Procopio di Cesarea (Cesarea Marittima, circa 490 – Costantinopoli, circa 560) è stato uno storico, giurista e militare bizantino.Forse studiò retorica, filosofia e diritto a Gaza, dove approfondì le opere dei classici della letteratura greca, come Erodoto e Tucidide. Successivamente si trasferì a Costantinopoli, sotto il regno di Anastasio I.
Nel 527, quando il generale Belisario divenne comandante delle truppe di Dara contro i Persiani, Procopio fu nominato suo consigliere. In tale ruolo prese parte alla guerra iberica (526-532) contro i Sasanidi e alla guerra vandalica (533-534) contro i Vandali.
Nel 534, in seguito alla conquista dell’Africa, non seguì Belisario a Costantinopoli, ma rimase nel continente africano. Quando scoppiò una rivolta dell’armata bizantina d’Africa, Procopio fu costretto a fuggire in Sicilia e a chiedere aiuto a Belisario, che aveva da poco strappato l’isola ai Goti.
Belisario, pur infliggendo una sconfitta ai ribelli, non riuscì a ottenere una vittoria definitiva e fu presto costretto a fare ritorno in Sicilia. Procopio lo seguì, divenendo nuovamente suo segretario e partecipando alle campagne contro i Goti in Italia (535-540).
Ritornato a Costantinopoli con Belisario nel 540, fu testimone della grande epidemia di peste che colpì la capitale nel 542 (la peste di Giustiniano).
Storico di corte dell’imperatore Giustiniano, Procopio è autore della Storia delle guerre (550), un’opera storiografica in otto libri che tratta delle campagne militari condotte sotto l’imperatore, alle quali egli stesso aveva preso parte in qualità di consigliere giuridico e segretario del generale Belisario.
L’opera rappresenta il resoconto del tentativo di Giustiniano di riunificare l’antico Impero romano: un vasto progetto di espansione che attraversa tre continenti e decenni di sangue.
L’opera si apre con i primi due libri dedicati alla guerra persiana, un conflitto di logoramento lungo il confine orientale contro i Sasanidi, nel quale la strategia bizantina oscilla tra battaglie campali e fragili tregue.
A questa fase seguono, nei libri III e IV, gli eventi della guerra vandalica: una spedizione rapida che, in soli due anni, riportò il Nord Africa sotto il controllo di Costantinopoli.
È tuttavia nei libri successivi, dal V al VII, che Procopio raggiunge l’apice della narrazione, descrivendo la lunga e devastante guerra greco-gotica per il controllo dell’Italia contro gli Ostrogoti.
Quella che doveva essere una guerra lampo si trasformò in un conflitto atroce e prolungato, che ridusse l’Italia in macerie.Proprio nel VII libro, in cui descrive la geografia dei luoghi attraversati dagli eserciti, i movimenti delle flotte lungo le rotte marittime e l’estendersi del conflitto verso il sud della penisola, l’autore inserisce una digressione geografica e mitologica di grande suggestione, citando Scilla nel descrivere lo stretto che separa l’Italia dalla Sicilia, recuperando la memoria classica per conferire solennità al passaggio attraversato dalle armate di Belisario e sottolineare il peso strategico della città.

“Intanto l’imperatore Giustiniano aveva scritto a Belisario per avvertirlo che gli aveva mandato un buon contingente di forze, con le quali egli avrebbe dovuto congiungersi in Calabria, per muovere insieme contro i nemici.
In effetti, Valeriano era già arrivato sulle rive del Golfo Ionico, ma pensava che per il momento non fosse prudente prendere terra, perché in quel periodo dell’anno (era ormai prossimo il solstizio d’inverno) non avrebbe trovato provviste sufficienti per gli uomini e per i cavalli.
[…] Belisario, letto il messaggio dell’imperatore, scelse novecento uomini che si distinguevano per valore, di cui settecento erano cavalieri e duecento soldati di fanteria, e, lasciati tutti gli altri a presidiare la zona di Roma, nominando Conone loro comandante, immediatamente fece vela per la Sicilia.
Di là poi salpò, con l’intenzione di raggiungere il porto di Tarento.
Tenne alla propria sinistra la località chiamata Scilla, dove i poeti dicono che sia vissuta Scilla.
Ma non è vero che sia esistita una donna in forma di mostro, come essi dicono: è vero piuttosto che in quel mare, fin da tempo antico e ancora ai nostri giorni, è possibile trovare grande abbondanza di un pesce che una volta si chiamava scylax e adesso si chiama cynisco.”

In questo passo, Procopio racconta una fase cruciale e drammatica della guerra gotica: il momento in cui l’Italia è un campo di battaglia e l’imperatore Giustiniano, da Costantinopoli, tenta di coordinare le sue forze contro i Goti.
L’elemento che balza all’occhio è la tensione tra gli ordini imperiali e la realtà geografica e climatica del tempo. Giustiniano scrive a Belisario di congiungersi con i rinforzi guidati da Valeriano, ma la logistica antica imponeva limiti precisi.
Valeriano, infatti, pur essendo giunto sulle rive dello Ionio, decide di non sbarcare: è una scelta dettata dalla prudenza, poiché si è ormai prossimi al solstizio d’inverno, periodo in cui la terra non offre sostentamento e le navi non possono garantire rifornimenti costanti.
In questo scenario emerge la figura di Belisario, un generale costretto a operare con risorse limitate.
Egli riceve il messaggio e compie una scelta strategica ponderata: non sposta l’intero esercito, rischiando di perdere il controllo del territorio, ma seleziona un’élite di soldati.
Affida la difesa di Roma a Conone e si imbarca verso la Sicilia, puntando poi a Taranto. L’episodio trova la sua massima suggestione nel momento del radente passaggio della flotta bizantina accanto allo Scoglio di Scilla.
Qui la cronaca militare si fonde con la memoria classica: Procopio compie un gesto di rottura.
Osservando le navi che rasentano Scilla e il suo promontorio leggendario, con l’occhio del razionalista egli spoglia il luogo dai suoi antichi spettri, spiegando che l’insidia di questo promontorio e del suo mare non risiede nei mostri omerici, ma nella natura stessa dei suoi fondali e dei suoi pesci.
In questo passaggio, attraverso l’evocazione di Scilla, troviamo condensata tutta l’essenza dell’opera di Procopio: da un lato la cronaca sofferta di una guerra di logoramento, dall’altro l’orgoglio di una cultura che si sente erede della tradizione greca e romana.
Belisario, che naviga in quelle acque, non è solo un generale in missione, ma il simbolo di un impero che cerca di riportare ordine, sia militare sia intellettuale, in un’Italia ormai profondamente trasformata dal conflitto, rendendo la città di Scilla solenne testimone di uno dei più rilevanti eventi bellici della storia.

Giuseppe Ribuffo