Emily Lowe (Torquay – Torquay, 21 marzo 1882) è stata una scrittrice britannica, donna dal carattere forte e indipendente, a tratti spericolata, nota per i suoi racconti di viaggio, tra cui quello compiuto in Sicilia e in Calabria nel 1859.
Prima donna in Inghilterra a ottenere la patente di capitano navale e ad attraversare il Mediterraneo al comando di uno yacht da 350 tonnellate, Emily Lowe rompe gli stereotipi delle viaggiatrici dell’epoca: non era una intrepida zitella con parasole, né una pellegrina in gonnella, né una pioniera del picnic.
Nel 1859 a Londra, Emily Lowe pubblica, inizialmente in forma anonima, Donne indifese in Sicilia, Calabria e sulla cima dell’Etna (Unprotected females in Sicily, Calabria and on the top of Mount Aetna), resoconto di un viaggio durato tre mesi in Calabria e in Sicilia, intrapreso in compagnia della madre, senza scorta e con un bagaglio leggero, per non subire la presenza di scomodi gentlemen.
Pienamente consapevole dell’unicità del viaggio intrapreso, la scrittrice fa spesso intendere al lettore di essere un’autentica traveller e non una semplice turista e, appena sbarcata sulla spiaggia calabrese, esclama: «Evviva Calabria! Terra che pericoli romanzeschi proteggono dall’invasione dei viaggiatori».
Pur cadendo talvolta nei tranelli degli stereotipi e dei pregiudizi che spesso caratterizzano i diari di viaggio, Emily Lowe regala un delizioso ritratto al femminile della regione e dei calabresi dell’epoca, senza trascurare di volgere lo sguardo verso la società ospitante per sottolinearne anche i tratti positivi.
A Scilla, la Lowe giunge in carrozza (corriera postale), che tre volte a settimana attraversa la Calabria da Reggio a Napoli, trasformando il viaggio stesso in una chiave di lettura del territorio.
L’incontro con il soldato, che si distingue per cortesia e senso dell’onore, contribuisce a scardinare l’immagine di una terra dominata dal pericolo, restituendo l’idea di una Calabria fondata sulla dignità, rispetto e accoglienza.
La descrizione di Scilla si eleva poi a sintesi simbolica tra natura e mito: la rocca affacciata sullo Stretto, evocata attraverso immagini solenni e richiami omerici, perde i tratti della minaccia per affermarsi come luogo di armonia, bellezza e memoria.
I gesti di ospitalità e gentilezza degli scillesi diventano segni di una civiltà semplice e gentile, rafforzando l’idea di una terra ancora genuina e incontaminata.

“Un soldato armato salì in carrozza, e prima di entrare curò di sistemare lo spadino in posizione fra di noi e facendolo seguire poi dall’uniforme e dal grado, e fu accolto come un gentiluomo; e come tale si comportò per tutto il viaggio, facendo dei nostri desideri una legge. E invece di farsi condizionare dal servizio di posta, mise la carrozza, i cavalli e i postiglioni a nostra disposizione.
Così diede ordini di fermarsi nei posti più belli perché noi potessimo disegnarli.
Per prima venne Scilla, che sembra un “Aquila di mare”, con la sua cresta svettante e le sue ali di rupe fortificata. I suoi “cani”, che Omero dice ringhiassero così spaventosamente, erano solo piccole rocce che si bagnavano dolcemente nel mare calmo cullando i delfini dove una volta cantavano le sirene assassine. Mentre stavamo disegnando, un signore uscì da un giardino per offrirci un mazzo di rose, mostrando con quel piccolo gesto un fatto delizioso: quanto quei luoghi fossero poco frequentati dai viaggiatori, cosa confermata dall’assenza di mendicanti. Stromboli sorgeva come una piramide con la punta tagliata.
Una dopo l’altra le isole Lipari apparivano all’orizzonte.
Il Faro di Messina, punta della Sicilia, con i suoi due laghi sembrava si sforzasse di toccare la costa sotto di noi, tanto era sottile lo stretto. Distese di alberi di gelso, che producevano frutti bianchi e neri, si alternavano lungo la strada a viti fissate ad alti colonnati di pietra, cariche di grappoli cosi grossi che
dovevano essere sostenuti da ceste appese sotto di loro, mentre altri grappoli essiccavano per produrre uva passa.”

L’intento principale della scrittrice, è quello di decostruire le convenzioni legate alle capacità di viaggio delle donne, ponendosi come viaggiatrice avventurosa e coraggiosa e nello stesso tempo romantica e sentimentale. Le argomentazioni portate dall’autrice sono volte ad abbattere gli stereotipi di vulnerabilità e domesticità legati al suo sesso e a sottolineare l’autonomia femminile nel processo di viaggio.

Giuseppe Ribuffo