Onorio III, nato Cencio ma di famiglia sconosciuta (Roma, circa 1150 – Roma, 18 marzo 1227), fu il 177º papa della Chiesa cattolica dal 1216 fino alla morte.
Non molte sono le notizie sulla sua vita prima del pontificato: in passato fu accostato alle famiglie Savelli e Capocci, ma tali attribuzioni non sono ritenute attendibili.
Fu canonico nella basilica di Santa Maria Maggiore in Roma; divenne quindi ciambellano pontificio nel 1188 e fu elevato alla porpora cardinalizia da papa Celestino III, quale cardinale diacono di Santa Lucia in Silice nel 1193. Sotto i pontificati di Clemente III e Celestino III ricoprì anche l’incarico di camerlengo, cioè tesoriere.
Nel 1196 l’imperatrice vedova Costanza d’Altavilla affidò il figlio Federico II di Svevia alla tutela di papa Innocenzo III, che assegnò a Cencio il compito di seguire l’educazione del futuro imperatore.
In tal periodo cambiò titolo cardinalizio, divenendo nel 1200 cardinale presbitero dei Santi Giovanni e Paolo.
Il 18 luglio 1216 salì al soglio pontificio con il nome di Onorio III, succedendo a Innocenzo III.
Nel cuore del XIII secolo, il 3 luglio 1223, nel settimo anno del suo pontificato, papa Onorio III emanò una bolla pontificia indirizzata ai monaci basiliani del Monastero di San Pancrazio, insediati stabilmente sullo scoglio di Scilla già dall’842 (IX secolo), per volontà dell’imperatrice d’Oriente Teodora.
Il documento attesta e valorizza l’opera di assistenza svolta dai religiosi in favore dei naviganti e dei naufraghi, frequentemente vittime delle insidiose correnti dello Stretto di Messina, ai quali essi assicuravano soccorso materiale e conforto spirituale.
In segno di riconoscimento, con questa bolla l’autorità papale confermava e rinnovava ai monaci specifici privilegi fiscali, attestando così il valore di un operato al contempo caritatevole, sociale e strategico, che intrecciava pietà, sicurezza e vigilanza su uno snodo marittimo di primaria importanza.
Tale attività si svolgeva anche presso la cosiddetta Isola Strofaria, comunità eremitica a essi collegata, situata sul promontorio roccioso di Pacì, che delimita sul versante occidentale la baia di Scilla e si protende nel mare in prossimità dell’imbocco settentrionale dello Stretto di Messina.
In questo luogo si conservano tutt’oggi testimonianze archeologiche della presenza di insediamenti religiosi di epoca medievale.

”«Al priore e ai frati dell’isola di Strofaria.»
Poiché essi, conducendo vita eremitica tra Scilla e Cariddi, offrono ai naviganti conforto e ai naufraghi opportuno soccorso, mettendo a loro disposizione gratuitamente, per dovere di pietà, ciò che preparano con ansiosa cura per il loro povero sostentamento grazie al lavoro delle proprie mani, si concede che siano assolti dal pagamento della ventesima destinata al sostegno della Terra Santa e che, per i beni posseduti all’interno dell’isola di Strofaria, nessuno possa esigere da loro le decime.
Signie III. Non. Iulii anno septimo. – Reg. Vat. lib. 7. epist. 204.^0! 64; Mss. Vallicell. I. 33. – «Religiose pietatis et.”

Il documento è una lettera di privilegio pontificio che riconosce e premia l’opera svolta dalla comunità di monaci eremiti del monastero basiliano di San Pancrazio, situato sullo scoglio di Scilla, presso l’Isola Strofaria, possedimento monastico ubicato sul promontorio di Pacì, in uno dei tratti di mare più pericolosi e simbolicamente evocativi del Mediterraneo.
L’atto emanato si inserisce pienamente nella prassi medievale con cui la Chiesa tutelava comunità religiose povere, impegnate in opere di misericordia in luoghi strategici per la sicurezza e l’assistenza dei fedeli in viaggio. Il testo insiste, anzitutto, sulla condizione di vita dei monaci, descritti come uomini che conducono un’esistenza eremitica “tra Scilla e Cariddi”.
L’espressione ha un valore insieme letterario e concreto, poiché, evocando il mito, Onorio III allude alle storiche difficoltà di attraversamento che caratterizzano lo Stretto di Messina, teatro di correnti violente e di frequenti naufragi.
L’Isola di Strofaria, menzionata nel documento, costituiva una proprietà fondiaria dei monaci di San Pancrazio, situata — come detto — sul promontorio di Pacì, che a occidente chiude la baia di Scilla, e rappresentava una delle poche risorse materiali su cui la comunità poteva contare.
Non si trattava, dunque, di un’isola nel senso stretto del termine, ma di un lembo di terra rocciosa proteso nel mare, facilmente percepito come insulare dal punto di vista della navigazione.
Lontani dal vivere isolati dal mondo, i monaci svolgevano qui una funzione fondamentale per quanti attraversavano quel tratto di mare.
Il documento ricorda, infatti, come i monaci offrissero conforto ai naviganti e soccorso ai naufraghi, accogliendo chi si trovava in pericolo o in difficoltà.
Questo aiuto veniva prestato gratuitamente, come “ufficio di pietà”, attingendo unicamente ai frutti del proprio lavoro manuale, già a malapena sufficienti per garantire il sostentamento quotidiano.
Il testo lascia trasparire un’ammirazione per questa forma di carità silenziosa e concreta, esercitata in condizioni di povertà e di rischio.
È proprio in virtù di questa attività che il papa concede ai monaci importanti privilegi ed esenzioni fiscali.
Essi vengono dispensati dal pagamento della ventesima, un’imposta ecclesiastica pari a un ventesimo dei redditi (5%), spesso destinata al finanziamento di crociate o, come in questo caso, al sostegno della Terra Santa; e dalla decima sui beni posseduti presso l’Isola Strofaria, cioè il tributo ordinario del 10% sui beni o sui redditi dovuto alla Chiesa. L’esenzione dalle decime rappresenta un privilegio di grande rilevanza.
Non si tratta di privilegi concessi per ricchezza o potere, ma di una tutela necessaria a garantire la sopravvivenza di una comunità fragile, il cui servizio aveva una chiara utilità sociale, spirituale e strategica.Nel suo insieme, il documento restituisce l’immagine di un monachesimo di frontiera: povero, esposto ai pericoli del mare, ma profondamente inserito nella realtà umana che lo circonda.I monaci di San Pancrazio, sullo scoglio di Scilla, appaiono così come custodi silenziosi di un passaggio marittimo cruciale, testimoni di una religiosità che intreccia ascesi, carità e servizio ai viaggiatori.La lettera pontificia non fa che riconoscere ufficialmente questa funzione, assicurando loro protezione giuridica affinché possano continuare la loro opera in uno dei luoghi più aspri e simbolici del Mediterraneo medievale, offrendo una testimonianza di grande rilievo per la storia religiosa e civile di Scilla.

Giuseppe Ribuffo