Lazzaro Spallanzani (Scandiano, 12 gennaio 1729 – Pavia, 11 febbraio 1799) è stato un presbitero, scienziato e biologo italiano. Studiò retorica e filosofia al collegio dei Gesuiti di Reggio Emilia e filosofia naturale, matematica, greco e astronomia all’Università di Bologna.
La sua carriera accademica cominciò nel 1757 come professore di fisica e matematica all’Università di Reggio Emilia; nel 1762 fu ordinato sacerdote e, dal 1763, insegnò filosofia a Modena, dove si conquistò una reputazione europea, spostando progressivamente i suoi interessi verso tematiche naturalistiche.
Nel 1769 giunse a Pavia, dove si dedicò all’insegnamento e alla direzione del Museo di Storia Naturale.
La sua fama è legata a una serie di ricerche e scoperte che rivoluzionarono le scienze della vita, tra cui la confutazione della vecchia dottrina della generazione spontanea — secondo cui la vita nasce spontaneamente dalla materia inanimata —, la realizzazione delle prime inseminazioni artificiali negli anfibi, gli studi sulle rigenerazioni animali, sulla respirazione e sulla ecolocazione (la capacità dei pipistrelli di orientarsi al buio tramite ultrasuoni).
Effettuò numerosi viaggi; celebre fu quello nelle Due Sicilie nel 1788, raccontato nell’opera scientifica e di viaggio in sei volumi Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino (1792). Il resoconto descrive un lungo itinerario compiuto dallo studioso nel 1788 attraverso il Sud Italia, con l’obiettivo di studiare i fenomeni vulcanici, la geologia e la fauna marina. Il Capitolo XXVI è dedicato alla sua permanenza presso la città di Scilla, e rappresenta una delle pagine emblematiche del pensiero dello Spallanzani, poiché pone Scilla e il suo scoglio al centro di un’indagine che unisce letteratura e scienza. Per l’autore, Scilla non è solo un punto geografico o una leggenda dei naviganti, ma diventa il simbolo della verità naturale che sopravvive al tempo e al mito. L’importanza di questo luogo risiede nella sua capacità di fare da ponte tra le “esagerate descrizioni” dei poeti e la realtà fisica dei fatti. Spallanzani eleva Scilla a oggetto di studio fondamentale per dimostrare che la natura, anche quando appare terrificante, risponde a leggi precise.
Affrontando questo luogo “cotanto risaputo”, lo studioso non vuole cancellare la bellezza della poesia di Omero e Virgilio, ma nobilitarla, trovando nel mondo reale le cause dei fenomeni descritti. Scilla emerge così come una chiave di lettura universale: un monumento naturale immutato da millenni, la cui analisi consente di trasformare il timore superstizioso in conoscenza razionale e scientifica, confermando l’autorità dell’osservazione diretta su ogni fantasia antica.
“Scilla e Cariddi, secondo il favoleggiar de’ poeti, sono due voracissimi mostri marini che tengon mai sempre aperte le spaventose lor bocche, per inghiottire i miseri naviganti, l’uno in agguato al destro, l’altro al sinistro capo dello Stretto di Messina, là dove l’Italia e la Sicilia si affrontano. Virgil. Eneid. lib. III.
Io non ho avuta difficoltà di valermi de’ versi d’un poeta in un libro consacrato alle ricerche della verità,
nè l’avrò tampoco di produrre or quelli di un altro poeta; conciossiachè di mezzo a queste esagerate e fantastiche descrizioni di Scilla e di Cariddi vi si riscontri il suo vero, d’altronde porgono argomento a interessanti ricerche.
Creduto avrei però di meritare le maggiori riprensioni, se trovandomi alle sponde dello Stretto messinese, cercato non avessi di accostarmi a questi due luoghi, cotanto risaputi e cotanto celebri per gli stessi naufragi. Presi prima le mosse su d’un battello alla volta di Scilla.
Gli è questo un altissimo scoglio da Messina distante 12 miglia, che cade a piombo sul lido della Calabria, al di là del quale siede la picciola città che porta cotal nome.
Quantunque non facesse quasi vento, pure a due miglia dallo scoglio cominciai ad udire un mere, un tuonare, e quasi un confuso latrar di cani; e fattomi più dappresso, non penai a scoprirne la verace cagione.
Cotesto scoglio nella inferior parte apresi in più caverne, una delle quali è spaziosissima, da’ Scillani Dragara denominata.Le onde pertanto agitate, con empito entrando dentro di esse, e per attorno frangendosi, riversandosi, confondendosi, e levando alto spruzzi e bolle schiumose, creano que’ moltiplici svarianti fragori.
Mi accorsi allora quanto acconciamente Omero, e dopo lui Virgilio, volendo animar Scilla e ritrarla al naturale, la rappresentino insidiosa nella oscurità di una vasta caverna; quegli attorniata i fianchi da rabbiosi latranti mastini, questi da lupi, per amplificarne l’orrore. Omero, Odis. lib. XIII.
Ma il greco poeta mettendo sott’occhi lo scoglio albergatore di Scilla, meglio del Latino finisce il quadro,
là ove cel rappresenta di tanta elevatezza, che ha sempre il capo coronato di nubi; ed è sì ripido, sì liscio,
sì sfuggevole, che a niun mortale conceduto sarebbe il salirlo, eziandio se di venti mani e di venti piedi corredato egli fosse. Omero, ibid.
Tale, son già tremila anni, o in quel torno, appariva lo scoglio di Scilla, secondo le osservazioni di Omero,
e tale oggigiorno apparisce nè più nè meno.
Tanta esattezza in questo veracemente primo Pittor delle memorie antiche, da illuminati viaggiatori in altri suoi racconti notata, prova mirabilmente che il pelo dell’acque del mare era ivi in quel tempo a un dipresso alla medesima altezza in cui lo veggiamo al presente; giacchè se d’allora in poi di alcune pertiche si fosse il mare abbassato, il piede di detto scoglio, che secondo le mie osservazioni non pesca molto profondo, sarebbe restato in secco.
E questo io lo reputo uno dei forti argomenti che i più notabili abbassamenti del mare sono anteriori a quell’epoca. Questa è la posizione e la natura di Scilla. Veggiamone ora i pericoli.
Quantunque la marea nell’ ampiezza del Mediterraneo sia quasi insensibile, ella è però fortissima nello Stretto di Messina, a motivo delle sue angustie, ed è regolata come altrove dalle consuete periodiche elevazioni e depressioni dell’acque.
Ove il flusso o vogliam dir la corrente sia accompagnata da vento che soffi a seconda di lei, non hanno di che temere i bastimenti, poichè o non entrano nello Stretto se queste due forze cospiranti sieno ad essi contrarie, e però in vicinanza danno fondo; o se sono favorevoli, a gonfie vele vi entrano, ed il corrono con tanta rapidità, ch’egli è un andar su per l’acque a volo.“
Giuseppe Ribuffo


