L’origine della chiesa di San Rocco coincide con l’introduzione del suo culto a Scilla.
Fra la fine del XV secolo e i primordi del XVI, dopo essere scampati a una tremenda epidemia di peste, gli scillesi, grazie ai rapporti commerciali intrattenuti con Venezia, vennero a conoscenza della presenza, nella città veneta, dei resti mortali di San Rocco, santo protettore contro la peste, individuando in lui l’intercessore che portò Scilla a scampare al terribile flagello.
Fu proprio questa certezza che portò gli scillesi a introdurre il culto al santo Romeo edificando un Tempio in suo onore nel luogo dove tutt’oggi sorge la chiesa patronale.
I documenti più antichi che testimoniano l’esistenza della chiesa di San Rocco a Scilla sono i testi redatti da mons. Annibale D’Afflitto, Arcivescovo di Reggio, relativi alla sua prima visita pastorale della diocesi compiuta nel 1594 quando, fra le altre chiese, visitava quella di San Rocco.
Qui era presente anche una Confraternita dedicata al Santo: “est Confraternitas sub vocabulo S. Rochi”.
Negli atti non vi sono formule come nuper fundata – nuper erecta, usate per indicare edifici eretti di recente. Inoltre, grazie agli stessi, sappiamo che all’epoca era Cappellano della chiesa e della Confraternita il sacerdote Antonio Romano.
Nel 1738 iniziarono i lavori per la costruzione di un nuovo tempio che terminarono nel 1751.
Crebbe così tanto la devozione verso il Santo Patrono che gli scillesi decisero, sin dal 1862, di diroccare quasi una metà dell’antica chiesa ingrandendola e dandole forme architettoniche più eleganti, decorandola di stucchi e di marmi.
L’alba del 28 dicembre del 1908 una terribile catastrofe sismica colpì, fra gli altri, il nostro amato tempio patronale, distruggendo la facciata e il tetto.
La zona absidale e le mura perimetrali rimasero in piedi e si restaurò alla meglio ricostruendo il tetto interamente in legno, e la facciata, ribassata di molto, in cemento, calce e legno con due piccoli torri campanarie, una delle quali possedeva, sulla facciata principale, un orologio.
Arrivati a metà degli anni ’70, però, la struttura versava in condizioni precarie e si capì che bisognava intervenire con un intervento di restauro e ricostruzione.
Nel 1973 venne istituito un Comitato per la raccolta fondi a Port Chester, tra gli Scillesi lì residenti e nel 1974 a Scilla. L’arciprete del tempo era don Andrea Cassone e il sindaco il prof. Giuseppe Vita.
Successivamente ne nacque un terzo a Toronto, in Canada.
Il compito del comitato era quello di affiancare e dare massima collaborazione all’ufficio tecnico della Curia Arcivescovile oltre a fare pressioni politiche per ottenere i relativi finanziamenti e superare le difficoltà burocratiche presso gli uffici statali (Genio Civile, Provveditorato per le Opere Pubbliche, Ministero dei Lavori Pubblici). Ma facciamo un passo indietro.
Nel 1953, l’arciprete del tempo, Santo Bergamo presentò una domanda di risarcimento per danni di guerra tramite l’ufficio tecnico della Curia con una perizia che calcolava l’importo necessario in 10.000 lire del tempo.
Successivamente tale somma, insufficiente per la realizzazione dell’opera, venne elevata nel 1976 a lire 68 milioni da parte del Genio Civile, dietro un sopralluogo effettuato che permise di constatare l’aggravamento dei danni per il trascorrere del tempo.
L’anno successivo (1977) l’arcivescovo mons. Ferro proponeva lo storno di fondi di altre chiese della diocesi per l’importo di 37 milioni, elevando la disponibilità complessiva a 105 milioni.
I lavori vennero affidati dalla Curia Arcivescovile all’impresa Pizzonia che ne dava inizio in data 8 luglio 1980. La svolta si ebbe con la nomina ad Arciprete di Scilla di don Mimmo Marturano, nel 1983.
Fallita la ditta Pizzonia, i lavori vennero affidati alla ditta Scillese Socedil di Filippo Martello e con il lancio della sottoscrizione popolare, i contatti riallacciati con i comitati esteri e gli uffici statali, la divulgazione di tutte le iniziative assunte a mezzo del periodico parrocchiale, la generosità della gente, i lavori procedettero a ritmo serrato.
Il 16 agosto 1990, alla presenza delle principali autorità civili e militari, Sua Eccellenza, Mons. Aurelio Sorrentino, consacrava la nuova Mensa Eucaristica e si riapriva al culto la chiesa di San Rocco.
Oggi la chiesa si presenta in tutto il suo splendore.
Il meraviglioso portone d’ingresso in legno venne realizzato dai fratelli Focà nel 1885.
La struttura, in stile neoclassico, è a navata unica. Ai due lati del portone sono collocati due dei quattro grandi dipinti, appartenuti al convento dei padri osservanti andato distrutto nel 1783.
Le pareti laterali sono suddivise in otto grandi nicchie all’interno delle quali sono collocate: partendo dall’ingresso, nelle prime due i portoni d’accesso laterali; le quattro centrali ospitano altrettanti altari laterali e le ultime due il confessionale a destra e l’organo a sinistra.
Sulle paraste sono collocate le quattordici tele della Via Crucis del XVII secolo. Il tetto della navata, realizzato ex novo durante i lavori di restauro, è a botte e decorato seguendo lo stile del tetto del presbiterio che è originale.
Ospita quattro tondi dipinti raffiguranti i Santi titolari delle chiese che un tempo sorgevano nella zona circostante l’attuale chiesa patronale. Si tratta di San Giorgio, San Sebastiano, San Marcellino e San Luigi Gonzaga.
Uno dei quattro altari laterali ospita, all’interno di una nicchia decorata a stucco, una piccola statua in legno della Vergine Immacolata.
La statua può essere ricondotta all’ambito partenopeo del XVIII secolo e, provvista di corona e Stellario in argento, ha una parrucca di capelli veri.
Il pavimento, in marmi policromi, è riccamente decorato seguendo motivi floreali intervallati da grandi rosoni. Il presbiterio, sollevato rispetto alla navata di due scalini, ospita a sinistra l’ambone in marmo che presenta nei due lati due balaustre finemente decorate.
Al centro c’è la Mensa Eucaristica che presenta un paliotto bronzeo in altorilievo che raffigura l’ultima cena realizzato nel 1990 da Carmelo Barbaro.
Ai due lati del presbiterio sono collocati gli altri due grandi dipinti appartenuti al convento dei Padri Osservanti. Sullo sfondo, maestoso, vi è l’altare maggiore (1872).
Questo, interamente in marmo e in stile neoclassico, è sormontato dalla nicchia che custodisce l’antica statua marmorea di San Rocco collocabile alla prima metà del XVI secolo e attribuita all’artista Giovan Battista Mazzolo.

Dottor Rocco Panuccio