Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 19 luglio 1374) è stato uno scrittore, poeta, filosofo e filologo italiano, considerato il precursore dell’Umanesimo per la riscoperta dei classici latini e per la ricerca di una complessa coscienza interiore, che supera la visione medievale.È inoltre uno dei fondamenti della letteratura italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il Canzoniere (1336), in cui celebra l’amore per Laura — forse Laura de Noves, sposa dell’aristocratico Ugo deSade —, donna amata e idealizzata, simbolo di bellezza e desiderio terreno, al centro di un tormentato conflitto interiore. La sua opera, in volgare e latino, ha segnato profondamente la letteratura europea, patrocinata qualemodello di eccellenza stilistica da Pietro Bembo nei primi del Cinquecento.
Un’altra opera significativa della sua produzione è costituita dai Trionfi, un poema allegorico in volgare italiano, in terzine, articolato in dodici capitoli raggruppati in sei Triumphi, ciascuno dedicato a una visione ottenuta in sogno.
È presente una successione di sei trionfi, in cui ogni allegoria sconfigge la precedente: nell’ordine, Amore,Pudicizia, Morte, Fama, Tempo ed Eternità.L’opera analizza il percorso ideale dell’uomo dal peccato alla redenzione. Al contempo, i Trionfi si collocano coerentemente nell’itinerario letterario di Petrarca: è proprio qui che ilpoeta sviluppa alcuni temi cardine del Canzoniere, come la spiritualizzazione dell’amore per Laura. Nel Triumphus Cupidinis (Trionfo d’Amore) si narra di come, un giorno, il poeta si addormenti a Valchiusae faccia un sogno in cui la personificazione dell’Amore passa su un carro trionfale, seguita da una schiera dei vinti dall’amore. Entrato nella schiera, il poeta vi riconosce numerosi personaggi illustri – letterari, mitologici e biblici – oltre a poeti antichi e, infine, viene condotto a Cipro, l’isola dove nacque Venere.
Qui, attingendo alla tradizione classica, egli ci offre la trasposizione di una delle leggende connesse al mito fondativo della città di Scilla, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi e legata all’amore non corrisposto di Glauco, dunque uno dei vinti dall’amore, per la ninfa Scilla.Respinto a causa dell’aspetto assunto in seguito all’ingestione di un’erba magica, che gli muta metà delcorpo in pesce, Glauco si rivolge alla maga Circe affinché prepari un filtro capace di mutare i sentimentidella ninfa. Ma Circe, innamorata a sua volta di Glauco e ferita dal suo rifiuto, trasforma l’incantesimo in una vendetta.Accecata dalla gelosia, provoca la tragica metamorfosi di Scilla, destinandola a una forma mostruosa e inscrivendo così il mito nell’origine simbolica del luogo che da lei prende il nome.

“Fra questi favolosi e vani amori
Vidi Aci e Galalea, che ’n grembo gli era
E Polifemo farne gran romori;
Glauco ondeggiar per entro quella schiera,
Senza colei cui sola par che pregi,
Nomando un’altra amante acerba e fera:
Carmente e Pico, un già de’ nostri regi,
Or vago augello; e chi di stato il mosse,
Lasciogli ’l nome e ’l real manto e i fregi.
Vidi ’l pianto d’ Egeria; e ’n vece d’ osse
Scilla indurarsi in petra aspra ed alpestra,
Che del mar siciliano infamia fosse;”

Così descrive Glauco che, “ondeggiar per entro quella schiera”, vaga nel corteo “senza colei cui sola par che pregi”, cioè senza colei che sembra stimare più di tutte, Scilla, mentre chiama “un’altra amante”, Circe, definita “acerba e fera”. Scilla appare subito dopo ed è il risultato tragico di quella catena di passioni: “e ’n vece d’osse / Scilla indurarsi in petra aspra ed alpestra”; non è più fatta d’ossa, non ha più sembianze umane, ma ha assunto quelle di un aspro e alto scoglio, “che del mar siciliano infamia fosse”, lo stesso scoglio che ancora oggi porta il suo nome.
Così Petrarca oppone il moto inquieto di Glauco alla fissità mostruosa di Scilla: uno scoglio a guardia del mare dello Stretto di Messina, segno visibile e permanente della rovina prodotta dagli amori vani, legando in modo diretto la loro pena amorosa al luogo in cui sono collocati. Petrarca usa questa storia per mostrare come l’amore generi passioni vane, invidie e trasformazioni dolorose, confermando che l’amore passionale non eleva, ma travolge e distrugge.
Il secondo trionfo è il Triumphus Pudicitie (Trionfo della Pudicizia): la protagonista è Laura, che con l aiutodi Pudicizia e dopo un duro scontro vince Amore e sottrae al suo carro molte illustri donne antiche e medievali; questo secondo corteo si scioglie a Roma, nel Tempio della Pudicizia Patrizia. In questo passo Petrarca attraverso precisi riferimenti geografici legati alle forze brutali della natura che agiscono attorno l’area dello Stretto di Messina, incarnate dagli antichi miti classici, ci rende idea dell’intensità dello scontro che si consuma tra Laura e Amore.

“Non con altro romor di petto dansi
Duo leon fieri, o duo folgori ardenti,
Ch’ a cielo e terra e mar dar loco fansi,
Ch’ i’ vidi Amor con tutti suo’ argomenti
Mover contra colei di ch’io ragiono,
E lei più presta assai che fiamma o venti.
Non fan si grande e si terribil suono
Etna qualor da Encelado è più scossa,
Scilla e Cariddi quand’irate sono,
Che via maggior in su la prima mossa
Non fosse del dubbioso e grave assalto,
Ch’ i’ non credo ridir sappia nè possa.
Ciascun per sè si ritraeva in alto,
Per veder meglio; e l’orror dell’impresa
i cori e gli occhi avea fatti di smalto.”

Nemmeno l’Etna, quando è scosso dal gigante Encelado, o il fragore di “Scilla e Cariddi quand’irate sono”, cioè nel momento di maggiore intensità del turbinio delle correnti marine da esse generate nello Stretto di Messina – oltre al valore simbolico delle figure mitologiche, sinonimo di forza brutale – producono un suono così terribile quanto il “dubbioso e grave assalto” (il duro combattimento) portato da Laura ad Amore, al quale egli assiste. In sintesi, il passo rappresenta allegoricamente la vittoria della virtù di Laura sulle tentazioni dell’amore passionale, descritta con un linguaggio epico che sottolinea la grandiosità dell’evento.

Giuseppe Ribuffo