Raffaele Piria nacque a Scilla il 20 agosto 1814, da Luigi e Angela Tortiglione.
La famiglia Piria – sebbene alcuni suoi membri avessero ricoperto l’ufficio di erario presso il feudatario Ruffo dopo il maremoto del 1783 – apparteneva alla classe dei commercianti d’olio, che godevano di una certa prosperità economica. Compiuti gli studi a Reggio, a soli quindici anni fu inviato a Napoli, dove intraprese gli studi di medicina, conseguendo la laurea presso quella Università.
Qui conobbe il naturalista Scacchi, che divenne poi suo grande amico per tutta la vita.
Tuttavia, al centro dei suoi interessi culturali Piria pose la chimica, alla quale dedicò l’intera esistenza, facendone l’oggetto di una passione intensa e costante. Grazie a questa disciplina ottenne grande fama, tanto da essere considerato, come scrisse Cantù,uno tra i maggiori maestri di tutta l’Europa in fatto di chimica organica. Questa stessa passione lo condusse, nel 1836, a Parigi.
Qui cercò di compiere ricerche analitiche nella stanza in cui alloggiava, con «mezzi assai serafici», come egli stesso scrisse in una lettera indirizzata all’amico Scacchi.
Frutto di tali studi furono due articoli pubblicati su un giornale scientifico parigino. Tuttavia, queste ricerche richiedevano un laboratorio adeguato; perciò un suo conoscente, Jussieu, lo raccomandò al celebre Giovanbattista Dumas, che lo accolse e gli mise a disposizione il proprio gabinetto scientifico.
Dumas ne ammirò ben presto l’acuto ingegno e l’accuratezza, qualità che gli consentivano di affrontare con successo anche le analisi più difficili, tanto da considerarlo «il migliore dei suoi collaboratori».
Sicché, nel 1841, allorquando l’inviato del Granduca di Toscana chiese a Dumas il suo parere per la nomina di Piria a professore presso la celebre Università di Pisa, questi, senz’esitazione, espresse un giudizio pienamente favorevole, riconoscendo nell’eccezionale giovane una «mente chiara, ingegno arguto e grande perizia». Iniziò così Piria la sua attività di professore universitario, circondandosi di una schiera di giovani che sceglieva tra i migliori di tutte le province d’Italia.
Egli fu sempre di esempio ai suoi discepoli, che avviava con amore, serietà e competenza allo studio, poiché vedeva in essi i continuatori ideali delle sue ricerche. Ebbe allievi brillanti, tra cui Bertagnini, Piazza, Tassinari, Pacinotti e Missaghi.
Piria fu un maestro esemplare e dotato: possedeva genialità intuitiva, facilità di parola, eccellente perizia tecnica — che continuamente perfezionava — e un entusiasmo profondo per tale scienza.
Suscitavano, perciò, ammirazione ed entusiasmo le sue doti di grande maestro, testimoniate non solo dalla qualità dell’insegnamento – che esercitava un grande fascino sugli uditori, non soltanto discepoli ma anche uomini illustri come Quintino Sella, Diodato Chiaves e De Filippi – ma anche dalle innumerevoli memorie scientifiche e dai pregevoli lavori, quali il trattato di chimica inorganica e quel “monumento scientifico”, come fu definito, costituito dalla composizione di uno dei più grandi trattati di chimica organica.
Si devono, tra l’altro, alle sue eccezionali doti la scoperta, per la prima volta, di una delle numerose e importanti sostanze vegetali oggi denominate glucosidi, ottenuta dalla scomposizione della salicina.
Proprio nell’ambito di questi studi, condotti già nel 1837 durante il soggiorno parigino nel laboratorio di Dumas, egli riuscì a trasformare la salicina – un glucoside estratto dalla corteccia di salice – in acido salicilico, individuandone così il principio attivo; per questo motivo è oggi considerato tra i “padri” dell’aspirina, poiché tale scoperta rese possibile, nei decenni successivi, la sintesi dell’acido acetilsalicilico.
Questa sostanza era stata sì scoperta da Leroux e utilizzata in farmacia, ma non se ne conoscevano gli elementi componenti. Si deve quindi a lui, attraverso le analisi compiute, la scoperta che uno degli elementi costitutivi — lo zucchero — era glucosio.
Studiando l’altro componente, scoprì inoltre la saligenina, l’acido salicilico e numerosi derivati della serie salicilica.
Su queste basi indispensabili, fornite dalle ricerche di Piria, si innestarono sviluppi fondamentali: nel 1853 Charles Frédéric Gerhardt trasformò l’acido salicilico in acido acetilsalicilico, mentre nel 1897 Felix Hoffmann ne realizzò la sintesi industriale presso la Bayer, portando alla nascita dell’aspirina moderna.
Acuta e profonda fu l’intuizione che egli trasse dalle numerose ricerche, ossia che le sostanze più complesse della chimica organica risultano dalla condensazione di molecole più semplici, con eliminazione di acqua.
Rivoltosi allo studio delle molecole proteiche – impresa che a quei tempi sembrava del tutto impossibile – riuscì a identificare la tirosina tra i prodotti di demolizione delle proteine.
Le ricerche sull’asparagina e sull’acido aspartico, che egli trasformò in acido malico utilizzando l’acido nitroso, gli offrirono inoltre la possibilità di stabilire un metodo generale che rendeva possibile il passaggio dagli amminoacidi agli ossiacidi.
La sua fama fu, perciò, così grande e largamente riconosciuta che il Ministro della Pubblica Istruzione, Giovanni Lanza, non esitò un istante ad assegnargli, nel 1856, la cattedra di Professore di Chimica Inorganica presso l’Università di Torino.
Personalità di primo piano in quei tempi di acceso patriottismo, nel clima rovente del nostro Risorgimento, fu, insieme a Pilla e Matteucci, animatore dei giovani studenti, i quali nel 1848 costituirono, con i loro maestri, quel battaglione universitario che si coprì di gloria a Curtatone, dando, con il proprio sacrificio, la possibilità della vittoria di Goito all’esercito piemontese.
Malgrado le brillanti vittorie conseguite, l’esito della Prima guerra d’Indipendenza fu disastroso. Piria si trasferì allora in Piemonte, dove fondò, con Matteucci, il Nuovo Cimento e dove, alcuni anni dopo, iniziò a insegnare in quella Università fino alla fine dei suoi giorni.
Nel 1860 lo troviamo, con ardente spirito patriottico, in Calabria, dove si recò per organizzare il plebiscito di annessione al nuovo Regno d’Italia. Rivide così Scilla, ma presto ripartì, poiché Cavour, suo amico, gli affidò il dicastero della Pubblica Istruzione a Napoli.
L’anno successivo fu eletto deputato al nuovo Parlamento nella circoscrizione di Palmi e, nel maggio del 1862, fu nominato senatore. L’amicizia che lo legò al grande statista fu salda e duratura e avvicinò le due forti personalità.
Si ricorda, a tal proposito, un curioso episodio al quale è legato anche il nome del grande chimico scillese.
A Cavour, assorto nei suoi gravi pensieri, era capitato di lasciare il sigaro che stava fumando immerso nel calamaio della sua scrivania.
Quando il giorno dopo lo riprese, notò, fumandolo, un odore gradevolissimo e si rivolse allora all’amico scienziato perché analizzasse il resto del sigaro.
Da lui apprese che quell’odore proveniva dalle particelle di solfato di ferro contenute nell’inchiostro che vi si erano incorporate. Nacque allora l’idea di fabbricare sigari con tale sostanza e Piria ne fornì la formula chimica.
Il nostro scienziato sopravvisse ancora per alcuni anni, continuando con piena dedizione l’intenso lavoro che la sua disciplina prediletta gli imponeva e meritando ampiamente di far parte di quel glorioso sodalizio di scienziati che fu l’Accademia dei cosiddetti “Quaranta”.
Ben presto, però, le sue forze vennero meno: si spense a Torino il 18 luglio 1865, con accanto la moglie Eloisa Cosenz. Scilla si unì alle città di Torino e Napoli nel ricordo del suo grande figlio.
Nel 1895 il Consiglio comunale di Scilla pose una lapide sulla casa in cui Piria era nato.
Il basso rilievo, in marmo, fu opera dello scultore messinese Vincenzo Lo Schiavo, che scolpì abilmente Piria circondato da rami di quercia e di alloro. L’iscrizione, dettata da Giovanni Bovio, amico di Piria, sintetizza gli aspetti più significativi della sua potente personalità.
I vari terremoti, che spesso hanno cancellato molte testimonianze di un glorioso passato, hanno risparmiato questa lapide, che rimane a dare memoria di un nostro grande concittadino.
Che i giovani, in questa epoca in cui essi stessi sono minacciati da oscure forze disgregatrici della personalità, volgano la loro attenzione al grande scienziato scillese, emulandone la coerenza, la perseveranza, la capacità produttiva e l’attaccamento al dovere e alla Patria.
Giuseppe Ribuffo


