Carmine Pirrotta nacque a Scilla il 1° aprile 1936 e qui sviluppò, fin da giovanissimo, una naturale inclinazione per il disegno e la scultura.
Dopo gli studi alla Scuola d’Arte di Reggio Calabria, emerse come artista dal tratto forte e immediato, profondamente legato al suo territorio. Scilla, i suoi pescatori e il paesaggio dello Stretto furono al centro della sua ispirazione.
Il suo percorso artistico risentì dell’influenza della “Scuola degli Artisti di Scilla”, fondata da Renato Guttuso nel 1949 nel rione di Chianalea.
Nonostante la breve durata, quell’esperienza lasciò in lui un’impronta decisiva, valorizzando la luce e i colori del borgo e affinando la sua tecnica, oltre a migliorare il suo talento e le sue capacità innate.
Pirrotta ne trasse una base solida, affinando uno stile ben riconoscibile: forme forti e plastiche, figure scolpite dal colore, prospettive essenziali e un tratto potente, che privilegiava l’impatto visivo rispetto alla morbidezza dello sfumato.
Il suo amico e coetaneo Vincenzo Paladino, nella sua opera Calabria Ultima, lo descrisse come un artista istintivo e tormentato, capace di dare vita a opere che restano impresse per forza e originalità:

«Non veva dietro una scuola, ma aveva soprattutto l’unghiata del disegnatore e lo sapeva; per lui veniva prima la cosa, l’oggetto, la figura, la prospettiva: perciò ignorava lo sfumato, la macchia, il fraseggio cromatico, l’informale, mentre mirava a forme fortemente, violentemente sbalzate, corpose, aggressive. […] Bastava vederli una volta per dire: quello è Pirrotta».

La sua fu un’esistenza intensa, tormentata e segnata dal dolore. La morte improvvisa del padre, ucciso dal crollo del cornicione della Chiesa di San Rocco, e una storia d’amore osteggiata incisero profondamente sul suo equilibrio e sulla sua pittura.
Nel 1967 venne ricoverato per gravi problemi di natura psichica, dai quali purtroppo non si riprese più. Nonostante queste difficoltà e uno stato di grande indigenza, continuò a dipingere senza interrompere la propria produzione artistica.
Tra le numerose opere realizzate si ricordano, tra gli oli su tavola, La televisione (1960) e Natura morta (1970); tra gli oli su cartoncino, Autoritratto (1960), Fiori (1970) e ’u vapuri (1973); tra le tempere su carta, Ulivi (1965).
Tra le sculture si ricordano il Luntre in gesso, posto all’ingresso del Palazzo Comunale di Scilla, e i monumenti ai caduti della Prima guerra mondiale, collocati a Scilla (Largo San Giuseppe, 1960), a Melia (Piazza San Gaetano, 1960) e a Sinopoli (Piazza Municipio).
Numerose sue opere di pittura e scultura sono gelosamente custodite in collezioni private italiane ed estere.
Partecipò a mostre collettive nel 1959 a Reggio Calabria e a mostre personali dal 1961 al 1963 e nel 1966 nella stessa città; espose inoltre nel biennio 1969-1970 a Trieste e nel 1970 a San Benedetto del Tronto.
Ricevette numerosi premi e segnalazioni; tra questi, il più prestigioso fu la medaglia d’oro nel 1967.
Una certa sordità e refrattarietà umana e culturale contribuirono, in qualche modo, a trasformare quella che avrebbe potuto essere una privilegiata avventura artistica in un’esistenza misconosciuta, dannata e tormentata, facendone quello che, in ambito letterario, si definirebbe un “pittore maledetto”.
Visse gli ultimi anni ritirato in solitudine nella sua casa del rione “Bastìa”, nel quartiere San Giorgio di Scilla, dipingendo e disegnando su ogni tipo di supporto o superficie: la stessa abitazione, il tetto e le mura divennero scena della sua arte pittorica. Diede così intenso sfogo alla sua creatività da trasformare la sua casa in una sorta di piccola Cappella Sistina.
Per descrivere l’estro della sua immensa arte non vi sono «né occhi, né mani, né parole per la gelida, buia, delirante solitudine», mentre egli continuava, ossessivamente, a spatolare la tela e la creta e ad affrescare le pareti e la volta — «il cielo senza stelle» — della sua angusta e lugubre cella.
L’artista scillese era di animo buono e, senza dubbio, avrebbe meritato, per le sue doti artistiche, una maggiore attenzione; fu invece devastato da una profonda solitudine, alienato da una passione esclusiva e da un’esistenza travagliata.
Il rimpianto per il suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quanti compresero come, sino all’ultimo giorno della sua vita, egli desiderasse soltanto libertà e amore.
Si spense a Scilla il 3 marzo 1988.

Giuseppe Ribuffo