Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912) è stato un poeta e critico letterario italiano. Figura emblematica della letteratura italiana di fine Ottocento, è considerato, insieme a Gabriele D’Annunzio, il maggiore poeta decadente italiano, nonostante una formazione inizialmente improntata al positivismo.
Le opere più importanti di Giovanni Pascoli testimoniano l’evoluzione della sua poetica: con Myricae dà voce al mondo delle piccole cose e allo sguardo del “fanciullino”, mentre nei Canti di Castelvecchio approfondisce i temi del nido, della memoria e del dolore.
Nei Poemetti e nei Nuovi poemetti amplia il racconto poetico, unendo realismo e simbolismo; nei Poemi conviviali rilegge invece il mito classico in chiave moderna, affiancando alla produzione poetica il saggio Il fanciullino, sintesi del suo pensiero.
La poetica pascoliana nasce da una visione del mondo intima e dolorosa, segnata dalla frattura originaria del “nido” familiare e da un profondo sentimento di smarrimento di fronte alla realtà.
Al centro del suo pensiero poetico vi è il “fanciullino”, simbolo di quella parte pura e innocente dell’animo umano che sopravvive nell’adulto e che sola è capace di cogliere il mistero nascosto delle cose.
Una pagina significativa della sua vita si svolse in riva allo Stretto: tra il 1898 e il 1902 fu infatti docente di Letteratura latina all’Università di Messina.
La sua dimora era un appartamento all’interno di Palazzo Sturiale, in via Risorgimento, dove visse insieme alla sorella Mariù e al cane Gulì.
Sulle rive dello Stretto il poeta attraversò, per sua stessa ammissione, uno dei periodi più laboriosi e intensamente creativi della sua esistenza: intrecciò relazioni con il mondo intellettuale e accademico e compose alcune tra le sue opere più note, come L’aquilone, Le ciaramelle e i saggi danteschi.
Amava inoltre compiere lunghe passeggiate che lo conducevano fino al Faro di Messina (Capo Peloro), luogo prediletto dal quale, seduto sulla spiaggia e osservando Scilla così vicina, rievocava i grandi miti della tradizione classica incarnati in quei luoghi.
Descrisse infatti questo paesaggio come un autentico “luogo sacro”, ricco di visioni, echi greci, Nereidi e colori, che seppe fissare nella parola poetica.
Si addolorò profondamente per le conseguenze del devastante terremoto che colpì Scilla, Messina e lo Stretto nel 1908, dedicando parole di affetto a questo luogo che lo aveva accolto negli «anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita», come scrisse in Un poeta in lingua morta (capitolo VII della raccolta Pensieri e parole, 1914).
“Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni.
Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte.
Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, immagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo.
Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; una quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sé lacrime, ma quella cui segue l’oblio.
Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare.
Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.”
Giuseppe Ribuffo


