Pomponio Mela (Pomponius Mela) (Iulia Traducta, … – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano.
Poco si sa dell’autore che, probabilmente, nacque in Betica (Spagna), nella colonia romana di Iulia Traducta (identificata da alcuni con Algeciras), e che forse era parente dei Seneca.
Se si accetta quest’ultima ipotesi, potrebbe essere vissuto nel I secolo d.C., almeno fino all’età dell’imperatore Claudio, che celebra per la conquista della Britannia nel 43 d.C.
Pomponio Mela è autore della più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenutaci in tre libri con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”) o De situ orbis.
L’opera, come si evince già dai titoli, si propone di descrivere il mondo conosciuto.
Pomponio Mela, nato ai limiti delle Colonne d’Ercole, risente profondamente del fascino per il mondo e per i luoghi remoti e poco conosciuti.
Infatti, la sua opera, basata su fonti precedenti greche e romane (Cesare, Livio, Cornelio Nepote, Posidonio, Eratostene ed Erodoto), definisce i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra, segue, in senso antiorario, una descrizione dell’ecumene, cioè dei territori abitati, soffermandosi in particolare su quelli costieri, mentre tratta più sommariamente le regioni interne.
È inoltre uno degli scrittori più antichi a fare riferimento alla Cina, definendo i suoi abitanti seres genus plenum iustitiae (“un popolo pieno di giustizia”).
Nonostante la mancanza di rigore scientifico, l’opera è fondamentale per comprendere le conoscenze geografiche romane del I secolo d.C. e ha influenzato la cultura geografica europea fino al Rinascimento.
Nel Libro II della sua opera, Pomponio Mela dedica ampio spazio alla geografia dell’Europa, includendo una dettagliata descrizione dell’Italia e delle grandi isole del Mediterraneo, offrendo così un’importante fotografia del mondo romano del I secolo d.C.
In questo contesto, Scilla viene citata in due momenti distinti e significativi: in primo luogo è menzionata nella descrizione dell’Italia meridionale, come punto estremo della penisola e come riferimento geografico fondamentale nello stretto che separa l’Italia dalla Sicilia; successivamente, nel passaggio alla descrizione della Sicilia, Scilla ricompare come elemento di orientamento e di collegamento tra le due terre.
Questa duplice presenza mette in evidenza non solo la baricentricità strategica di Scilla dal punto di vista geografico nel contesto mediterraneo antico, ma anche la rilevanza che la sua evocazione riveste nell’immaginario collettivo della società greco-romana, dovuta al radicamento, nella stessa, degli antichi miti ad essa collegati, che ne fanno un punto di riferimento capace di organizzare la percezione dei territori circostanti.
“La Sicilia, secondo che si dice, anticamente era continente, e congiunta al territorio, Bruzzìo, d’onde venne poscia spiccala dallo stretto del mar Siculo. Il quale è angusto e pericoloso per lo, alternarsi che vi fa il corso del mare, ora verso il Tusco, ora terso il Ionio; atroce, spaventoso e celebre per i terribili nomi di Scilla e Cariddi: Scilla è una roccia, e Cariddi un vortice di mare, funesti entrambi a chi vi approdi.
L’isola è grande, è si appunta nel mare con tre promontori in direzione diversa; a somiglianza della lettera greca che Delta si appella.
Sì chiama Pachino il promontorio che guarda la Grecia, Lilibeo quello che prospetta l’Africa, e Peloride quell0 che volgendosi verso l’Italia sta in rispetto di Scilla.
Cagione di questo nome fu un certo Pelóro, piloto, da Annibale quivi sepolto; conciossiàchè Annibale, fuggendo dall’Africa, e passando per quei luoghi alla volta della Siria, siccome a vederli da lungi gli pareva che i lidi fossero l’uno con l’altro congiunti, e non valicabile il mare, l’avea ucciso, credendosi tradito.”
Dopo aver fissato la collocazione geografica della Sicilia, Pomponio Mela concentra l’attenzione su un punto cruciale: lo stretto di mare che separa la Sicilia dall’Italia.
È in questo spazio ristretto, vero luogo di passaggio e di confine, che emerge Scilla, affiancata a Cariddi.
La loro collocazione non è casuale: esse rappresentano il tratto più pericoloso dello stretto e ne incarnano l’essenza minacciosa, richiamando una fama che travalica la semplice descrizione geografica e attinge alla tradizione mitica e letteraria.
La centralità di Scilla emerge proprio in questo contesto: la città e il suo scoglio non sono soltanto un elemento fisico del paesaggio, ma un punto nodale della percezione antica dello spazio mediterraneo.
Scilla segna il limite estremo della Sicilia verso l’Italia ed è il riferimento principale per definire lo stretto, tanto che il promontorio siciliano che guarda la penisola viene descritto come “in rispetto a Scilla”, di fronte a Scilla.
In questo modo, la figura — mitica e geografica insieme — di Scilla diventa un vero e proprio punto di orientamento, capace di organizzare la descrizione del territorio circostante.
La successiva enumerazione dei tre promontori dell’isola (Peloro, Pachino, Lilibeo) conferma questa funzione strutturante: Peloro, rivolto verso l’Italia, è definito in relazione diretta a Scilla, mentre gli altri due sono collocati rispetto alla Grecia e all’Africa.
Scilla, dunque, è il fulcro simbolico e geografico attraverso cui Pomponio Mela articola il rapporto tra Sicilia, Italia e Mediterraneo.
Chiude il passo la rievocazione dell’antica leggenda legata all’attribuzione del nome Peloro a questa lingua di terra sabbiosa che, dirimpetto allo scoglio di Scilla, segna l’imbocco settentrionale dello Stretto di Messina: una storia in cui mito, geografia e destino degli uomini si intrecciano.
Si narra che Annibale, in fuga dall’Africa, stesse attraversando queste acque in direzione della Siria.
Era un viaggio carico di insidie, e la sua attenzione era costantemente rivolta al mare e alle sponde che scorrevano sotto i suoi occhi.
Arrivato nello stretto, guardando da lontano le due coste, Annibale ebbe l’impressione che fossero così vicine da sembrare unite, come se non esistesse alcun passaggio possibile tra loro.
Ingannato da questa visione, credette di essere stato tradito dal suo pilota, Pelóro, e, preso dal sospetto, lo uccise, dandogli poi sepoltura in quel luogo. Fu questo atto a dare al sito il suo nome.
Ma la leggenda non è soltanto un racconto astratto: è anche una riflessione sulla geografia straordinaria dello Stretto di Messina, un luogo in cui le sponde si avvicinano fino a sembrare unite e le acque si stringono tra scogli e correnti pericolose.
Qui la natura stessa inganna l’occhio umano e mette alla prova anche i più grandi uomini, mostrando quanto la percezione possa essere ingannevole.
Giuseppe Ribuffo


