Torquato Tasso (Sorrento, 11 marzo 1544 – Roma, 25 aprile 1595) è stato un poeta, scrittore e drammaturgo italiano, riconosciuto come uno dei maggiori autori della letteratura italiana; operò alla corte degli Este di Ferrara.
Figura tormentata, fu un perfetto rappresentante del complesso periodo della Controriforma cattolica. Emblematica di questa stagione controversa è la genesi della sua opera più importante, nonché uno dei capolavori della letteratura italiana: la Gerusalemme liberata (1581), poema epico-eroico in ottave, dedicato alla presa di Gerusalemme ad opera dei cristiani durante la prima crociata (1096-1099).
L’opera ha contribuito in modo decisivo a formare l’immagine della Prima Crociata nell’immaginario collettivo. La vicenda narra l’ultimo anno di permanenza dei crociati in Terrasanta e l’assedio finale della città di Gerusalemme, che si conclude con la conquista del Santo Sepolcro da parte di Goffredo di Buglione, designato capitano delle forze cristiane.
Il genere letterario si colloca nell’ambito del poema epico-cavalleresco dei secoli XV e XVI. L’opera circolò negli ambienti della corte estense di Ferrara prima della pubblicazione e riscosse grande successo, ma fu anche oggetto di pesanti critiche per gli elementi di novità e per lo spazio riservato agli idilli amorosi contenuti nella trama; tali reazioni, unite al clima culturale della Controriforma, spinsero l’autore a una profonda e travagliata revisione dell’opera.
La Gerusalemme conquistata, pubblicata nel 1593, costituisce il definitivo risultato di questa revisione. Spinto dal desiderio di conformare l’opera ai dettami e ai rigori della Controriforma, Tasso rielaborò il poema, mitigando le scene amorose ed elevando il tono religioso ed epico della narrazione: in essa gli elementi passionali vengono drasticamente ridotti, elevando la guerra santa a principio dominante e ispiratore di ogni vicenda, conferendo all’opera un carattere eminentemente spirituale e morale.
All’interno della Gerusalemme liberata, il Canto III svolge un ruolo fondamentale di costruzione epica: qui Tasso mostra l’esercito cristiano che si raccoglie, si ordina, e si prepara alla grande impresa.
È il momento in cui la moltitudine diventa popolo, e il popolo diventa strumento della Provvidenza. In questo contesto si inquadra il passo riguardante Scilla:

“Dorati elmi portâr, dorato usbergo,
e colori su l’arme azzurri e bianchi.
Né quei di Cefalú restâro a tergo,
né fûr quei di Messina in guerra stanchi,
o di Catanea, ove ha il sapere albergo,
o di Sperlingo, al fin pietoso a’ Franchi,
o quei che presso avean Cariddi e Scilla,
od Etna che pur anco arde e sfavilla.”

In questo canto emerge con chiarezza la figura di Goffredo di Buglione, che incarna il modello del capo cristiano: non un eroe impetuoso, ma un comandante giusto, equilibrato, guidato da fede e ragione.
Attorno a lui si dispone una moltitudine di guerrieri provenienti da regioni diverse del mondo cristiano, a testimonianza di come ogni terra offra guerrieri forgiati dalla propria storia e dalla propria natura, che Tasso presenta attraverso una rassegna solenne e ampia, tipica della grande epica.
È proprio in questa rassegna che il poeta cita la Sicilia e i suoi uomini, sottolineando come tutti partecipino all’impresa senza esitazioni: dagli uomini di Cefalù e Messina, forti e instancabili, a quelli di Catania, città del sapere, e di Sperlinga, ricordata per la sua antica pietà verso i Franchi, e richiamando immagini potenti come l’Etna in fiamme e lo stretto, dominato dai miti di Scilla e Cariddi.
La presenza di Scilla assume un valore profondamente simbolico: non è soltanto un semplice riferimento geografico, ma il richiamo a un mondo antico e pericoloso, in cui il mare rappresenta l’instabilità, la minaccia continua, la prova estrema.
I guerrieri che vivono “presso Scilla” sono uomini cresciuti a contatto con il rischio e con la forza indomabile della natura e, proprio per questo, appaiono temprati, forti, capaci di affrontare la guerra con coraggio. Attraverso Scilla, Tasso compie un’operazione poetica di grande significato: recupera il mito pagano e lo inserisce nell’epica cristiana, trasformandolo.
Ciò che nell’antichità era simbolo di terrore e distruzione diventa ora una forza disciplinata, posta al servizio di una causa sacra.
Il mondo classico non viene cancellato, ma assorbito e riorientato, così come i diversi popoli dell’esercito vengono ordinati sotto un unico comando e un unico fine.
Il Canto III, dunque, non è solo un momento descrittivo, ma un passaggio essenziale del poema, poiché mostra la nascita di un’armonia collettiva che precede la battaglia.

Giuseppe Ribuffo