Nacque a Scilla il 2 novembre 1849 da Domenico e Lucrezia Pava.
Trascorsi i primi anni dell’infanzia nella casa paterna, ove il padre Domenico, scultore in legno, teneva bottega, ebbe spesso occasione di cimentarsi con gli attrezzi del mestiere.
D’ingegno vivace, diede precocemente segno delle sue notevoli potenzialità artistiche, che lo resero insofferente alla limitatezza della bottega paterna, priva di prospettive di miglioramento, e lo spinsero a desiderare di crescere e formarsi in ambienti di maggiore respiro artistico, per acquisire la tecnica necessaria a tradurre in realtà i suoi sogni.
La madre, comprendendo la situazione, acconsentì che egli, appena undicenne, lasciasse il sicuro asilo familiare e, ancora inesperto, diventasse «pellegrino dell’arte» presso scuole di rinomanza. Trascorse un anno a Messina, quindi si recò a Napoli e infine a Firenze, dove studiò alla scuola del celebre scultore Frullini, che lo apprezzò molto e gli fu grande amico.
Presto divenne illustre maestro di disegno e dell’arte di incidere il legno, riuscendo a creare uno stile così potente che la materia stessa sembrava divenire duttile sotto i colpi del suo scalpello, permettendogli di realizzare pienamente le sue ideazioni.
Le opere da lui scolpite acquistavano così una forza vitale, come se fossero creature animate. I lavori del Focà furono meritatamente ricercati e raccolti come quelli di uno dei sommi cultori dell’arte dell’intaglio e oggi sono sparsi nei musei italiani.
Furono premiati con medaglia d’oro alle esposizioni internazionali di Parigi, Londra, Bruxelles, Chicago, e altrove. Uno dei primi lavori del Focà fu un cofanetto, che, esposto a Roma, fu acquistato dal re Umberto I; l’ultimo fu un altro cofanetto, offerto dalle dame calabresi il 1° settembre 1897 all’incrociatore «Calabria».
Del Focà ci restano un piatto e un quadro intagliato, un camino e altre opere di grande importanza, veri gioielli dell’arte dell’intaglio.
È opera sua la bellissima culla che accolse il piccolo principe ereditario, divenuto poi Vittorio Emanuele III, re d’Italia. Per il Palazzo Reale di Torino, il Focà realizzò alcune porte magnifiche, in particolare quelle della sala da caffè. A Scilla rimangono il portone centrale della Chiesa di San Rocco e un medaglione portafotografie della famiglia reale.
Tornò in Calabria per insegnare disegno all’Istituto Tecnico «R. Piria», ma dopo qualche anno si trasferì a Torino, dove fu nominato professore di disegno all’Istituto Sommeiller, insegnando con grande successo.
In questa città creò la sua famiglia, unendosi in matrimonio con la dolce compagna Mery, che fu il suo grande sostegno morale, e dalla quale ebbe numerosa prole.
Tre dei suoi figli abbracciarono la vita religiosa, e uno di essi, Padre Roberto, uomo di grande cultura e pietà, missionario in Africa per molti anni, tornava frequentemente a Scilla.
Da lui abbiamo appreso quanto fosse grande l’amore del genitore per il Paese d’origine: ne parlava continuamente e impose il nome di Scilla alla primogenita, affiancandolo a quello dell’amata madre. Ammalatosi, concluse la sua esistenza il 4 dicembre 1897, nel pieno della fioritura della sua arte.

Giuseppe Ribuffo