Alessandro Manzoni (Milano, 1785 – 1873), scrittore, poeta e drammaturgo italiano, è tra i maggiori autori della letteratura italiana.
Scrisse I promessi sposi (1842), considerato uno dei massimi capolavori della letteratura italiana: un’opera assunta a modello non solo per il valore letterario, ma anche per l’uso di una lingua nazionale e come primo grande esempio di romanzo storico italiano.
Accanto agli Inni sacri (1816), alle tragedie Il conte di Carmagnola (1819) e Adelchi (1822), e alle odi civili, spicca Il cinque maggio (1821).
Questa celebre ode, composta da diciotto strofe di sei settenari ciascuna, con rime alternate, fu scritta da Manzoni in soli tre giorni, appena appreso, nel luglio 1821, della morte dell’imperatore Napoleone Bonaparte, avvenuta il 5 maggio dello stesso anno sull’isola di Sant’Elena, dove si trovava in esilio.
Elegia civile e spirituale, l’opera ripercorre le tappe fondamentali della vita di Napoleone, dalle vittorie alla caduta, interrogandosi sul significato della sua gloria terrena e sul giudizio della storia.
Attraverso un linguaggio solenne e meditativo, Manzoni supera il semplice elogio storico per approdare a una riflessione più profonda sul destino umano, affidando il giudizio ultimo non agli uomini, ma a Dio, unico depositario della verità e del senso della storia.
Fin dalle prime strofe, il poeta utilizza potenti riferimenti geografici e simbolici per rappresentare l’estensione e la rapidità delle conquiste napoleoniche: si carica, dunque, di intensa forza evocativa il richiamo a Scilla, citata insieme al Tanai come limite estremo del mondo allora conosciuto, per il profondo e riconosciuto valore simbolico che la città è il suo mito hanno da sempre rivestito nell’immaginario del mondo classico e della civiltà mediterranea. Il riferimento mitologico e geografico a Scilla contribuisce dunque a sottolineare la solennità e l’ampiezza universale dell’azione di Napoleone, il cui “fulmine” si è abbattuto da un mare all’altro d’Europa.

“Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull’altar “

«Dall’ Alpi (campagna d’Italia del 1796) alle piramidi (campagna d’Egitto del 1799), dal Manzanarre (fiume di Madrid, nella campagna di Spagna del 1808) al Reno (nelle campagne di Germania), le azioni fulminee di quell’uomo, senza esitazioni, seguivano immediatamente il suo improvviso apparire; agì impetuosamente da Scilla (dove giunse il suo dominio) al Tanai (il Don, nella campagna di Russia del 1812), da un mare (il Mediterraneo) a un altro mare (l’Atlantico)».
Al verso con il riferimento a Scilla segue quello celebre con cui Manzoni sospende il giudizio sull’imperatore, affidandone la valutazione agli storici e alle future generazioni: «Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza».

Scilla è richiamata da Manzoni nell’ode come punto di riferimento emblematico per descrivere l’estensione delle campagne militari napoleoniche che, nel Mezzogiorno d’Italia, condussero alla formazione del Regno di Napoli, governato prima da Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e poi da Gioacchino Murat (1808-1815).
L’espansione dell’esercito francese si spinse fino a Scilla, attestandosi sul suo castello, dove trovò un limite naturale e strategico: lo Stretto, infatti, nonostante ripetuti tentativi, segnò un confine invalicabile dell’avanzata, impedendo il passaggio verso il Faro, Messina e la Sicilia, che rimasero sotto il saldo controllo britannico.

Giuseppe Ribuffo