Nacque a Scilla l’8 dicembre 1757, da Francesco e Caterina Dieni, e crebbe nella famiglia accanto al fratello maggiore Rocco, il quale si era per tempo avviato agli studi scientifici.
Già da fanciullo rivelava un particolare gusto per il disegno e una decisa capacità artistica.
Disegnava ovunque, specialmente in campagna, dove si sentiva libero di incidere sulle pietre o sul terreno gli animali che incontrava, nelle diverse posizioni che assumevano.
Di conseguenza, i familiari si convinsero che Mariano dovesse seguire la via dell’arte e lo mandarono a Napoli, alla scuola del pittore De Dominicis e a quella dello scultore Sammartino.
Egli progrediva nel campo delle espressioni artistiche, ma di frequente si dilettava a incidere sul rame figure e segni alfabetici con grande eleganza.
Ciò fu notato dal dotto cugino, il frate domenicano Antonio Minasi, il quale pensò bene di avviarlo allo studio dell’incisione. In tale arte era famoso, in quegli anni, il maestro fiorentino Bartolozzi.
Questi, nel 1764, si era trasferito in Inghilterra su invito di Dalton, bibliotecario di Giorgio III, e vi aveva portato la sua già famosa scuola, alla quale si erano distinti rinomati discepoli italiani come Minasi e Schiavonetti, e stranieri come Tom Kins.
Non era però facile che il giovane Mariano fosse accolto alla scuola del Bartolozzi; sicché l’influente frate si giovò, a tal fine, dell’amicizia di madame Swinburne e di Sir Hamilton, ambasciatore inglese presso la Corte di Napoli, e raggiunse così il suo scopo.
La generosità della Corte Reale napoletana fece il resto, in quanto gli venne incontro finanziando, con decreto governativo, il viaggio, la permanenza a Londra e le spese per la frequenza alla scuola del Bartolozzi.
Dopo tre anni di assiduo lavoro, Mariano acquisì grande fama e una solida fortuna, giacché, divenuto stimatissimo nell’ambiente londinese, pensò di far fruttare la sua arte incisoria diventando negoziatore di stampe.
Per il suo lavoro si avvalse dei disegni di Westal, Mayer, Du Creu, Lady Wertley, Lady Besborovgh e William Loch, pittori stranieri, e di artisti italiani come Pellegrini e Salvini.
Attinse però anche ai grandi maestri italiani del passato, quali Raffaello, Veronese, Correggio e Parmigianino.
Le sue opere furono molte e di vario genere: trattavano argomenti di mitologia, allegoria, storia, realtà naturale e sociale. Tuttavia, il campo in cui si distinse maggiormente fu quello dei ritratti.
Ammiratissimi furono i suoi ritratti della Principessa del Galles, della Regina di Francia, Luigi XVI e Henry Swinburne.
L’opera che però lo distinse più di ogni altra, perché realizzata con tutto l’impegno e il genio artistico ispirato dal profondo sentimento di gratitudine, fu quella raffigurante la famiglia Reale di Napoli, basata su un disegno della pittrice Angelica Kauffman.
I reali Borbonici gli avevano infatti generosamente offerto la possibilità di divenire ciò che egli era riuscito a diventare. Tale opera rappresenta la più superba espressione della sua arte, sia per la «verità delle fisionomie», sia per il tono dei colori, le tinte e le impercettibili sfumature che conferiscono all’insieme un’armonia e una serenità insuperabili.
Di quest’opera il Bova inviò a Napoli dodici copie, corredate di cornici in metallo dorato e cristalli.
Esse furono presentate per suo conto dallo stesso ambasciatore inglese alla Corte Napoletana, dalla quale furono molto apprezzate.
Il rapporto di ottimi e reciproci sentimenti amichevoli fu nuovamente attestato dai Sovrani Borbonici in un’altra vicenda molto penosa per il Bova.
Allorquando egli, approfittando della presenza del fratello Rocco a Londra — che poteva così rimanere a capo della calcografia e del negozio — decise di tornare in Italia, dove vantava un credito di ventidue mila sterline, giunto a Messina credette opportuno spedire a Londra un prezioso carico di oggetti d’arte.
Tuttavia, questi vennero trafugati nel mare di Sardegna.
La sua angoscia fu tremenda e lo precipitò in una nera malinconia che egli non riusciva a superare.
Allora la benevola e generosa Corte Napoletana, per alleviare lo stato di prostrazione nel quale Mariano era caduto, elargì in favore dell’incisore famoso una pensione di trecento ducati; e, allorquando egli decise di rimanere a Messina, gli conferì l’incarico di professore di disegno in quel Collegio Reale.
Tra le molte altre stampe, il Bova curò quelle fatte disegnare al Fortuyn dal Padre Antonio Minasi: esse illustravano vari siti della Calabria e di Scilla in particolare.
A Messina continuò a lavorare; ma, oramai, gli mancava l’entusiasmo e il motivo trainante verso il «bello» della vera arte, sicché tale sua ultima produzione non fu la migliore del suo arco produttivo.
Visse ancora alcuni anni a Messina e morì il 9 aprile 1813.
Le sue spoglie trovarono sepoltura nella Chiesa dei Cappuccini di Messina, mentre il suo ritratto, dipinto dal pittore Pellegrini, è custodito a Londra dalla Società degli Incisori.

Giuseppe Ribuffo