Henry Swinburne (Bristol, 8 luglio 1743 – Trinidad, 1 aprile 1803) è stato uno scrittore e viaggiatore britannico, di nobile famiglia di religione cattolica.
Studiò a Parigi, Bordeaux, e all’Accademia Reale di Torino, dove si dedicò agli studi della letteratura e dell’arte, acquisendo ottima padronanza della lingua italiana; dopo il matrimonio in Gran Bretagna, continuò i suoi viaggi con la moglie.
Viaggiò molto per l’Europa, ma i più famosi sono i suoi viaggi in Spagna e nel Regno delle Due Sicilie, che descrisse in due opere dalla grande fortuna: Viaggio in Spagna, (1779), e Viaggio nelle Due Sicilie (1783).
La sua passione per viaggi e luoghi esotici lo spinse fino a Trinidad (Antille), dove si recò con l’incarico di battitore d’asta (vendue-master), e dove morì all’età di sessant’anni.
Il 7 febbraio 1778 nel corso del suo viaggio nel Regno delle due Sicilie, Swinburne giunge a Scilla risalendo lo stretto in barca da Messina.
Di formazione illuminista, dotato di una buona cultura, che comprendeva solide conoscenze dell’economia, il viaggiatore inglese osserva i luoghi, la natura del terreno, le condizioni degli abitati, con uno spirito laico, diremmo oggi, attento a cogliere la realtà come si presenta, senza ricostruzioni fantastiche, voli pindarici, inutili sfoggi di cultura.
Nota la bellezza della natura, si sofferma sulla descrizione morfologica della sua minacciosa rupe, generatrice delle antiche leggende legate al rischioso passaggio lungo questo turbolento tratto di mare.

“Il 7 febbraio 1778, alle tre del pomeriggio, mi imbarcai con i miei due domestici.[…] Con questo equipaggiamento ridicolo lasciammo Messina, costeggiando la spiaggia di La Grutta, famosa meta di pellegrinaggio, […] e raggiungemmo Capo Peloro e la Torre del Faro, situata su di una lunga striscia di sabbia che si inoltra nel mare per un miglio e mezzo oltre la costa calabra, che qui è molto alta e ripida.[…] È così difficile navigare all’entrata dello stretto ché ci sono sempre piloti pronti a prendere il mare non appena avvistano qualche imbarcazione al largo.[…] Mi fermai qualche minuto per dare un’occhiata al panorama di Messina, che da questa posizione appare bellissima.
Quindi doppiai Capo Peloro, promontorio a nord di quel triangolo per il quale viene attribuito alla Sicilia il nome di Trinacria, come sua figura simbolica.
Passammo assai vicino ai temuti scogli di Scilla senza prendere rischi, poiché le acque non erano agitate e le onde non si frangevano alla base della rupe, né muggivano fra le sue caverne.
Quando scoppia una tempesta, l’impeto e il fragore delle onde che si infrangono in queste cavità, sono veramente terribili, e capaci di incutere terrore ai più intrepidi marinai, se il vascello si avvicina a questo scontro di elementi.
Un grande castello occupa la sommità di questa rupe famosa, dalla quale si stendono due serie di case, da una parte e dall’altra, fino alla spiaggia, che ha forma di semicerchio, alberata e protetta da scogli altissimi.
Gli abitanti di Scilla sono marinai e pescatori laboriosi, e hanno fama di persone miti e oneste, ma non prive di animosità se oppressi dai potenti.
Ultimamente hanno dato prova del loro coraggio e della loro tenacia in una controversia avuta con il signore del castello. Il principe di Scilla, che appartiene alla famiglia Ruffo, fu accusato di esercitare la più odiosa tirannia sui propri sottoposti e di servirsi di una banda di malviventi per attentare non solo alle proprietà ma anche alla vita degli infelici abitanti.
La pervicacia del barone nel comportarsi in questo barbaro modo li spinse a un tentativo del tutto inconsueto in una regione in cui il dominio dei nobili è ancora così saldo.
Costituirono un comitato e lo inviarono per mare a presentare le proprie lagnanze al sovrano per implorare la protezione di costui, l’unico che potesse intervenire in loro aiuto.
Questi patriottici cittadini non furono per niente intimiditi né dalla prepotenza dei baroni, che sicuramente avrebbero fatto causa comune contro chi attaccava uno di loro, né dalle spese che avrebbero dovuto affrontare nonché dagli altri guai che avrebbero dovuto subire in caso di insuccesso della loro iniziativa.
Essi tennero conto solo delle ingiustizie patite e dell’acutezza del loro risentimento e andarono dritti allo scopo con determinazione incrollabile.
Nel corso della disputa trovarono un abile consigliere nel loro concittadino padre Antonio Minasi, alla cui intelligenza e fattività si deve probabilmente la loro vittoria contro l’avversario, vittoria non completa come avrebbe richiesto la bontà della loro causa, ma certamente straordinaria, vista la disparità delle parti in causa, e che ridonda in onore del sovrano, il quale dovette incontrare incredibili ostacoli prima di ottenere una conoscenza chiara e attendibile della situazione su cui fondare la propria sentenza, che risultò molto umiliante per il principe di Scilla.”

Infine Swinburne ricorda un episodio emblematico che illumina la condizione sociale del Mezzogiorno d’Italia durante il ‘700.
Egli racconta della ribellione degli abitanti di Scilla contro il loro signore feudale, Don Fulcone Ruffo, il cui potere viene presentato come arbitrario e oppressivo.
Attraverso questo episodio, l’autore mette in evidenza le distorsioni di un sistema fondato sull’abuso dell’autorità nobiliare.
Ciò che colpisce maggiormente è la reazione del popolo di Scilla: uomini semplici, legati al lavoro del mare, che trovano però la forza di riconoscersi come comunità e di agire collettivamente.
La decisione di costituire un comitato per rivolgersi direttamente al sovrano, Ferdinando IV di Borbone, rappresenta un gesto di grande rilievo per l’epoca, poiché infrange la consuetudine della sottomissione passiva al potere baronale.
In questo comportamento emerge una profonda coscienza civile e un forte senso di dignità collettiva.
Fondamentale è la figura del padre scillese Antonio Minasi, che assume il ruolo di guida morale e intellettuale della città.
Grazie alla sua capacità di orientare l’azione dei cittadini, la protesta si trasforma in una rivendicazione razionale e legittima.
Sebbene l’esito non sia quello sperato, la vicenda si conclude con una significativa affermazione morale e politica degli abitanti di Scilla.
Attraverso questo racconto, Swinburne restituisce l’immagine di una comunità viva e consapevole, capace di opporsi all’ingiustizia e di affermare la propria identità storica e civile.
Il passo diventa così una preziosa testimonianza storica e sociale, capace di far emergere la voce degli abitanti e la realtà quotidiana di una città del Mezzogiorno d’Italia nel XVIII secolo.

Giuseppe Ribuffo