Igino, detto l’Astronomo o il Mitografo per distinguerlo dagli omonimi, è stato uno scrittore romano. La sua figura è tuttavia incerta: per lungo tempo gli studiosi lo hanno identificato con Gaio Giulio Igino, liberto di Augusto e direttore della Biblioteca Palatina; oggi, invece, si tende a distinguere le due personalità e a collocare il mitografo in età imperiale, intorno al II secolo d.C.
Della sua vita non possediamo notizie sicure. È però noto per l’attenzione alle fonti greche, grazie alle quali ha contribuito a tramandare il contenuto di opere, soprattutto tragedie, oggi perdute.
A lui è attribuito un trattato astronomico, intitolato De astronomia, in cui sono raccolte nozioni sulla Terra e sullo zodiaco, insieme ai miti relativi al cielo e alle costellazioni, nonché al moto degli astri.
Tuttavia, la sua fama è legata soprattutto alle Fabulae, una raccolta di brevi racconti mitici di tradizione greca, databile al II a.C. e concepita probabilmente con finalità didattiche, simili a quelle di un moderno manuale scolastico.
L’opera comprende complessivamente 277 sezioni (non tutte pervenute), configurandosi come un vero e proprio compendio di mitografia.
Nella sezione 199 delle Fabulae, Igino tramanda uno dei miti principali legati alla città di Scilla e alla sua fondazione: la vicenda dell’amore travagliato tra Glauco e Scilla.
Il racconto è presentato in forma estremamente sintetica e tipicamente mitografica: l’autore si concentra sugli snodi essenziali del mito – la trasformazione di Glauco, il rifiuto di Scilla e la punizione inflitta da Circe – riducendo al minimo l’elaborazione narrativa e privilegiando la successione causale degli eventi.
In questo modo, Igino tramanda una versione compatta della tradizione, funzionale alla conservazione del mito e alla spiegazione dell’origine della metamorfosi di Scilla.
“Raccontano che Scilla, figlia del fiume Crateide, fosse una fanciulla bellissima. Di lei si innamorò Glauco, che a sua volta era amato da Circe, figlia di Sole. Scilla aveva l’abitudine di lavarsi in mare; e Circe, gelosa, avvelenò l’acqua con i suoi filtri. Quando Scilla s’immerse, dai suoi inguini spuntarono dei cani e divenne un mostro selvaggio. Ella poi si prese la rivincita delle offese patite: infatti divorò i compagni di Ulisse che le sfilava vicino sulla nave.”
La mitologia greca è ricca di storie d’amore travagliate, passioni non corrisposte, gelosie furiose e vendette. Scilla, in particolare, è stata teatro e ambientazione privilegiata di questi racconti, entrati a pieno titolo nel patrimonio culturale e folclorico dell’umanità.
Tra queste storie legate alla città si annovera anche quella che identifica Scilla, figlia del dio Forco e della dea Crateide, come una ninfa di straordinaria bellezza, destinata a trasformarsi in un terribile mostro marino a causa di una vendetta d’amore. Il racconto narra infatti dell’amore ossessionato di Glauco per la ninfa e della furiosa gelosia di Circe, che condannò la povera Scilla a un’eternità da mostro, relegata in un antro posto alla base della omonima roccia che ancora oggi porta il suo nome, situata all’imbocco settentrionale dello Stretto di Messina. Si racconta un giorno, che nei pressi dello Stretto di Messina, Glauco un pescatore dal bell’aspetto, di ritorno da una pesca abbondate, stese su un prato le sue reti per farle asciugare al sole. All’improvviso si accorse che i pesci, dapprima intrappolati nelle reti, ricominciavano a muoversi gettandosi nuovamente in mare. Preso da un’illuminazione, si rese conto che il merito di un tale fenomeno era di quella strana erba. Curioso di scoprirne le magiche proprietà, mangiò qualche filo d’erba e in quel momento il suo aspetto cominciò a mutare, assumendo le sembianze di un dio marino con una lunga coda di pesce e una barba dai riflessi verdi.
Il novello dio Glauco presto s’imbatté in una ninfa di straordinaria bellezza, Scilla, che era solita bagnarsi nelle acque di un lido sabbioso vicino, e se ne innamorò subito pazzamente. Scilla ascoltò di buon grado le rime d’amore di Glauco, ma scelse di rifiutare il corteggiamento del dio marino impaurita dalle sue strane sembianze. Glauco, folle di passione, decise, quindi, di recarsi a chiedere l’aiuto della maga Circe. Il dio marino desiderava che la maga producesse per lui una pozione che facesse innamorare Scilla, ma Circe era ben lontana dall’accontentare la sua richiesta, essendo, infatti, anch’essa presa da un’intensa passione verso quest’ultimo. Si offrì, dunque, a Glauco, che la respinse in nome dell’amore che provava per Scilla. Circe così, accecata dalla rabbia, attuò una crudele vendetta nei confronti della rivale in amore e trasformò la bellissima ninfa Scilla in un orrido mostro marino. Contaminò con una pozione magica le acque della caletta in cui Scilla era solita fare il bagno e, nell’esatto momento in cui il corpo della fanciulla fu bagnato, cominciò a mutare. Vide intorno a se spuntare mostruose teste di cane, rabbiose e ringhianti. Spaventata cercò di scacciarle ma si accorse che quei musi erano attaccati al suo ventre tramite sei colli serpentini alle cui estremità erano poste sei teste feroci di cane latranti, ognuna con tre file di denti aguzzi. Specchiandosi nell’acqua Scilla osservò con disperazione il suo nuovo aspetto, dai fianchi in su era rimasta la splendida ninfa che era, ma il resto del suo corpo era diventato un mostro. Presa dalla disperazione Scilla si rifugio in una profonda grotta posta ai piedi di un alta roccia poco distante dai luoghi in cui era solita bagnarsi, proprio davanti il gorgo di Cariddi. Il terribile odio nei confronti di Circe gorgogliava nel suo animo e la vendetta non si fece attendere.
La furia di Scilla si abbatté sulla nave di Ulisse, l’unico che aveva avuto il coraggio di attraversare quel tratto di mare. L’eroe omerico sopravvisse, ma perse ben sei dei suoi compagni.
Giuseppe Ribuffo


