Hans Christian Andersen (Odense, 1805 – Copenaghen, 1875) è stato uno scrittore e poeta danese, autore nel corso della sua vita di numerose opere teatrali, diari di viaggio e racconti; tuttavia, il suo nome è soprattutto legato alle sue fiabe letterarie.
Nel corso della sua vita scrisse oltre 156 fiabe, suddivise in nove volumi.
Tra le più celebri figurano classici indelebili come Pollicina (1835), La principessa sul pisello (1835), La sirenetta (1837), Il soldatino di stagno (1838), Il brutto anatroccolo (1843) e La piccola fiammiferaia (1845). Le sue fiabe sono oggi considerate parte integrante della coscienza collettiva e costituiscono un una parte importante del capitale culturale dei bambini di tutto il mondo.
Desideroso di vedere il mondo e di oltrepassare gli angusti confini della Danimarca, negli anni Trenta dell’Ottocento Hans Christian Andersen riuscì a realizzare il suo sogno: viaggiare.
Tra il 1840 e il 1841, all’età di trentacinque anni, sovvenzionato da una borsa di studio, riesce finalmente a raggiungere l’Italia meridionale.
Lo stesso periodo dei viaggi coincide con quello più prolifico della sua produzione fiabesca, con la pubblicazione di capolavori che hanno incantato, e continuano a incantare, generazioni di bambini e di adulti.
Erano da poco uscite alcune delle sue fiabe più celebri – La sirenetta, Il soldatino di stagno e I cigni selvatici – e Andersen si concede una lunga pausa, in cerca di nuovi stimoli nel magico e suggestivo mondo del Bel Paese.
Il lungo e agognato viaggio rappresenta per Andersen l’occasione di offrire nuova materia al suo laboratorio poetico. Come nella tradizione del Grand Tour, il celebre favolista scrive e disegna, annota e abbozza, formando, quasi senza avvedersene, un caleidoscopio di inesauribili suggestioni.
Le impressioni raccolte durante questo viaggio costituiranno il materiale letterario per Il bazar di un poeta (En digters bazar), pubblicato nel 1842, testo che restituisce il diario del viaggio che il grande scrittore danese compì in Italia.
È qui che Andersen posa sul nostro Paese lo sguardo che più lo caratterizza: malinconico e capace di leggere la vita come una straordinaria avventura, sempre attraversata da una sottile nostalgia.
Profonde riflessioni si susseguono a disegni appena abbozzati, eppure tanto eloquenti, in un percorso che dalle Alpi scende fino a Napoli, per poi attraversare il mare alla volta della Sicilia.
È in questo contesto che si colloca il passo dedicato a Scilla, alla quale Andersen giungerà in nave da Napoli, e dove lo sguardo dello scrittore si fa ancora più intimo e partecipe, restituendo il luogo come una soglia simbolica tra mito, natura e memoria.

“La nostra nave passo scivolando davanti alla vorticosa Cariddi, nemmeno ce ne accorgemmo! Ma allora il selvaggio Maelstrom che fine aveva fatto? Ci indicarono un tratto di mare molto vicino a dove eravamo passati, ma non scorgemmo alcun particolare movimento di onde.
E Scilla dov’è? “Oh si lei è ancora viva!” e ci indicarono sulla scoscesa costa calabra una roccia sporgente con, sopra, le cupe rovine di un abitato; li contro muggivano alti marosi mentre il mare era abbastanza calmo. Dove le onde s’infrangevano emergevano dal mare blocchi di rocce grigio-nere: erano i cani ululanti di Scilla; quando c’è tempesta forse si sentono fin sull’istmo sabbioso di Messina. Ci stavamo avvicinando a questa città; a nord ovest le isole Lipari ci chiudevano l’orizzonte.”

Nel passo, Andersen descrive il passaggio della sua nave attraverso lo Stretto di Messina, confrontando il mito antico con la realtà che osserva.
L’autore nota subito la discrepanza tra l’attesa del pericolo, evocata dalla leggenda del Maelstrom e dei mostri marini, e la calma apparente del mare, che ridimensiona l’immaginario terrifico tramandato dai libri.
Tuttavia, Andersen non elimina completamente il mito: la presenza di Scilla è resa viva e concreta dalle rocce scoscese e dai blocchi di mare, che emergono come “cani ululanti”.
In questo modo, il mito non scompare, ma viene integrato nell’esperienza diretta del paesaggio, fondendo memoria letteraria e osservazione reale.
Il brano rivela inoltre il tipico sguardo dello scrittore danese: malinconico e curioso, capace di mescolare meraviglia e ironia, poesia e realismo.
L’attenzione ai dettagli naturali – le rovine dell’abitato, le onde, il mare calmo – conferisce al racconto un forte valore evocativo e simbolico: Scilla diventa così un luogo vivo, una soglia tra mito e realtà, tra passato e presente, tra leggenda e esperienza personale.
In sintesi, il testo non è solo una descrizione geografica, ma una riflessione sul rapporto tra immaginazione, tradizione e realtà vissuta, tipica della scrittura di Andersen durante i suoi viaggi.
Appare irresistibile la sua vena poetica, sempre alla ricerca dell’elemento fiabesco nella storia e nel mito dei luoghi che visita.

Giuseppe Ribuffo