Federico Leopoldo di Stolberg (Bad Bramstedt, 7 novembre 1750 – Osnabrück, 5 dicembre 1819) fu un poeta, giurista e traduttore tedesco, appartenente ad un ramo cadetto del Casato di Stolberg, figlio del conte Cristiano di Stolberg, e Cristiana Carlotta di Castell-Remlingen. Frequentò l’Università di Halle nel 1770 per studiare il sistema giuridico tedesco, oltre che i classici della letteratura.
Successivamente studiò a Gottinga e fu membro influente della società Hain o Dichterbund, un’associazione di giovani uomini uniti dall’ambizione di unificare la nazione tedesca.
Nel 1777 venne nominato inviato del principe vescovo di Lubecca alla corte di Copenaghen, divenne in seguito ambasciatore di Danimarca presso la corte prussiana.
Nel 1789 visitò l’Italia, documentò il viaggio in una serie di lettere.
Stolberg giunse a Scilla a cavallo discendendo la costa calabrese.
Nel brano l’autore descrive il primo impatto con la cittadina, soffermandosi sul paesaggio roccioso, e su alcune scene di vita quotidiana, inevitabili emergono altresì riferimenti alla Scilla di classica memoria.
“Riprendemmo la cavalcata verso Sciglio, oppure Scilla, costeggiando il mare; in parte cavalcammo sulla sabbia delle spiagge, in parte su stretti sentieri di rocce lungo le scogliere il nome della città proviene dal famoso scoglio decantato da Omero, sul quale ora sorge il castello del principe di Scilla.
La città è costruita in parte proprio sul mare, in parte sulle rocce della spiaggia. Le stradine interne sono molto strette. Sono ben visibili nove file di case, che sembra poggino una sull’altra; oltre la fila più alta vi sono ancora sei o sette case costruite un pochino storte rispetto alle altre. Ancora più in alto scaturisce una cascata dalle rocce. Secondo Cluverio sarebbe il Kratais: la cascata che Omero descrive come la leggendaria madre del mostro Scilla. Durante il terremoto del 1783 crollarono alcune chiese ed altre furono danneggiate; le case furono quasi tutte risparmiate. Tuttavia questa piccola città subì un gran numero di perdite umane. Lo scoglio omerico ha un aspetto fantastico e terribile. Appena arrivati andammo a vederlo in barca. Lasciateci ascoltare la descrizione del grande poeta, ed ammirare con quanto acume egli era capace di raffigurare con le parole! Con quanta verità la sua poesia coglieva nel profondo!
Circe mise Odisseo in guardia dagli scogli ingannevoli. Vicino alla roccia di Scilla si ergono dal mare alcuni scogli dentati. L’occhio viene ingannato, e ci si può sbagliare, attribuendo il movimento del mare a questi scogli: le onde che si infrangono li coprono ora più ora meno. Un errore simile si compie anche sul Mare del Nord, dove, come spesso capita a me, si scambiano dei massi che vengono coperti dalle onde un p0 sì, un po no, per delle foche. Omero racconta che il viaggio venne compiuto su di una nave fenicia o greca; allora è piuttosto probabile che i naviganti del suo tempo conoscessero talmente poco queste coste da poter credere che gli scogli fluttuassero veramente. […] In questa circostanza Omero chiama il mare Anfitrite dal volto azzurro scuro. Qui è molto profondo, e mai, con il cielo sereno e di sera, avevo visto un mare così azzurro.[…] Il poeta volle creare un racconto ardito su questi scogli, quindi dovette conferirgli un tono avventuroso. Omero dava spesso un senso figurato ai suoi soggetti, più di quanto lo abbiano immaginato e capito i suoi commentatori; e lo fece anche in questo caso, avvolgendo lo scoglio addirittura con le nuvole. In realtà non è poi così alto; perlomeno non tanto da essere avvolto di nuvole nel cielo sereno. L’aspetto è sul serio strano e terribile. La cima non è più appuntita, poiché vi è stato costruito sopra un castello; comunque tutt’ora neanche un uomo con venti mani e venti piedi, come dice Omero, riuscirebbe ad arrampicarvisi. Si innalza come una torre cilindrica, la cui larghezza risulta sproporzionata rispetto all’altezza. Contro il mare si
estende da esso un altro scoglio, aguzzo e tre volte dentato: sono le tre file di denti del mostro omerico. Gli scogli giacenti lì intorno, ben si offrivano alla fantasia scatenata del poeta. Nel poema viene raccontato come il mostro risucchiasse delfini, cani del mare e pesci più grandi, quando riusciva ad acchiapparli; questo passo della narrazione si fonda su di una ammirevole conoscenza della natura di questo mare.
Infatti questo tratto è ricco di delfini e di una specie di grossi pesci, che gli Italiani ancora adesso chiamano
Cane del mare. Ogni tanto, su queste spiagge si arena un tipo di balenottero, che i Francesi chiamano Cachelot; qualche anno fa accadeva più spesso. Cariddi, invece, è causa di molte discordie: così come la descrive Omero, non la si riesce a localizzare. Non si trova da nessuna parte un piccolo scoglio, che, secondo Omero, sarebbe direttamente opposto a Scilla. Ma data la zona, in cui avvengono tanti fenomeni naturali, dei terremoti potrebbero aver creato vari mutamenti. Non è forse verosimile l’opinione di vecchi scrittori e di giovani scienziati, i quali ritengono che un terremoto avvenuto in un tempo molto remoto abbia diviso l’Italia dalla Sicilia? Anche Cluverio concorda, come dal racconto omerico, sulla posizione di Cariddi di fronte a Scilla, ed esattamente, vicino al promontorio del Peloro, che adesso si chiama Capo di Faro. Ma neanch’egli riuscì poi a localizzarla nel luogo stabilito, così arrivò alla conclusione che la vera Cariddi doveva essere il vortice che imperversa di fronte al faro di Messina, «giustificando» l’errore di Omero. Ma come mai Cluverio non trovò il vortice-mostro di Omero? Ogni pescatore di Scilla, di Capo del Faro e di Messina lo conosce.
E veramente di fronte a Capo di Faro, in opposta posizione a Scilla. La corrente del mare proveniente da nord-est, genera nello stretto la sua regolare alta e bassa marea ogni sei ore; se il movimento delle due maree viene disturbato da un forte vento spirante nella direzione contraria, si produce tutt’ora un vortice, proprio di fronte al promontorio. Questa alta e bassa marea ha formato col tempo dei sentieri sotterranei che collegano l’Etna con il mare. Aristotele la descrive, come tutte le altre maree, in opposizione alla luna; la regolarità dell’alternanza conferma questa teoria. Poiché le maree si manifestano solo in pochi punti del Mar Mediterraneo, al tempo di Omero dovevano essere un fenomeno assolutamente sconosciuto. Perciò egli pensò: Cariddi assorbe le acque tre volte al giorno e le risputa altrettante. Il navigante di un piccolo natante, non a conoscenza di questa zona, potrebbe avere la sfortuna della quale parlava Circe ad Odisseo, di allontanarsi troppo dagli scogli di Scilla per evitarli, e di incappare così nel vortice di Cariddi. I marinai chiamano Capo Faro sia questo vortice, sia quello di Messina; quest’ultimo viene chiamato anche La Rema. Il nome Capo Faro è senza dubbio di origine greca, contratto dalla parola greca Kalós «bello» e pharos «faro». In effetti entrambi i vortici imperversano sotto i fari, uno presso Messina, l’altro presso Capo di Faro. Prima di lasciare Scilla fummo invitati da un signore della città, al quale avevamo recato una lettera da Napoli, a vedere sulla spiaggia un Pesce di Spada finito in una sua rete durante la notte. Alle volte questo pesce è più grande di un uomo. Il labbro inferiore sporge duro ed appuntito, come una larga lama affilata. Il duro labbro superiore, lungo più di cinque gomiti, sembra una larga spada puntuta e tagliente da entrambi i lati. Questo pesce sfida ad una lotta sanguinosa quella specie che si chiama Cane di Mare. L’anno passato il mare ha sbattuto sulla spiaggia un pesce spada e subito dopo un cane di mare. Il primo aveva completamente infilzato il secondo; ma il vincitore non era riuscito a liberarsi del vinto, quindi non potendo nuotare liberamente, dovette morire con lui. Il pesce spada viene molto apprezzato poiché pare abbia una carne piuttosto succulenta. In questo periodo dell’anno gli danno la caccia: è un momento di grande gioia. Alcuni uomini in piccole barche aspettano nell’acqua. Un uomo su di uno scoglio, o su di una torretta, o su di un palo, ha il compito di avvistare i pesci spada. Appena ne scorge uno, fa un segno con un fazzoletto. I pescatori in attesa, avvistato il pesce, remano verso di esso, armati di arpioni. Se riescono a colpirlo, srotolano tutta la sagola a cui è legato l’arpione, in modo che il pesce possa nuotare lontano dissanguandosi; stremato, quando ha terminato la sua ultima nuotata, il pesce viene issato a bordo.
Mentre eravamo lì, potemmo vedere un uomo di vedetta su di un palo, con i pescatori pieni di speranza che aspettavano intorno a lui. I principi di Scilla costringono i loro sudditi a consegnare le parti migliori di ogni pesce spada catturato e la decima parte di tutta le pesca. Per questo abuso da molti anni pende una querela contro di loro. Una volta venne nominata una commissione che avrebbe dovuto esaminare le ragioni di diritto riguardanti questa imposizione così iniqua, ma venne sciolta rapidamente. L’attuale principe fa valere le sue pretese sui poveri pescatori, nonostante vari soprusi di questo genere siamo stati aboliti dal re. Il pesce spada è un pesce «di passaggio». Infatti visita le coste calabresi nei mesi di maggio, giugno ed una parte di luglio; poi si dirige verso la Sicilia, dove subisce la stessa caccia.”
Giuseppe Ribuffo


