La relazione tra la Calabria e la vite affonda le sue radici in un passato molto più antico rispetto a quanto comunemente si ritiene.
Non nasce infatti con l’arrivo dei Greci, ma si sviluppa già in epoca protostorica grazie alle popolazioni italiche, come gli Enotri, che coltivavano la vite lungo questo territorio.
Proprio da queste popolazioni deriva il nome “Enotria”, attribuito dai Greci a queste terre, a testimonianza di una vocazione agricola e vitivinicola già consolidata, che ha permesso alla Calabria di affermarsi come uno dei principali centri di domesticazione della vite nel Mediterraneo antico.
All’interno di questo contesto, Scilla occupa un ruolo di primo piano.
La sua posizione geografica, nel cuore dei commerci dello Stretto di Messina e le caratteristiche del territorio ne hanno fatto nei secoli un luogo particolarmente rinomato per la produzione di uve e vini.
La più antica testimonianza documentaria relativa alla presenza di vigneti a Scilla risale al XII secolo: un diploma scritto in greco attesta infatti la vendita, da parte di Niceta figlio di Peristeri, di un terreno situato nella contrada Pacì ai monaci del Monastero basiliano di San Pancrazio, nei cui confini sono già presenti vigneti, segno di una pratica agricola già radicata e organizzata.
La diffusione della vite in questi territori è certamente precedente all’età bizantina, ma è proprio con l’organizzazione agricola introdotta dai monaci che si assiste a un significativo sviluppo delle coltivazioni. L’uso del suolo si articola in modo funzionale: lungo la fascia costiera predominano la vite, gli agrumi e i gelsi, mentre le aree collinari sono occupate da castagneti, fondamentali per la produzione di legname destinato alla costruzione di botti, pali e utensili; nelle zone montane prevale invece il pascolo e il commercio della neve.
La coltivazione terrazzata rappresenta uno degli elementi paesaggistici più distintivi di questa parte della Calabria. In un territorio segnato da forti pendenze e da una morfologia complessa, gli abitanti di Scilla, spinti dalla necessità, hanno progressivamente modellato il paesaggio per renderlo produttivo, dando origine al sistema dei terrazzamenti.
Queste costruzioni, un tempo note localmente come “rasole”, sono realizzate attraverso un articolato sistema di muretti a secco, chiamati nel dialetto locale “armacìe” (dal greco “ápμaxia”, cumulo di pietre), e di gradoni che incidono le ripide pareti rocciose affacciate sul mare.
Si tratta di opere costruite nei secoli per rendere coltivabili superfici altrimenti improduttive e difficilmente accessibili, che hanno svolto un ruolo fondamentale anche nel contenimento del dissesto idrogeologico.
Dal 2018 l’arte dei muretti a secco è riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO e resta oggi affidata alla memoria, alle mani e alla competenza di pochi artigiani locali, custodi di un sapere antico.
È proprio su questo territorio impervio, modellato dal lavoro dell’uomo, che nascono i vini di Scilla, espressione diretta di un paesaggio costruito nei secoli.
Le fonti storiche confermano infatti la qualità e la notorietà dei vini prodotti a Scilla già in età moderna. Una delle più antiche testimonianze in cui è citata una “Malvasia” nel Mezzogiorno risale al 1571, quando Barrio scrive “Nell’agro di Scilla si produce un ottimo vino, detto Melvasio, quale si produce a Creta.”
Un’affermazione che ben evidenzia il legame diretto di Scilla con le grandi tradizioni vitivinicole del Mediterraneo orientale.
Pochi decenni più tardi, nel 1596, anche il prelato Girolamo Marafioti, nel suo Croniche et antichità di Calabria, riporta preziose notizie sulle tradizioni vitivinicole di Scilla fornendo un elenco di varietà coltivate
al tempo:
“Si fa nello Sciglio copia d’uve diverse, come moscatella, greco, insolia, vernaccia, malvasia, dalla quale si fa un vino principalissimo, niente inferiore alla malvasia di Candia, e altre abbondanti nel vino e nel gusto da mangiarsi, per lo che con la vendita delle uve molto si guadagna nel predetto castello.”
Questa descrizione restituisce un’immagine forte di una comunità in cui la viticoltura rappresentava una componente essenziale dell’economia locale, accanto alla pesca, al commercio marittimo e alla produzione serica.
Come scrive Cherubini, grande studioso della storia del mondo rurale, «il pescatore nel medioevo, un po dovunque, è un uomo che ha un piede sulla vigna e un piede sulla barca».
Di particolare interesse è anche la testimonianza di Padre Antonio Minasi, che nel 1775, in una nota alle sue tavole dedicate a Scilla, offre uno spaccato suggestivo delle relazioni tra questo territorio, le isole Eolie e la circolazione varietale:
“Quando colà allignavano le greche viti, da cui gli antichi Scillitani ritraevano gran copia di Malvagia niente inferiore a quella di Candia e di Creta, le Colombe se ne beccavano dei grappoli interi e così col gozzo pieno dell’ambrosia di Giove, quasi volanti facevano poi ritorno ai propri nidi nell’alto scoglio di Scilla, in cui stavano alla vedetta molti stazionari Sparvieri e Falconi, taluna d’esse sempre ne portavano via, come suole anche oggi accadere. Ora però né le timide colombe, né il Padre Giove, potranno più gustare si bel liquore, dapoiché le greche piante furono dopo il 1557 traspiantate e donate ai Liparoti forse per l’imposto jus octini, come di quel volgo è la costante tradizione.”
Oggi la superficie vitata di Scilla è notevolmente ridotta rispetto al passato.
Le forme tradizionali di allevamento, come “alberello” e la “pergola” (alla liparota), sono state in parte sostituite dal sistema a “spalliera”, più funzionale alle esigenze moderne.
Tra le varietà ancora presenti si annoverano: Alicante, Calabrese nero, Castiglione, Greco nero, Inzolia, Nerello Mascalese, Nocera, Pedilongo, Prunesta e Zibibbo, quest’ultimo coltivato tradizionalmente come uva da tavola o per piccole produzioni domestiche di vino.
Il vino storicamente più rappresentativo del territorio è il “Cerasuolo di Scilla”, il cui nome richiama il colore della ciliegia, tra il rosso e il rosa.
Si tratta di un vino ottenuto secondo pratiche tradizionali che prevedono una combinazione di diverse varietà di uve, con una prevalenza di Pedilongo, vitigno a bacca nera localmente conosciuto come Malvasia nera.
Una preziosa testimonianza riguardo questo vino è riportata da Luigi Veronelli, considerato il padre della moderna critica enogastronomica, che nel suo libro “I vini d’Italia” pubblicato nel 1961 scrive:
“È costume locale mescolare tutte le varie qualità del vigneto (marcarese, malvasia, moscato, prenestina, alicante, nocera, castiglione, olivarella).
Vivace colore cerasuolo, odore vinoso; sapore moderatamente dolce, molto gradevole. Simpatico vino ch’io consiglio, piuttosto fresco, sulle delicate ricotte locali.
A Scilla sono prodotti pregevoli vini rossi, abboccati e robusti, che prendono nome dalle località dei vigneti di provenienza: leracare, Favagreca e Pacì.
Particolarmente gradevole la cosiddetta Malvasia di Scilla, prodotta con l’uva omonima.”
Dal 1995, la produzione vitivinicola dell’area di Scilla ha ottenuto il riconoscimento IGT per le denominazioni “Scilla” e “Costa Viola”, a conferma del valore e dell’identità di un patrimonio che continua a raccontare, ancora oggi, una lunga storia di fatica, sapienza e sfida tra uomo e natura.
Giuseppe Ribuffo


