Albert Jouvin de Rochefort (circa 1640 – circa 1710) è stato un viaggiatore e cartografo francese, oltre che, per un periodo, tesoriere di Francia a Limoges dal 1675 al 1702. Sulla sua vita si hanno poche informazioni.
È autore di un diario di viaggio, Le voyageur d’Europe, où sont les voyages de France, d’Italie et de Malthe, d’Espagne et de Portugal, des Pays-Bas, d’Allemagne et de Pologne, d’Angleterre, de Danemark et de Suède, in cui descrive i suoi viaggi attraverso l’Europa e il Medio Oriente, includendo anche l’Egitto e la Terra Santa.
Questi volumi sono accompagnati da mappe che illustrano il percorso intrapreso, incise da François Lépine, detto La Pointe, specializzato nella realizzazione di mappe e carte geografiche.
Rochefort affronta la visita dell’Italia meridionale via mare, compiendo un periplo della Sicilia e giungendo sullo Stretto di Messina da Palermo.
Durante la permanenza a Messina, Rochefort si spinge fino al Faro di Messina (Capo Peloro), punto estremo dell’isola. Da questo luogo, carico di storia e suggestioni, l’autore si ferma a osservare lo Stretto, colpito dalla stretta vicinanza tra le due sponde. In questo passo, Rochefort costruisce un ponte tra l’osservazione concreta della natura e la tradizione mitologica antica, mostrando come il mito nasca dall’esperienza diretta del mare.
La descrizione dell’istmo e, in particolare, dei violenti movimenti delle acque nello Stretto di Messina si fonda su un vissuto personale: l’autore osserva i vortici, sale in barca e sperimenta in prima persona la forza delle correnti che trascinano e fanno ruotare le imbarcazioni.
È proprio questa realtà fisica, instabile e pericolosa, a dare sostanza alle figure di Scilla e Cariddi, che non appaiono come semplici invenzioni poetiche, ma come simboli di rischi concreti per la navigazione.
Evitare il vortice di Cariddi significa esporsi allo scoglio di Scilla, in un equilibrio precario che Rochefort riconduce alle condizioni naturali del canale, dominate da correnti impetuose e mutevoli.
Tali circostanze costringono le navi di passaggio a dover ricorrere all’aiuto dei piloti locali per attraversarlo: marinai esperti del luogo che conoscono le correnti, i vortici e i punti più pericolosi del canale, e che conducono le imbarcazioni in sicurezza, evitando i tratti più insidiosi, come gli abissi di Cariddi e lo scoglio di Scilla.
In particolare, Scilla viene identificata da Rochefort con il termine Sciglio (in dialetto locale U’ Scigghju), che, lungi dall’essere una semplice variante lessicale, rappresenta la denominazione tradizionale con cui, fin dall’antichità e ancora oggi, gli abitanti di Scilla e dello Stretto di Messina – in particolare quelli della città di Messina e dei suoi villaggi – indicano lo Scoglio di Scilla.
Da tale toponimo, sedimentato nell’uso linguistico e nella memoria collettiva, deriva l’appellativo dialettale Scigghjitani, tuttora impiegato per designare gli abitanti di Scilla, ossia gli abitanti dello Sciglio (U’ Scigghju), gli abitanti dello Scoglio.

“Questo istmo si trova a sole due braccia circa sul livello del mare, i suoi terreni sono sabbiosi e in alcuni punti adatti alla coltivazione di ortaggi, ma il punto più basso è utilizzato per le saline,[…] dalla fine di questo istmo, si vede l’abisso di Cariddi, così famoso nei poeti latini, e principalmente in Ovidio, che ne parla come del luogo più pericoloso di tutto il mare.
Non è lontano da questa penisola, se non pochi passi, dove abbiamo visto l’acqua girare a forma di bacino largo trenta passi,[…] Questo fu per noi motivo di curiosità, così prendemmo una barca per fare un giro dopo aver visto alcuni pescatori le cui barche giravano per la forza delle acque che le trasportavano, come se scendessero nel mezzo di questa svolta senza però affondarle, e anzi creando loro difficoltà a uscire; perché ci
assicurarono che non avevano mai visto niente lì, né avevano avuto difficoltà a uscire con pochi colpi di remo. Avanzammo con la nostra barca su questo abisso, che subito la prese sotto il suo controllo, facendole fare diverse grandi virate prima di arrivare al centro, […] perché girava e girava, e come se si immergesse in un grande buco che molti ci hanno detto essere stato molto pericoloso in passato, principalmente quando il mare è agitato: il che è abbastanza comune su questo faro di Messina, dove i venti regnano così furiosamente, che le navi provenienti da paesi stranieri non possono avvicinarsi a Messina senza pericolo, a meno che non usino piloti che sono del paese, che li aspettano all’ingresso di questo faro per guidarli nel porto; Questo diede a Ovidio l’ispirazione per scrivere questo verso:
Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim
Perché chi proveniva da Oriente, cercando di evitare l’abisso di Cariddi, si sarebbe scontrato con lo scoglio di Sciglio, che si può vedere all’imbocco di questo canale, vicino al Castello di Sciglio, che si protende nel mare di fronte alla torre del Faro, dove questo canale è più stretto, essendo largo solo sette miglia.
Ma ciò che è più sorprendente di questo canale è un forte flusso e riflusso, che lo fa scorrere ogni poche ore, da est a ovest e da ovest a est, con tale rapidità che, se colpita da venti contrari, qualsiasi nave che volesse entrarvi correrebbe un rischio quasi inevitabile di perire, essendo a malapena in grado di resistere a tale forza.”

Qualche mese dopo, Rochefort, nel corso del viaggio di ritorno da Malta, fece nuovamente scalo nel porto di Messina, dove, individuata un’imbarcazione diretta a Napoli, vi si imbarcò e, approfittando di favorevoli condizioni meteomarine, riuscì a sbarcare presso Scilla.
Qui visitò il castello, edificato sullo scoglio omonimo, generatore dell’antico mito di Scilla, rievocando in chiave erudita i racconti della tradizione classica legati al luogo, con particolare riferimento alle Metamorfosi di Ovidio, a cui aveva già accennato durante il primo passaggio in questo tratto di mare.

“Messina a prima vista ci parve bella come l’avevamo vista prima di andare a Malta: ci fermammo lì solo per scegliere un imbarco che trovammo in due modi: uno, che era una nave fiamminga che andava a Napoli; e l’altro, che era di prendere una Feluca espressa, appena ci trovassimo sulla banchina di Messina, con la stessa intenzione di andare a Roma e di battere la Calabria, per vedere questa gran parte del Regno di Napoli: aggiunse che con questo mezzo eravamo padroni di rimanere, avanzare o indugiare per la strada e nelle Città, dovunque ci sembrasse opportuno, secondo l’accordo che avevamo fatto col padrone della feluca, molto esperto nel suo mestiere; per questo ci imbarcammo una mattina, per sfuggire alla corrente dello stretto di Messina, aiutati da un vento leggero che ci diede l’opportunità di visitare il castello di Sciglio, da cui sporge il famoso scoglio di Scilla, che Ovidio descrive come essere stato un tempo così formidabile per le navi che passavano lo stretto di Messina.
Si trova all’ingresso di questo stretto, di fronte alla torre del Faro, da dove salpammo per la Calabria.”

Giuseppe Ribuffo