereditati dalla figlia Giovanna che aveva sposato il cugino Francesco Vincenzo Ruffo (figlio di Munzio e di Camilla Santapau, vedova del nobile spagnolo Pietro Velasquez).
Francesco Vincenzo nel 1610, per rinuncia della zia Benavides, entrò in possesso del ricco marchesato di Liconia e nel 1625 del principato di Palazzuolo, cedutogli dal fratellastro Guttieres Velasquez. Maria, madre di Giovanna, che rimasta vedova si era risposata con Tiberio Caraffa principe di Stignano, mori nel 1630.
Due anni dopo morì anche il marito di Giovanna, che sposò Francesco Maria Carafa.
A partire dal 1630 i Ruffo subirono una profonda crisi finanziaria, iniziata negli ultimi anni di vita del governo della principessa Maria, dalla quale si risollevarono soltanto alla fine del secolo.
Giovanna aveva devoluto, sia prima che dopo la crisi consistenti cifre per portare a termine le case religiose volute da Fabrizio per volontà testamentale e iniziate dalla madre Maria.
A Scilla realizzò la costruzione del convento dei Crociferi fondato dalla madre, completò quello degli Osservanti fondato dal nonno Fabrizio e fondò il convento dei Cappuccini.
Contribuì, inoltre, al restauro e alla costruzione di diverse chiese di Scilla e fondò a Catona il Convento San Francesco da Paola, per il quale con molta probabilità fece anche la donazione di un quadro rappresentante San Rufo protettore della famiglia Ruffo.
Sotto il governo di Francesco Maria, figlio di Giovanna, iniziò la ripresa economica dei Ruffo. Il principe, rimasto celibe, nel 1683 donò al fratello Tiberio per le nozze contratte con Agata Branciforte, il marchesato di Liconia e il principato di Palazzolo.
A Francesco Maria succedette il nipote Guglielmo, figlio del fratello Tiberio, il quale ereditò la ricca collezione di quadri, oggetti preziosi e archibugi del padre, che arricchita con l’acquisto di nuovi quadri, divenne una delle più ricche collezioni del meridione, costituita da 295 quadri d’autore, come Rubens, Raffaello, Mattia Preti, Tiziano, il Veronese, il Tintoretto e lo Spagnoletto.
L’inventario della quadreria e degli altri oggetti preziosi fu redatto personalmente da Guglielmo il quale, con il suo testamento del 1747, pose il vincolo assoluto di non spostarli dal Castello di Scilla e di non venderli per nessuna ragione in quanto davano lustro al castello e alla famiglia. Il vincolo fu violato dai successori di Guglielmo che vendettero gran parte dei quadri tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, e quelli rimasti, dopo averli trasportati a Napoli nel 1848. Tra le opere appartenute a Guglielmo v’era un busto marmoreo di San Pietro con alla base lo stemma dei Ruffo di Scilla, di cui Guglielmo fece dono alla chiesa di S. Pietro, da lui fatta restaurare, appartenente al convento basiliano di S. Anastasia, a San Pietro di Solano. Il busto, attribuito da Paola Della Pergola a Francesco Mochi, fu trasportato nel 1873 nella chiesa Matrice di Scilla dov’è ancora custodito. Guglielmo sposò Silvia della Marra e, ancora in vita, trasferì i suoi possedimenti al primogenito Fulco Antonio, il quale ebbe, da parte della madre, anche il ducato di Guardia Lombarda.
Nel 1782 mori Guglielmo Antonio, primogenito di Fulco Antonio e Teresa Ivar de Estrada. Con il maremoto che si verificò a Scilla a seguito del terremoto nel 1783 perse a vita anche Fulco Antonio, e gli successe il nipote Francesco Fulco Antonio che si sposò con Carlotta della Leonessa. Il nuovo Principe di Scilla morì nel 1803, e a lui succedette il primogenito Fulco Giordano. Il 10 maggio del 1810, la commissione istituita per pianificare contenziosi fra feudatari e le Università delle città del regno in seguito alla caduta del feudalesimo del 1806, abolì gli ultimi contenziosi tra il feudatario e l’Università di Scilla.

Dott.ssa Maria Fiorillo