Charles-Emmanuel Nicolas Didier (Ginevra, 15 settembre 1805 – Parigi, 7 marzo 1864) è stato uno scrittore, poeta e viaggiatore francese, di origini svizzere; viaggiò a lungo e riscosse una discreta fortuna come romanziere e scrittore di reportage di viaggio.
Nel 1831 fu il primo a presentare al pubblico francese il valore della poesia di Giacomo Leopardi, prima che la fama del poeta italiano fosse consacrata in Francia, grazie a Sainte-Beuve nel 1844.
Espresse fin da sempre una profonda passione per l’Italia centro-meridionale, la sua natura, la sua storia e la sua società, che traspare in opere come Rome souterraine (1833), Les moeurs siciliennes et calabraises (1844) e Les Amours d’Italie (1859), interessandosi ai tumulti politici che attraversarono Napoli tra il 1820 e il 1830, che seguì con partecipazione, tanto da pubblicare su «Revue encyclopédique» la Notice sur le Royaume des Deux-Siciles (1831), nella quale precisò che la sua attenzione non era rivolta solo alla natura e alle opere d’arte, ma anche alle lotte per l’indipendenza nazionale in corso, rispetto alle quali assunse una posizione di concordanza con gli insorti.
Mosso da quest’interesse, nel 1827 intraprese il tanto vagheggiato viaggio in Italia.
Un viaggio che tocca gli acmi nel soggiorno in Sicilia e Calabria, quest’ultima particolarmente agognata fin dall’infanzia, probabilmente dietro la suggestione dei racconti sul brigantaggio antifrancese contenuti in tanti libri popolari, che in Europa diffondevano un’immagine fantasiosa della Calabria, soddisfacendo i gusti romantici dei lettori.
Questo periplo italiano è raccontato ne L’Italia pittoresca (L’Italie pittoresque) (1846).
Un viaggio di tre anni, che raggiungerà la Calabria nel 1830: attraverso un itinerario lungo il tracciato della via Popilia, Didier attraversa la Calabria dai confini settentrionali fino a Scilla, dove giunge in barca nell’aprile del 1830; da qui si imbarca per Messina e la Sicilia, dove sosterà sei mesi.

“Là presi una barca con due rematori e salpai per la Sicilia, nonostante il mare grosso e il cielo minaccioso. Costeggiammo la costa arida e ridente, ma sempre solitaria e sovrastata da enormi montagne che, in qualche punto cadono a picco.
Benché il tempo non fosse troppo propizio, vidi pescare il pesce spada: questa pesca, o piuttosto questa caccia, poiché si fa con la lancia, è molto singolare.
Giunto a Scilla, i miei rematori dissero che il vento era troppo forte e che non potevano andare troppo lontano; siccome mi ero messo in testa di cenare la sera a Messina, noleggiai una barca con quattro rematori e più solida della prima.
Scilla è un borgo scosceso, degradante lungo una fenditura della roccia, o piuttosto dello scoglio che gli serve da appoggio e che prosegue in un promontorio appuntito, in mezzo a una insenatura formata dalle montagne. Scilla soffrì terribilmente gli effetti del terremoto.
Il castello rovinò sulla città, la città scivolò nel mare e gli abitanti che non furono travolti si rifugiarono sulla spiaggia, altri sulle imbarcazioni.
Il mare era calmo, il cielo sereno e niente annunciava un nuovo disastro, fintanto che a mezzanotte il promontorio di Campallà sprofondò d’un colpo e completamente nel mare.
L’enorme massa d’acqua rifluì sui due bordi dello Stretto e inghiotti un gran numero di siciliani sulla riva opposta, nonché gli sciglitani che avevano cercato rifugio sulla spiaggia.
Tutte le imbarcazioni furono sommerse e l’indomani si videro i cadaveri che galleggiavano a migliaia.
Il castello fu ricostruito e venticinque anni più tardi questi Dardanelli del Faro giocarono un ruolo importante nella guerra contro gli inglesi.
Nel frattempo il mare non si era calmato; era sempre più minaccioso e lo scirocco, il vento contrario, soffiava con violenza.
Doppiato il promontorio, rasentammo gli scogli di Scilla, celebrati dalle favole antiche.
Grazie al brutto tempo, capii sul campo il senso dell’allegoria, perché in un istante mi credei non in mezzo alle acque, ma in mezzo a una muta di cani. L’illusione è completa e la causa è del tutto semplice.
La costa, irta di scogli, è roccia viva, tagliata a picco; a forza di schiaffeggiarla e di eroderla, il mare vi ha intagliato numerosi piccoli anfratti dove l’onda s’infila con un rumore che imita, ingannando, l’abbaiare del cane.
Non occorreva altro all’immaginazione poetica dei greci, che personificavano ogni cosa dandole un corpo e un’anima.
Non sono da meno i famosi gorghi di Cariddi che stanno di fronte; anche qui è stato idealizzato un fatto naturale.[…] Il mare, così respinto, è costretto a rifluire su se stesso e produce dei gorghi o vortici personificati da Cariddi.
È così che le favole, apparentemente le più strane, della mitologia antica, nascondono un senso profondo, molto raramente falso; non è l’ultima volta che avremo occasione di ammirare la sapienza contenuta in questi gas diafani.
Man mano che avanzavamo, il vento diventava più violento; ben presto divenne furioso; malgrado
L’abilità dei rematori nell’affrontare le onde, il pericolo era reale; se per un momento avessero mollato la presa, ci saremmo sfracellati contro gli scogli.
Così strapazzata e contrastando col remo la doppia potenza dell’onda e del vento, la fragile barca aveva dei sobbalzi febbrili che mi scuotevano crudelmente; tuttavia, resistevo al mal di mare, e, seduto sulla prua, cercavo di distrarmi guardando queste grandi masse mobili e spumeggianti, che una forza irresistibile sollevava contro di me inondandomi.
Il mare era magnifico. Molto profondo in questi paraggi, era di un blu affascinante, e si infrangeva in fiocchi d’argento sui pericolosi scogli che rasentavamo; li sfioravamo così da vicino che la schiuma schizzava sulla barca e ci accecava.
Non dirò un’esagerazione da viaggiatore affermando che il disastro poteva avvenire in qualsiasi momento; i marinai che anche su grandi vascelli hanno attraversato il Faro col cattivo tempo sanno cosa significa.
Lo Stretto di Messina è, con l’arcipelago egeo, il passaggio più difficile di tutto il Mediterraneo, e più di un comandante si è pentito di non essersi fatto assistere, come è d’uso, da un nocchiero del posto.[…] Nonostante la contrarietà e la delusione di un progetto fallito, non ero per niente arrabbiato in fondo al cuore per aver patito un mezzo naufragio tra Scilla e Cariddi.”

Giuseppe Ribuffo