Euripide (Salamina, 23 settembre 480 a.C. – Pella, 406 a.C.) è stato un drammaturgo greco antico, considerato, insieme ad Eschilo e Sofocle, uno dei maggiori poeti tragici greci. Nacque, secondo la tradizione, a Salamina lo stesso giorno in cui avvenne la famosa battaglia. Si propose pubblicamente come tragediografo a partire dal 455 a.C. La sua prima opera, Peliadi, ottenne il terzo premio. Divenne presto popolare, pur avendo ottenuto solo cinque vittorie, di cui una postuma: infatti Plutarco racconta, nella Vita di Nicia, come nel 413 a.C., dopo il disastro navale di Siracusa, i prigionieri ateniesi in grado di recitare una tirata di Euripide venissero rilasciati. Verso il 408 a.C., si ritira in Macedonia, alla corte di Archelao, dove muore. Della sua vasta produzione (novanta drammi attribuiti) sono pervenute a noi diciassette tragedie.In Medea, annoverata tra le più significative tragedie classiche, Euripide dà forma a un dramma solenne, strutturato in un prologo e cinque atti, scanditi dagli stasimi del coro. Con quest’opera rappresentata alle Grandi Dionisie di Atene nel 431 a.C., egli mette in scena la tragica storia di una donna tradita: Medea, maga e principessa, che aiuta l’eroe Giasone a conquistare il Vello d’Oro, ma una volta giunti a Corinto, Giasone la ripudia per sposare Glauce, figlia di re Creonte, cercando potere e legittimità.Ferita nel profondo, Medea ordisce un atroce vendetta, per privare Giasone della discendenza, uccide i propri figli.Fugge su un carro solare, lasciando Giasone disperato, ma profondamente segnata dalla sua stessa crudeltàNel quinto atto della Medea si consuma lo scontro finale tra Giasone e Medea, dopo l’orrore dell’infanticidio. Giasone la accusa con veemenza, evocando le sue colpe e il dolore provocato.È in questo contesto che Medea viene paragonata a Scilla, simbolo di ferocia e natura selvaggia, accentuando la sua alterità e la sua inumanità agli occhi di Giasone.

GIASONE:
Donna esecrata, piú d’ogni altra a me e ai Numi infesta, e a tutti quanti gli uomini, che cuore avesti di vibrar la spada sui fig1i tuoi, che partoristi, e me orbo di figli e misero rendesti, e dopo ciò, dopo compiuta un’opera più d’ogni altra esecranda, e Sole e Terra guardare ardisci? L’esterminio a te! Or fatto ho senno: allor senno non ebbi, che dalla casa e dalla patria barbara tua, nella patria mia t’addussi, in Ellade, o traditrice di tuo padre, e della terra, che ti nutriva, o gran flagello. I Numi contro me spinsero il Demoneche te punir dovea: ché il tuo germano al focolare presso ucciso avevi, quando ascendesti il legno d’Argo bello. Tale il principio fu. Poscia, a quest’uomo fosti consorte, e generasti figli, e sterminati li hai, per gelosia dell’amplesso e del letto. Oh, niuna tanto osato avrebbe delle donne ellène da me neglette, che te scelsi a sposa, te mia nemica, te rovina mia, leonessa e non donna, e ch’hai natura selvaggia più della tirrena Scilla. Ma morderti che val con mille e mille oltraggi? è troppa l’impudenza tua. Alla malora va’, di turpitudini operatrice, assassina dei figli! A me non resta che gemer la sorte mia: ché fruir delle novelle nozze non potrò, non potrò parlare ai figli che generai, nutrii, ma li ho perduti

MEDEA:
Alle parole tue lunga risposta rivolta avrei, se non sapesse Zeus ciò che avesti da me, ciò che mi desti. Ma non dovevi tu, poi che il mio talamo vituperasti, gaiamente vivere, ridendoti di me, né la regina; né quei che a nozze t’istigò, Creonte, a scorno via da questo suol bandirmi. Come or ti piace, leonessa o Scilla del tirren piano abitatrice chiamami: il tuo cuor lanïai, com’era giusto.

GIASONE:
Te stessa strazi, e il male mio partecipi.

MEDEA:

Il mio, purché non rida tu, si mitiga.
GIASONE:
Figli, che trista madre aveste in sorte!

MEDEA:

Del padre il morbo vi distrugge, o figli.
GIASONE:
No: dalla mano mia spenti non furono.
MEDEA:
M’erano oltraggio le tue nuove nozze.
GIASONE:
L’offeso letto a uccidere ti spinse?
MEDEA:
Per una donna è poca doglia, immagini?
GIASONE:
Sí, purché savia; e tu sei trista tutta.
MEDEA:
Questi son morti; e ciò ti morde il cuore.
GIASONE:
Duro castigo avrai dai loro spiriti.

Nel passo conclusivo del quinto atto della Medea di Euripide si consuma lo scontro verbale finale tra Giasone e Medea, dopo che Medea ha portato a compimento l’atto più estremo: l’uccisione dei figli.Il dialogo non è più volto a cambiare gli eventi, ma a definirne il significato morale e simbolico, soprattutto attraverso il linguaggio dell’invettiva e del mito.
Giasone apre con una lunga accusa che mira a disumanizzare Medea.La definisce “esecrata”, “nemica degli dei”, fino al culmine dell’invettiva: «ch’hai natura / selvaggia più della tirrena Scilla». Il riferimento a Scilla è centrale e altamente significativo.Scilla, nel mito, è il mostro marino che divora i marinai con ferocia inumana: un essere liminale, né donna né bestia, simbolo di mostruosità naturale, istinto cieco e distruzione inevitabile.Paragonando Medea a Scilla, Giasone compie un doppio gesto.La priva dell’umanità: Medea non è più donna, né madre, ma una creatura mostruosa guidata da istinti ferini.Scarica su di lei ogni colpa, presentandola come un male assoluto, estraneo al mondo greco e civile, proprio come Scilla abita i confini del mondo conosciuto, posta come un bastione di roccia alle porte del Mar Tirreno. Il riferimento alla “Scilla tirrena” accentua anche l’idea di alterità geografica e culturale: Medea, barbara e straniera, viene assimilata a un mostro che vive ai margini del mare greco, Euripide fornisce così allo spettatore una precisa dimensione spaziale, evidentemente consapevole della notorietà e dell’immediata riconoscibilità e conoscenza sia dal punto di vista mitico che geografico, che di questo luogo ubicato all’imbocco del mar tirreno ha il pubblico e la società greca in generale.Medea ribalta l’accusa. La risposta di Medea è decisiva e rovescia il senso dell’immagine:

«Come or ti piace, leonessa o Scilla / del tirren piano abitatrice chiamami: / il tuo cuor lacerai, com’era giusto.»

Medea accetta consapevolmente il nome di Scilla, ma lo svuota del valore puramente accusatorio.Se è un mostro, lo è per giustizia, non per natura.La sua ferocia non nasce da un istinto cieco, ma è la conseguenza del tradimento di Giasone.In questo modo: la mostruosità diventa risposta razionale all’ingiustizia; l’orrore dell’atto non viene negato, ma rivendicato come strumento di punizione.Medea non si difende sul piano morale comune: non chiede perdono né pietà.Rivendica invece un codice alternativo, in cui l’offesa al talamo e alla dignità della donna giustifica una vendetta assoluta. La nomina di Scilla non è un semplice insulto, ma un simbolo chiave del passo: rappresenta il tentativo di spiegare l’orrore trasformandolo in mostruosità. Medea, però, rifiuta questa spiegazione rassicurante e mostra che il vero mostro non è la natura selvaggia, bensì l’ingiustizia subita e l’arroganza di chi crede di poterla infliggere senza conseguenze. In questo modo Euripide lascia lo spettatore senza una risposta pacificata: Medea è insieme madre, mostro, vittima e giudice, come Scilla è insieme donna e belva, ma con una terribile consapevolezza umana.

Giuseppe Ribuffo