San Rocco nacque a Montpellier, in Francia, tra il 1345 e il 1350, da Jean De La Croix e Libère, in una famiglia nobile. Rocco nacque con una voglia rossa a forma di Croce sul petto.
Poco più che adolescente, donò le sue ricchezze ai poveri e si incamminò, pellegrino, verso l’Italia col desiderio di visitare Roma e, in essa, i luoghi sacri della cristianità. Arrivato in Italia trovò una terra devastata dalla peste che investì la penisola nel 1367.Dopo aver sostato in diverse città per prestare assistenza, giunse a Roma e vi rimase tre anni.Qui curò i malati dell’Ospedale di Santo Spirito.Dopo questo periodo intraprese il viaggio di ritorno verso la sua città natale. Arrivato a Piacenza, però, venne contagiato dal morbo pestifero e per non mettere a rischio la salute degli abitanti si rifugiò all’interno di una grotta a Sarmato.Quando sembrava ormai sopraffatto da malattia e fame, comparve un cane che tutti i giorni gli portava un tozzo di pane sottratto alla mensa del signore del posto, Gottardo Pallastrelli che, incuriosito dal comportamento del proprio cane, decise di seguirlo.Giunto nella grotta vide il giovane Rocco e subito ne rimase folgorato; si occupò dunque delle sue cure, grazie alle quali Rocco poté riprendere il suo cammino. Il suo viaggio, però, si interruppe definitivamente nella città di Voghera. Con la barba incolta, avvolto in poveri abiti, nessuno lo riconobbe, pur essendo i suoi parenti di parte materna di origine lombarda. Non rivelando le sue generalità e scambiato per una spia, senza ribellarsi, finì in carcere, per cinque anni.La tradizione vuole che Rocco venne sanato, in punto di morte, da un angelo mandato da Dio e nella notte tra il 15 e il 16 agosto di una anno tra il 1376 e il 1379 lasciò la vita terrena tornando alla Casa del Padre. Subito dopo la morte si diffuse a macchia d’olio la sua fama di santità e, in breve tempo, il suo culto iniziò a diffondersi. Scilla fu la prima comunità del basso meridione a prestare culto al Santo.L’origine della devozione verso il nostro Santo Patrono è da collocarsi alla fine del 1400, epoca in cui Scilla venne preservata da una tremenda epidemia di peste e gli scillesi, che intrattenevano stretti rapporti commerciali, fra le altre, con Venezia, vennero a conoscenza del fatto che proprio in quegli anni (1485) nella città lagunare venivano traslati da Voghera i resti mortali di San Rocco.La traslazione avvenne perché Venezia nel 1484 venne funestata da una terribile pestilenza e, affidandosi all’intercessione del santo invocato quale protettore contro la peste, i veneziani decisero di realizzare un sontuoso tempio dove custodire la reliquia del corpo del Santo.Gli scillesi, convinti che Scilla fosse stata preservata dal fatale morbo grazie all’intercessione del Santo romeo, introdussero il culto nella propria città, edificando una chiesa a Lui dedicata.Il 1743 fu l’anno dell’ultima grande pestilenza che portò morte e desolazione in tutta l’area dello Stretto.
A Scilla risiedeva il Preside della Provincia, Giuseppe Basta che, costretto a recarsi giornalmente a Reggio per doveri d’ufficio, proprio in questa città venne colpito, nel 1744, dal morbo. Rientrato a Scilla, qui vi morì. Seppellendo il suo corpo nella cripta della non più esistente chiesa del SS. Rosario, si introdusse il morbo all’interno dei confini della Città. Nonostante ciò, questo non si propagò.Fu l’ennesimo prodigio miracoloso attribuito all’intercessione del Santo che spinse gli scillesi a concretizzare ufficialmente ciò che per loro era già realtà da 250 anni.In un Martirologio del XVIII secolo, in data 16 agosto, annunciata la festività del Santo, si legge un’aggiunta manoscritta:
Civitas Scyllae a dicto Divo protecta ac sarta tecta servata a peste, quae anno 1743 grassabatur Messanae, Rhegii, aliisque finitimis locis, Patronum et Protectorem sibi elegit, cujus hodie solemne festum celebrat.
Inoltre, in un documento stampato a Roma presso la tipografia Camerale nel 1745, San Rocco è dichiarato Patrono principale della città di Scilla. Sono due le reliquie di San Rocco custodite e venerate a Scilla.
Si tratta di due pezzi d’osso appartenuti al suo Sacro Corpo.Il primo frammento è stato identificato nell’apofisi acromion, dove per apofisi si intende la parte finale dell’acromion, un osso della scapola. La tradizione vuole sia giunta a Scilla da Venezia, contestualmente all’introduzione del culto al Santo, alla fine del 1400.La seconda reliquia, invece, che si colloca sul petto della statua lignea nel periodo dei festeggiamenti, arrivò a Scilla grazie a Gaetano Paladino che con atto notarile la reperì a Messina presso la chiesa di San Martino in San Leo, dov’era custodita, portandola solennemente a Scilla nell’anno 1695.Secondo la leggenda locale, la statua lignea processionale di San Rocco, particolarmente bella e realistica, sarebbe stata realizzata da un anonimo forestiero: giunto in paese senza rivelare la propria identità, avrebbe scolpito l’opera per poi allontanarsi improvvisamente.Poiché la scultura riproduceva le sue stesse sembianze, gli scillesi identificarono quel misterioso artista con lo stesso San Rocco.Al di là del racconto popolare, l’opera è al centro di una teoria avanzata dal Prof. Francesco Burzomato, che ne propone l’attribuzione a Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.Si tratta di un’ipotesi basata su considerazioni stilistiche e storiche.Dal punto di vista formale, la statua presenta caratteristiche riconducibili al linguaggio caravaggesco: forte realismo, attenzione ai dettagli anatomici, espressività intensa del volto.Particolarmente significativo è l’uso della luce.Pur essendo una scultura, l’opera mostra un marcato effetto di chiaroscuro: con volumi modellati attraverso contrasti netti tra zone illuminate e zone d’ombra, procedimento che richiama il modo in cui Caravaggio costruiva le sue figure in pittura.Inoltre, anche le sembianze del volto della statua richiamerebbero quelle note di Caravaggio, come emergono dai ritratti a lui attribuiti: i tratti marcati, lo sguardo intenso e la fisionomia complessiva coincidono con quelli dell’artista. Anche il contesto storico rende l’ipotesi plausibile.Caravaggio soggiornò a Messina tra il 1608 e il 1609, durante la fuga da Malta, dove realizzò due meravigliosi dipinti.In quel periodo si trovava dunque nell’area dello Stretto e avrebbe potuto facilmente entrare in contatto con la realtà scillese, legata da stretti rapporti alla città di Messina.Inoltre, la sua condizione di artista in fuga spiegherebbe l’anonimato legato alla realizzazione dell’opera.L’insieme degli elementi stilistici, delle somiglianze fisionomiche e delle coincidenze storiche costituisce la base della teoria.La Festa di San Rocco è la più importante per ogni scillese. La prima domenica di luglio la scultura lignea viene traslata dalla cappella attigua alla chiesa (dove è custodita durante l’anno e dove tornerà l’ultima domenica di settembre) all’interno della chiesa stessa, in posizione d’onore a lato del presbiterio: prendono così il via le domeniche in preparazione alla Festa, che toccherà il suo culmine il sabato coincidente o successivo al 16 agosto e la domenica seguente.Lo spostamento, inizialmente solo alla domenica, del giorno dedicato al Santo, era fatto per consentire ai lavoratori di parteciparvi.A seguito dell’ingrandimento del centro abitato e della necessità, fissata dell’allora Arcivescovo Ferro, di contenere ogni processione entro le due ore, si decise di svolgerla in due giorni.Il venerdì (o mercoledì 13 se il 16 è sabato, per non sovrapporsi all’Assunta) una statua di San Rocco seduto, per gli scillesi Santa Rroccheddu, viene condotta in una cappelletta, dove rimarrà fino al lunedì successivo quando, dopo la celebrazione della Messa, verrà ricondotta presso la cappella delle statue attigua alla chiesa, in osservanza di un antico voto.Il sabato, la processione attraversa i quartieri di Chianalea e Marina Grande.Caratteristico ed emozionante è il transito dell’imponente Simulacro tra i vicoli di Chianalea, talmente stretti che vi passa a stento, sfiorando i balconcini dai quali si sporgono i devoti per accarezzarlo.Arrivati a Marina Grande la parte più bella è la salita di ritorno che consente, a chi guarda dalla soprastante piazza, di ammirare una fiumana di gente in un tripudio di ceri accesi. Quella dei ceri, i ntrocci o torce, è forse la caratteristica più toccante della processione di San Rocco a Scilla.Per grazia ricevuta o richiesta o per devozione, centinaia di torce accese offrono uno spettacolo davvero mozzafiato. La domenica è il giorno principale della Festa.La mattina viene celebrata la Messa solenne con l’offerta, da parte dell’amministrazione comunale, di un cero votivo, segno del legame tra la città e il suo Santo Patrono.Il pomeriggio la processione si snoda per le vie del quartiere San Giorgio, dove davvero emozionanti sono le soste di preghiera presso i luoghi di sollievo della sofferenza: l’ospedale, la clinica geriatrica Casa della Carità e la casa di riposo San Gaetano Catanoso.Tipica è l’attenzione dell’arciprete e dei portatori della statua verso gli anziani, i disabili e i malati cronici incontrati durante il tragitto, rallentando o addirittura arrestando il procedere della statua per un momento. Tradizione unica di Scilla è “U Triunfinu”.Concludendosi in piazza San Rocco la processione, la statua viene condotta all’estremità opposta alla chiesa, alla quale farà trionfale ritorno secondo la seguente modalità tradizionale.Peculiari giochi pirotecnici quali una fiaccolata a pioggia accompagnata da ruote di fuoco e da una batteria di spari ravvicinati delimitano il tragitto lungo il quale la statua viene portata di corsa in un tripudio di battimani e Viva San Rocco! Giunta al sagrato, la maestosa effige è rivolta verso il popolo plaudente.Il Trionfino celebra il trionfo delle virtù eroiche della santità cristiana, del bene sul male, di Dio e del suo servo San Rocco sulla peste, a cominciare da quella del peccato. San Rocco passa incolume sotto il fuoco delle tribolazioni uscendone vincitore.
Dottor Rocco Panuccio


