Nato il 7 agosto 1743 da Francesco e Caterina Dieni, Rocco Bova fu dotato di un ingegno fertile.
Delle sue eccellenti doti intellettuali fu colpito il già celebre zio Giuseppe, il quale lo avviò agli studi di lettere, scienze matematiche e medicina, ammettendolo a frequentare la rinomata scuola che egli teneva a Scilla.
A diciassette anni, allo scopo di proseguire gli studi, entrò nel Seminario di Reggio Calabria, dove fu allievo del Morisani.
Per coltivare ulteriormente la sua inclinazione per le scienze fisiche e matematiche, si trasferì nel convento dei Minimi di San Francesco di Paola, dove il padre correttore, frate Alessandro Ala, e frate Domenico Caristina si distinguevano come maestri di tali scienze.
Completato quel corso di studi, lo zio Giuseppe decise di inviarlo a Bologna, affinché si addottorasse in medicina; ciò avvenne nel maggio del 1765.
Iscrittosi a quell’Università, si dedicò allo studio dell’anatomia, della medicina, della fisica, della botanica, dell’astronomia e del calcolo.
In breve tempo acquisì tale perizia da progettare quattro orologi solari ai quattro angoli della specola.
Attratto dalla fama degli esperimenti di elettricità che a Firenze conduceva l’abate Fontana, vi si trasferì. Qui conobbe il dottor Giovanni Lami, già amico dello zio Giuseppe, e, come quest’ultimo, pubblicò sulle «Novelle letterarie» varie dissertazioni. Fu socio dell’Accademia Fiorentina, degli Apatisti e di quella Botanica.
Scrisse una memoria astronomica che inviò all’Elettore Palatino, Carlo Teodoro di Mannheim, dal quale ricevette una medaglia d’oro in segno di apprezzamento e una lettera nella quale l’Elettore assicurava Bova di aver fatto esaminare la sua memoria dal proprio astronomo, il gesuita padre Mayer, il quale l’aveva giudicata molto originale, in quanto trattava argomenti mai affrontati da altri studiosi.
Quando l’Accademia di Francia chiese all’abate Fontana di indicare un astronomo italiano che si recasse in Giappone per compiere le dovute osservazioni del passaggio di Venere sul disco solare, l’abate, che conosceva le capacità di Bova, lo propose per tale incarico.
Ma egli non accettò, poiché era stato chiamato a Napoli dal marchese Vargas Macciucca, che gli offriva l’incarico di insegnante di fisica sperimentale nel Reale Collegio del Salvatore. Giunto a Napoli in ritardo, trovò tuttavia la cattedra già occupata da un altro professore, sicché dovette accontentarsi di insegnare matematica nel collegio di Salerno.
Frattanto decise di laurearsi in filosofia e medicina, sia per aderire al desiderio dello zio, celebre medico, sia per poter esercitare egli stesso la professione.
Durante questi anni, su incarico del priore della Certosa di San Martino, l’abate don Alessio Pansa, compì il suo più grande capolavoro: creò una meridiana di perfetta esecuzione.
Nella Certosa di San Martino, a Napoli, è ancora oggi possibile osservare tre pregevolissimi orologi solari; il primo, il più bello e famoso, è la linea meridiana che si trova nel Quarto del Priore, realizzata nel 1771 proprio da Bova.
Il Quarto del Priore è l’appartamento della guida spirituale della comunità certosina; comprendeva le stanze del priore e una biblioteca.
La meridiana è collocata nella sala 33 dell’antica biblioteca ed è incastonata in un pavimento di riggiole in cotto maiolicato, realizzato dall’artista napoletano Leonardo Chiaiese.
La linea meridiana si presenta come uno dei più singolari e complessi esempi del suo genere, sia per il disegno artistico delle fasce di bronzo, sia per la quantità di informazioni astronomiche, geometriche e geografiche che fornisce nel fitto intreccio di dati leggibili, sia ancora per la sua prestigiosa collocazione
all’interno di un’architettura di grande pregio, che dialoga attivamente con essa. Essa costituisce, infatti, «una tra le più alte espressioni del Settecento napoletano».
Oltre che per la sua bellezza, colpisce per la sua scientificità e completezza.
Su strisce di bronzo, disposte a forma di colonne, sono incise le gradazioni della luce diurna, con la possibilità di individuare, per ogni giorno, l’ora dell’alba e del tramonto, l’altezza e la declinazione del Sole; è inoltre indicato in quale giorno cadono le domeniche dell’anno, secondo un calendario perpetuo.
Ammirevoli sono le due rose dei venti in marmo grigio e la costellazione, con le stelle posizionate lungo la linea meridiana in corrispondenza del periodo dell’anno in cui transitano a mezzanotte sul meridiano locale.
Infine, simboli e immagini – tra cui un volto umano, forse un autoritratto dello stesso Bova – rappresentano i segni zodiacali, il Sole, un golfo (probabilmente Napoli), un paesaggio montuoso e piccoli porticcioli.
Rocco Bova è stato altresì autore di un’altra linea meridiana, oggi scomparsa insieme all’edificio che la conteneva, ossia il Palazzo dell’Orsolone ai Camaldoli, sempre a Napoli.
L’anno seguente, nel 1773, fu nominato dalla Corte maestro di trigonometria presso il Reale Collegio del Salvatore di Napoli, dove insegnò fino alla chiusura dell’istituto, avvenuta nel 1779.
In quel torno di tempo, per iniziativa di monsignor Galliani, che ne era direttore generale, si stava compilando la grande carta geografica del Regno. Conosciuta la bravura di Bova, Mons. Galliani gli affidò l’incarico di collaborare a tale opera, coadiuvando il geografo Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. Bova accettò e ebbe così modo di conoscere molte province, esperienza che gli fu utile per l’elaborazione della carta.
Nel 1782 realizzò un’altra meridiana presso il Monastero della Trinità della Cava, su invito dell’abate padre Pasqua. Alla morte dello zio Giuseppe, avvenuta a causa del terremoto del 1783, Rocco fu costretto ad accorrere a Scilla per tutelare gli interessi della famiglia, rimasta priva di un sostegno così importante.
Qui incontrò il dotto cugino Antonio Minasi, che era stato inviato dall’Accademia Reale, insieme ad altri scienziati, per studiare i fenomeni causati dal grave terremoto che aveva colpito la Calabria; insieme a loro dedicò a tale compito la propria preparazione scientifica, formulando acute osservazioni.
Ciò gli permise, trovandosi più tardi a Londra presso il fratello Mariano, di mettere in evidenza gli errori commessi dal cavaliere Guglielmo Hamilton nella relazione sul disastro calabrese del 1783, da lui redatta e inviata alla Reale Accademia della capitale inglese.
Bova ebbe così l’occasione di scrivere, a sua volta, una dotta memoria sull’argomento e di presentarla alla stessa Accademia Reale, dalla quale fu elogiata.
Durante il suo soggiorno a Londra gli fu proposto di assumere la cattedra di lettere presso l’Università di Cambridge, incarico che non accettò a causa dell’obbligo di risiedervi per sei anni.
Qui conobbe illustri personalità del mondo letterario e scientifico, come il celebre astronomo Lalande, e figure politiche di rilievo, tra cui il corso Pasquale Paoli, che gli fu generoso amico.
Dopo il disastro del 1783 si stabilì definitivamente a Scilla, dove creò una famiglia sposando Maria Angela Minasi. Al suo paese dedicò il resto della sua vita e ne divenne sindaco nel 1798.
In tale veste si recò prima a Palermo, presso il sovrano, e poi a Napoli, dal luogotenente, il cardinale don Fabrizio Ruffo, per perorare la causa dei suoi concittadini, che chiedevano il ripristino del privilegio – già concesso loro dall’imperatore Carlo V – di importare dalla Sicilia, esenti dalla regia tratta, determinate quantità di grano e di legumi.
La fine della feudalità, che aggiunse nuove contese alle vecchie liti sorte tra l’Università di Scilla e il feudatario, trovò Rocco Bova impegnato a favore del paese, come aveva già fatto nel 1776 e nel 1778 dinanzi alla S. Giunta di Scilla e al S.R. Consiglio, insieme all’autorevole P. Antonio Minasi.
Essendo sorte questioni sulla foresta d’Aspromonte, si recò a Monteleone (oggi Vibo Valentia) presso l’intendente, lo storico Pietro Colletta.
Da lui ricevette l’incarico di redigere la pianta topografica del territorio di Scilla, cosa che eseguì egregiamente allo scopo di risolvere la lite con i Ruffo.
Fu legato da grande affetto al celebre cugino Antonio Minasi, di cui pubblicò lo studio sul granchio paguro, corredandolo di una lunga introduzione nella quale mise in evidenza i meriti e le opere del grande cugino naturalista. Rocco Bova morì il 27 giugno 1831.

Giuseppe Ribuffo