Alexandre Dumas (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Neuville-lès-Dieppe, 5 dicembre 1870), è stato uno scrittore e drammaturgo francese, considerato una dei massimi scrittori francesi di tutti i tempi. Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, autore di opere memorabili come la trilogia dei moschettieri, composta da I tre moschettieri (1844), Vent’anni dopo (1845) e Il visconte di Bragelonne(1848), o come Il conte di Montecristo (1846), La regina Margot (1845), La dama di Monsoreau (1846), Il tulipano nero (1850).
Dumas fu anche un grande viaggiatore.
Le sue descrizioni sono piacevoli, interessanti, attuali e lasciano trapelare uno spirito di attento osservatore di uomini e cose. Uno di questi suoi viaggi lo portò in Calabria, e le impressioni da lui raccolte saranno pubblicate nel volume Viaggio in Calabria (1835). Il viaggio in Calabria fu intrapreso da Duman sotto falso nome, a causa del divieto di entrare nel regno, nell’autunno del 1835, subito dopo aver visitato la Sicilia, in compagnia del pittore Jadin e del cane Mylord. Lo scrittore, sorpreso da una improvvisa tempesta che gli impedì di proseguire la navigazione verso nord, decise di percorrere la Calabria via terra. La prima e principale tappa del suo viaggio fu Scilla. Tra racconti gustosi e personaggi singolari, la permanenza di Dumas a Scilla si trasforma così in un avventuroso racconto stilato con sagacia ed ironia.
“M’incamminai verso Scilla per andare alla ricerca di Jadin.
La distanza da San Giovanni a Scilla è all’incirca di cinque miglia, ma sembra di gran lunga inferiore per il paesaggio pittoresco che costeggia quasi sempre il mare e si sviluppa tra siepi di cactus, di melograni e di aloè, dominati di tanto in tanto da qualche noce o castagno dal fogliame spesso, all’ombra del quale trovavamo più volte seduto un pastorello con il cane accanto, mentre le tre o quattro capre a cui badava si arrampicavano capricciosamente sulle rocce vicine […] per raggiungere i primi rami d’un corbezzolo o d’una quercia verde. Di tanto in tanto sulla strada incontravo anche, a gruppi di due o tre, ragazze di Scilla, di alta statura, dal viso serio e con i capelli ornati di nastri rossi e bianchi come quelli che si ritrovano nei ritratti delle antiche romane. Andavano verso San Giovanni e portavano sulla testa ceste di frutta o brocche di latte di capra. Si fermavano e mi osservavano come avrebbero fatto con un qualsiasi animale a loro sconosciuto; poi si mettevano a ridere rumorosamente, senza alcun imbarazzo, del mio vestito che, interamente sacrificato alla mia grande comodità, a loro sembrava certamente stravagante in confronto al vestito elegante che portano i contadini calabresi.
Tre o quattrocento passi prima di Scilla, trovai Jadin, sistemato sotto il suo ombrellone, con Milord ai piedi e il mozzo accanto; stavano al centro di un gruppo di contadini calabresi che, con grande difficoltà, riusciva a tenere aperto dalla parte della città e che riavvicinandosi sempre per curiosità finivano col formare, ogni dieci minuti, una specie di tenda tra il pittore e il paesaggio. Allora Jadin faceva ciò che fa il pastore: inviava Milord nella direzione in cui voleva che si stabilisse la soluzione di continuità; i contadini, che ne avevano un gran terrore, si allargavano subito, ma, dieci minuti dopo, riprendevano la stessa posizione.[…] Il viaggio m’aveva stimolato l’appetito; invitai perciò Jadin ad interrompere il suo lavoro e a venire a pranzare con me in città; ma Jadin, che desiderava terminare il suo schizzo nella giornata, aveva preso le sue precauzioni per non muoversi dal posto in cui s’era sistemato: il mozzo era andato a cercargli pane, prosciutto e vino e nel momento in cui ero arrivato aveva appena terminato la sua collazione. Decisi quindi di andare a pranzare da solo e m’incamminai verso la città con meno prudenza di Enea, fidandomi del detto antico che Scilla è da temere solo per chi viene dal mare.
Vedrete che mi ingannavo grossolanamente e che avrei fatto meglio a seguire i consigli che, tremila anni prima, Anchise aveva dato ad un altro.
Arrivai in città ammirando la sua strana posizione. Costruita su una altura discende come un lungo nastro sui versante orientale della montagna, poi girandosi a guisa di S viene a distendersi lungo il mare che nella rientranza formata dalla sua parte inferiore trova una piccola rada dove possono avvicinarsi, a quel che mi parve, solo navi da pesca ed imbarcazioni leggere del tipo di speronare. La rada è protetta da un lato da un alto promontorio di rocce sulla cui sommità, da dove si domina il mare, c’è una fortezza costruita da Murat.
Ai piedi della roccia, e sino ad un centinaio di passi nei dintorni, una moltitudine di scogli dalle forme bizzarre emerge capricciosamente dalle acque Alcuni hanno le forme di cani che si sollevano sulle zampe posteriori; probabilmente è qui che è nata la favola che ha dato all’amante del dio Glauco una terribile celebrità.
Da lontano, grazie alla posizione in pendio della strada, avevo visto una casa tra le cui finestre era appesa un insegna che rappresentava un pellicano rosso. Il simbolo dell’uccello che si apre il petto per nutrire i suoi piccoli mi sembrò un allusione troppo diretta all’impegno che si assumeva il padrone della locanda nei confronti dei viaggiatori, perché esitassi un solo istante a lasciarmi prendere da quell’esca. Avrei dovuto tuttavia pensare che ci sono pellicani e pellicani così come ci sono fascine e fascine e che un pellicano rosso non è un pellicano bianco; ma la prudenza da serpente, che mi avevano tanto raccomandato nei confronti dei calabresi, quella volta mi abbandonò ed entrai nella trappola.
Fui meravigliosamente accolto dall’ospite, che, dopo avermi chiesto gli ordini per il pranzo ed avermi risposto con l’eterno subito italiano, mi fece salire in una stanza dove si affrettarono effettivamente ad apparecchiare. Mezz’ora dopo fu lo stesso ospite che mi portò un vassoio di braciole e quando mi vide seduto a tavola, intento a prendere come un affamato l’anticipo della colazione, mi chiese, sempre con lo stesso tono melato, se avevo il passaporto. Non riuscendo a capire l’importanza della domanda, risposi senza preoccuparmi, che non l’avevo, visto che in quel momento non stavo viaggiando, ma puramente e semplicemente stavo passeggiando; pertanto l’avevo lasciato a San Giovanni dove avevo eletto momentaneamente il mio domicilio. Il mio ospite rispose con un benone dei più tranquillizzanti; continuai quindi ad ordinare il mio pranzo che continuò, da parte sua, a servirmi con gentilezza crescente.
Al momento del dessert uscì fuori per andarmi a cercare lui stesso, così disse, i più bei frutti del suo giardino.”
Giuseppe Ribuffo


