Eschilo, figlio di Euforione del demo di Eleusi (Eleusi, 525 a.C. – Gela, 456 a.C.), è stato un drammaturgo greco antico.
Viene unanimemente considerato l’iniziatore della tragedia greca nella sua forma matura.
È il primo dei poeti tragici dell’antica Grecia di cui ci siano pervenute opere per intero.
Di famiglia nobile, fu testimone in prima persona di molti momenti chiave della storia di Atene, tra cui la fine della tirannia dei Pisistratidi nel 510 a.C.
Combatté in prima persona contro i persiani a Maratona (490 a.C.), dove suo fratello Cinegiro cadde in battaglia, a Salamina (480 a.C.), e a Platea (479 a.C.). La più famosa delle sue tragedie è l’Orestea, una trilogia formata dalle tragedie Agamennone, Le Coefore e Le Eumenidi, con la quale Eschilo nel 458 a.C. vinse le Grandi Dionisie.
Le tragedie che la compongono rappresentano un’unica storia suddivisa in tre episodi, le cui radici affondano nella tradizione mitica dell’antica Grecia.
La prima, intitolata Agamennone, narra l’omicidio del re al suo ritorno dalla guerra di Troia, ordito dalla moglie Clitennestra con l’aiuto di Egisto, per vendicare il sacrificio della figlia Ifigenia.
Agamennone, sovrano di Argo, in partenza per la guerra di Troia, non aveva venti favorevoli; così, per propiziarsi gli dei, su consiglio dell’indovino Calcante, sacrificò la figlia Ifigenia.
I venti divennero allora propizi; Clitennestra, tuttavia, decise di vendicare il sacrificio della figlia uccidendo il marito insieme a Egisto, cugino di Agamennone e suo amante.
Il brano appartiene al quarto episodio dell’Agamennone e coincide con il celebre canto profetico di Cassandra.
La scena si svolge davanti al palazzo reale di Argo, dove Cassandra, principessa troiana e profetessa di Apollo, è giunta come bottino di guerra del re vincitore; tuttavia, come vuole il mito, è condannata a profetizzare senza essere mai creduta.
In questo episodio Cassandra, colta da una visione, rievoca i delitti passati della casa di Atreo – in particolare l’uccisione dei figli di Tieste e il loro macabro banchetto – e, al tempo stesso, annuncia l’imminente assassinio di Agamennone per mano di Clitennestra, descritta come una figura mostruosa e demoniaca, simbolo di una giustizia deviata e violenta, tanto da meritare di essere accostata a Scilla.

CASSANDRA:

“Ahimè, ahimè! Ahi, sciagura, sciagura!
Terribile entro me di nuovo turbina
il travaglio fatidico, mi squassa
coi suoi preludi lugubri.
Vedete seduti entro la casa quei fanciulli
pari a larve di sogni?
Figli sono, figli trafitti dai lor cari.
Tendono, colme le mani, i visceri e l’entragne,
misero peso, orrido pasto!
Il padre loro ne gusta. Alcuno, io vel predico,
la lor vendetta medita: un imbelle
domestico leone, che s’ avvoltola
entro nei letti, contro il signor mio:
che d’un signore il giogo aneli ‘io sopporto.
Dei legni il condottier, quegli che strusse
Ilio, non sa che danni gli apparecchi,
ilare in cuore, con funerea sorte,
pari ad Ate invincibile, con lunga
ciancia, la lingua d’odiosa cagna!
Tanto osa! Una virago uccide un uomo.
Con quale nome d’aborrito mostro
ben potrei designarla? Anfesibena,
Scilla annidata fra gli scogli, a eccidio
dei navichieri? Dèmone d’ Averne,
che sugli amici, dalle fauci, spira
guerra implacata? Ah, tracotante!
Come ululò! Come su nemica fuga!
E pareva gioir che salvo fosse
Io sposo! Oh!, bene uguale è che mi credano
o no! L’evento appressa già. Pei fatti
presto vedrai se di sciagure io sono
profetessa verace, E avrai pietà”.

In questo passo Cassandra parla come travolta, e le sue parole appaiono scosse.
L’assassinio di Agamennone le si presenta come una violazione mostruosa dell’ordine umano, tanto che Clitennestra non può più essere chiamata donna; la profetessa tenta allora di attribuirle un nome che possa incarnare meglio l’orrore da lei rappresentato, cercandolo nel regno dell’innominabile.
Si chiede infatti:

«Con quale nome d’aborrito mostro ben potrei designarla? Anfesibena,
Scilla annidata fra gli scogli, a eccidio dei navichieri?»

Per nominarla, Cassandra cerca un nome all’altezza dell’orrore e lo individua nei mostri primordiali; tra questi spicca Scilla.
Il richiamo a Scilla è di altissima forza simbolica, perché unisce il mito al luogo geografico reale: lo scoglio insidioso posto all’imbocco dello stretto di Messina, che inganna e distrugge i marinai.
Clitennestra è così assimilata a una Scilla nascosta, “annidata” nella casa come Scilla lo è “fra gli scogli”, predatrice immobile che fa strage di chi entra fiducioso.
La reggia diventa così un passaggio mortale, e Agamennone una nave condannata.

Giuseppe Ribuffo