Gaio Sallustio Crispo (Amiternum, 1 ottobre 86 a.C. – Roma, 34 a.C.) è stato uno storico, politico e senatore romano, annoverato tra i più importanti storici della latinitas.
Proveniente da una famiglia plebea legata alla nobilitas municipale, compì a Roma il cursus honorum, divenendo prima questore, poi tribuno della plebe e infine senatore della res publica.
Dopo essere stato espulso dal Senato per indegnità morale, partecipò alla guerra civile del 49 a.C. tra Giulio Cesare e Pompeo, schierandosi con il primo.
Dopo la sconfitta di Pompeo, Cesare lo ricompensò per la sua fedeltà conferendogli la pretura e nominandolo governatore della provincia dell'Africa Nova.
Alla morte di Cesare, Sallustio si ritirò dalla vita politica e si dedicò alla stesura di importanti opere storiche: le due monografie De Catilinae coniuratione (43 a.C.) e Bellum Iugurthinum (40 a.C.), e soprattutto le Historiae, un'opera annalistica in cinque libri, iniziata nel 39 a.C., rimasta incompiuta e purtroppo frammentaria, ma che rappresenta il suo progetto storiografico più ambizioso e significativo.
Le Historiae dimostrano l'intento di Sallustio di narrare la storia di Roma dal 78 a.C., anno della morte di Silla — punto in cui si interrompevano le Historiae di Lucio Cornelio Sisenna, di cui Sallustio intendeva porsi come continuatore — fino al 67 a.C., anno della vittoriosa campagna di Pompeo contro i pirati.
Si tratta di un periodo segnato da forti tensioni politiche, da guerre civili latenti e da un progressivo indebolimento delle istituzioni repubblicane.
Al centro della narrazione non vi sono soltanto i fatti, ma soprattutto la crisi morale e politica dello Stato romano, l'instabilità degli equilibri e le difficoltà di governo che attraversavano la Repubblica.
Il libro IV delle Historiae, in particolare, si colloca nella fase più avanzata di questa crisi della tarda Repubblica romana, nel pieno delle tensioni politiche e militari che coinvolgevano anche le province e le regioni periferiche dell'Italia e del Mediterraneo.
Sallustio, tuttavia, non si limita mai a una cronaca asciutta: spesso interrompe la narrazione con digressioni geografiche, etnografiche o riflessive, che servono a orientare il lettore nello spazio, a chiarire lo scenario degli eventi e a conferire maggiore profondità culturale e simbolica al racconto storico.
Il passo che segue, legato al contesto delle guerre piratiche affrontate da Pompeo o alla guerra servile mossa contro Spartaco, appartiene proprio a una digressione geografica sull'Italia meridionale e sulla Sicilia.
Scilla, in particolare, diventa per Sallustio un riferimento geografico essenziale nello scenario storico considerato: egli riconosce in questo luogo un alto valore strategico, sia dal punto di vista militare sia commerciale, nel contesto mediterraneo, ma anche una forte carica di suggestioni mitiche e simboliche.
[19] Tutta l'Italia, costretta in spazi angusti, è divisa in due promontori, il Bruzio e il Sallentino.
[20] Italia piatta e molle.[21] Inclinandosi verso la Sicilia, le fauci stesse non si aprono più per trentacinque miglia.
[22] Si concorda che la Sicilia fosse unita all'Italia; ma lo spazio intermedio fu o sopraffatto dalla bassezza o lacerato dalla ristrettezza. Ma la natura dell'Italia più molle la rende così curva, che l'asprezza e l'altezza della Sicilia respingono la marea.
[23] Gli indigeni chiamano Scilla uno scoglio a picco sul mare, simile alla celebre forma vista da lontano. E nella favola le hanno dato un aspetto mostruoso, come se fosse la forma di un cane con le teste giunte, perché sembrano rappresentare le onde che si infrangono lì, abbaiando.
[24] Il mare vertiginoso di Cariddi, che, forse inghiottendo i naufragi portati a riva, trascina con vortici nascosti sessantamila Tauromeniti alle sue rive, dove i relitti lacerati emergono dal fondo.[25] Il promontorio di Peloro è in Sicilia, così chiamato dal governatore di Annibale, che lì fu sepolto.
Questa digressione serve ad aiutare il lettore a comprendere quanto lo spazio dello Stretto tra Italia e Sicilia fosse decisivo nel momento storico trattato, segnato dalle grandi tensioni interne e marittime di Roma, come le guerre piratiche di Pompeo o, più in generale, il problema dei collegamenti con la Sicilia ai tempi della rivolta di Spartaco.
Lo storico descrive l'estremo lembo dell'Italia, là dove la terra sembra quasi esaurirsi e il continente si piega verso la Sicilia, separato da un tratto di mare tanto breve quanto insidioso.
Non si tratta di una descrizione neutra: il paesaggio, nelle parole di Sallustio, riflette una tensione profonda, una fragilità naturale che sembra rispecchiare quella della storia umana.
L'Italia, osserva, si restringe scendendo verso sud fino a dividersi in due promontori, il Bruzio e il Sallentino. È una terra "piatta e molle", più cedevole, meno aspra rispetto alla Sicilia che le sta di fronte.
Da qui nasce l'idea, condivisa da molti autori antichi, che le due terre fossero un tempo unite e che poi la parte più fragile dell'Italia abbia ceduto, dando origine al braccio di mare che oggi le separa.
Lo stretto che divide Italia e Sicilia non è dunque soltanto un confine geografico, ma il segno di una frattura primordiale, di un equilibrio spezzato dalla forza della natura.
Dentro questo scenario, Sallustio introduce Scilla, che rappresenta il vero punto chiave della descrizione.
Scilla non è presentata solo come figura mitica, ma innanzitutto come un luogo reale: uno scoglio a picco sul mare, noto agli abitanti del posto e temuto da chi naviga.
Proprio perché è un punto fisso, visibile e pericoloso, assume un ruolo centrale sia dal punto di vista geografico sia da quello storico.
È lì che il mare si fa più insidioso ed è lì che il passaggio obbligato concentra rischi e paure.
Il mito nasce da questa realtà: la forma dello scoglio e il rumore delle onde che vi si infrangono, simile a un latrato, hanno trasformato Scilla in un mostro nella tradizione poetica.
Sallustio, però, non insiste sull'elemento fantastico, ma lo riconduce alla sua origine concreta, mostrando come il racconto mitico serva a dare un volto a un pericolo naturale.
Nel contesto delle guerre piratiche o servili, Scilla diventa dunque un luogo chiave: controllare o attraversare quello spazio significava dominare uno dei passaggi cruciali del Mediterraneo.
Accanto a Scilla compare Cariddi, il vortice marino sul lato siciliano dello stretto.
Anche qui il racconto mitico è ricondotto a un dato reale: i gorghi che risucchiano e rigettano relitti sulle coste. Il riferimento ai Tauromeniti (abitanti dell'odierna Taormina) serve a sottolineare l'ampiezza e la forza delle correnti di questo tratto di mare, note in tutto il Mediterraneo.
Infine, Sallustio cita il promontorio Peloro sull'altra sponda dello stretto, legandolo alla memoria storica di Annibale, a completare il quadro geografico e mitico di un passaggio marino temuto fin dall'antichità.
In questo modo, nel libro IV delle Historiae, Sallustio intreccia storia, geografia e tradizione mitica.
La menzione di Scilla non è un semplice ornamento, ma contribuisce a dare concretezza allo spazio in cui si muovono uomini ed eventi, mostrando come i luoghi, soprattutto quelli di confine, conservino insieme la memoria della natura, del mito e della storia.
Giuseppe Ribuffo


