Girolamo Marafioti (Polistena, 1567 – Polistena 1626/1630) è una delle figure più significative della storiografia calabrese tra Cinquecento e Seicento. Sacerdote appartenente all’Ordine dei Frati Minori, un ordine mendicante fondato su principi di povertà e sostentamento attraverso il lavoro e l’elemosina, Marafioti affiancò alla vocazione religiosa un’intensa attività intellettuale.
Fu docente di teologia nei conventi e coltivò un vivo interesse per le lingue e le letterature antiche, oltre che per la musica.
La sua produzione non si limita alla storia: di lui restano anche un’opera teologica e un trattato di mnemotecnica in latino, Ars memoriae (Venezia, 1602), che ebbe ampia diffusione e fu presto tradotto in italiano.
Le informazioni sulla sua vita non sono sempre concordi e derivano in gran parte dalle sue opere e da fonti biografiche successive, ma emerge con chiarezza il profilo di un erudito impegnato nella trasmissione del sapere e nella valorizzazione della memoria storica della Calabria.
La sua opera principale, Croniche et antichità di Calabria, pubblicata per la prima volta a Napoli nel 1596 e successivamente ristampata a Padova nel 1601, rappresenta un tentativo sistematico di ricostruire la storia della regione. Strutturata in cinque libri, l’opera si pone in continuità con il lavoro dell’umanista Gabriele Barrio, autore del De antiquitate et situ Calabriae (1571).
Marafioti dichiara esplicitamente di voler ampliare e rendere accessibili in lingua volgare contenuti eruditi fino ad allora riservati a un pubblico colto, colmando lacune e aggiornando le conoscenze storiche disponibili. In questo senso, il suo lavoro assume un valore non solo storico ma anche divulgativo. All’interno delle Croniche, Scilla occupa un ruolo di particolare rilievo, configurandosi come uno dei luoghi simbolo da cui avviare il racconto della Calabria.
Marafioti intreccia fonti storiche e tradizione mitologica, restituendo un’immagine complessa del territorio. Il borgo è descritto sia come punto geografico strategico dello Stretto sia come spazio carico di significati simbolici, legati al mito omerico di Ulisse, a Scilla e Cariddi, e alle narrazioni tramandate da autori come Strabone e Plutarco.
La descrizione prende avvio dalla celebre rupe di Scilla, sulla quale, secondo le fonti riportate, sorgeva un tempio dedicato a Minerva edificato da Ulisse, a testimonianza di un’antichità che affonda le radici nella memoria classica.
Tra gli elementi più suggestivi riportati da Marafioti vi è la descrizione della “Dragara”, una profonda cavità situata alla base della rupe:

“Sotto il predetto sasso di Scilla si vede una voragine, nella quale entrando di sotto l’acqua del mare, alle volte trapassa in aria, per impeto delle fortune, in altezza di trenta e quaranta palmi.
È chiamata da cittadini quella voragine “Dragara”, perchè risuona al vomito dell’acque più d’un drago dove se per disavventura cadesse un uomo con tutto che fosse nuotatore come un pesce, sarebbe impossibile poterli salvare per la meravigliosa profondità dello scoglio”.

Accanto agli elementi naturali e mitici, Marafioti inserisce riferimenti storici di grande rilevanza, come il muro di sbarramento costruito da Marco Licinio Crasso nel 72 a.C. per fermare l’avanzata di Spartaco:

“Nelle vicinanze dello Sciglio si ritrova un gran pezzo di muro antico, chiamato da cittadini “il muro rotto”, del quale ne ragiona Plutarco in Marco Crasso donde dice, che è stato fabbricato da Marco Crasso, per bloccare l’esercito nemico”.

La narrazione si arricchisce poi di osservazioni dirette sulla vita degli abitanti, mettendo in luce le competenze e le attività economiche locali.
Gli scillesi sono descritti come esperti marinai e abili pescatori, in particolare nella pesca del pesce spada:

“Oggi lo Sciglio è molto bene popolato, il particolare da lodarsi è che gli uomini sono gagliardi marinari e con molto artificio sicuramente navigano, anche nel tempo delle contrarie fortune e le donne sono persone benevoli e belle”. […] “Si pescano in questo mare diversi pesci e alle volte se ne prendono di specie sconosciute. Ma la più ingegnosa pesca a Scilla è quella del pesce spada della quale ne parla Strabone nel primo libro.”

Particolarmente significativa è anche la descrizione della produzione agricola e vitivinicola, che evidenzia la varietà e la qualità delle uve coltivate nel territorio:

“In quello castello esercitano quasi tutti l’arte del mare.
Si fà nello Sciglio copia d’uve diverse, come moscatella, greco, insolia, vernaccia, malvasia, dalla quale si fa un vino principalissimo, niente inferiore alla malvasia di Candia, e altre, abbondanti nel vino e nel gusto da mangiarsi: per lo che con la vendita delle uve molto si guadagna nel predetto castello. Vi è ancora la tunnara e l’industria della seta.”

Infine, Marafioti documenta anche il territorio circostante, citando l’antica località di “Mallea”, oggi Melia, posta sulle alture sopra Scilla e menzionata negli itinerari romani.
Insieme a Solano, altra frazione del territorio, questo centro ebbe un ruolo strategico già in epoca romana, soprattutto dopo la costruzione della via Annia Popilia, realizzata tra il 132 e il 128 a.C.

“Nel dritto del predetto promontorio Cenide, al piano sopra le montagne, appaiono l’antiche mura, d’una città distrutta, chiamata Mallea della quale si fa menzione nell’itinerario d’Antonino Pio.
Di questa non veggo scrittura che descrivesse la distruzione. Scendendo dopo al basso sopra il mare incontra il castello chiamato Scilla, distante al promontorio Cenide verso Occidente sei miglia circa.”

Attraverso queste testimonianze, Croniche et antichità di Calabria restituisce l’immagine di una Scilla che non è soltanto un luogo geografico ma di un vero punto di osservazione privilegiato per comprendere la Calabria nel suo insieme.
L’opera di Marafioti offre così una delle più antiche e articolate narrazioni della Calabria, individuando proprio in Scilla uno dei luoghi chiave da cui leggere l’identità storica della regione: un punto di passaggio, di incontro e di stratificazione, dove il passato continua a essere visibile nelle forme del paesaggio e nelle tradizioni degli abitanti.

Giuseppe Ribuffo