Giovanni Boccaccio (Certaldo, luglio 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375) fu uno scrittore e poeta italiano e rappresenta una delle figure più importanti del panorama letterario europeo del XIV secolo.
È annoverato, insieme a Dante Alighieri e Francesco Petrarca, tra le cosiddette «Tre corone» della letteratura italiana.
Considerato da molti studiosi il maggiore prosatore europeo del suo tempo, Boccaccio si distinse per la sua straordinaria versatilità: seppe infatti fondere tendenze e generi letterari diversi in opere originali, grazie a un’attività creativa segnata da un forte sperimentalismo.
È inoltre ricordato come uno dei precursori dell’Umanesimo: insieme all’amico Petrarca contribuì a gettarne le basi, soprattutto nell’ambiente culturale fiorentino.
La sua opera più celebre è il Decameron (1351), una raccolta di novelle che ebbe un ruolo fondamentale nella formazione della tradizione letteraria italiana.
La sua importanza fu riconosciuta anche nei secoli successivi, in particolare nel XVI secolo, quando Pietro Bembo elevò lo stile boccacciano a modello della prosa italiana.
L’influenza di Boccaccio non si limitò all’ambito culturale italiano, ma si estese a tutta l’Europa, esercitando un influsso significativo su autori come Geoffrey Chaucer, figura centrale della letteratura inglese, e Miguel de Cervantes. Negli ultimi vent’anni della sua vita, Boccaccio si dedicò soprattutto alla stesura di opere di carattere enciclopedico e di forte impronta umanistica, che riflettono pienamente la nuova temperie culturale del tempo.
A questo periodo è riferibile il De montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus et de diversis nominibus maris (spesso abbreviato in De montibus), opera erudita in latino composta nella fase matura di Boccaccio, tra il 1355 e il 1373, sotto l’influenza dell’umanesimo petrarchesco.
Si tratta di un ampio dizionario geografico di carattere enciclopedico, organizzato in sezioni dedicate alle diverse realtà naturali indicate nel titolo — monti, boschi, fonti, laghi, fiumi, stagni o paludi e i nomi del mare — con voci disposte in ordine alfabetico.
L’opera nasce con l’intento di agevolare la comprensione dei riferimenti geografici presenti nei testi classici latini e greci e costituisce uno dei pilastri della produzione umanistica boccacciana, testimoniando il suo impegno nel recupero, nell’organizzazione e nella trasmissione del sapere dell’antichità.
Nella sezione VII dell’opera, intitolata De diversis nominibus maris (“i diversi nomi dei mari”), Boccaccio sposta lo sguardo dalla terraferma al mare.
Questa parte dell’opera è dedicata alla descrizione e alla ricognizione dei mari del mondo antico, condotta attraverso l’autorità delle fonti classiche – da Omero a Virgilio, fino a Plinio e Ovidio – dando vita a una vera e propria mappa linguistica e culturale dello spazio marino, che restituisce ai mari la loro identità attraverso i toponimi tramandati dalla tradizione.
In questo intreccio tra sapere enciclopedico e tradizione classica, alla voce identificata con il numero 104, Boccaccio definisce lo Scyllaeum mare (il mare di Scilla) come quel tratto di mare situato tra la penisola italiana e la Sicilia, corrispondente all’odierno Stretto di Messina.
L’autore, attingendo alle fonti classiche che ne hanno fissato l’immaginario, fornisce anche una descrizione morfologica dello scoglio di Scilla, al quale questo tratto di mare è storicamente e indissolubilmente legato.
“Il mare di Scilla (Scylleum mare) è quello che chiamiamo Faro tra la Sicilia e l’Italia, e prende il nome dal mostro Scilla da quella parte d’Italia che le è più vicina. Si dice che sia un gigantesco masso con aspetto umano nella parte superiore, mentre avrebbe invece nella metà inferiore molti e affilati scogli, tra i quali, fintanto che vi penetra il mare impetuoso, rifratto da quegliscogli e da lì strepitando tanto per il proprio naturale rumore quanto accresciuto dal vuoto della grotta che lì si crea, sembra rimandare il suono di cani latranti con immenso furore, ragione che anticamente diede origine a questo mito; cioè che la fanciulla Scilla amata da Glauco, mentre lì si lavava, per un sortilegio di Circe, venne inghiottita da cani marini fino all’inguine e in quel punto esatto venne imprigionata per sempre; altri tuttavia sostengono che Scilla fosse una donna avidissima che derubava dei loro averi i propri ospiti, che venne gettata in mare da quel luogo e che diede così il proprio nome allo scoglio e in modo fantasioso a quel luogo.”
Giuseppe Ribuffo


