Avvertiva il nostro storico, il Canonico Giovanni Minasi – facendo proprio l’ammonimento di Plinio – che è turpe vivere in patria e ignorarla: «Turpe est vivere in patria et patriam ignorare». Ed è proprio per non ignorarne gli eventi e le sorti che egli si fece attivo ricercatore negli archivi di Napoli, Roma, Palermo e Messina, di ogni documento che interessasse, direttamente o indirettamente, il nostro Paese. Era suo intendimento ricostruire la storia di Scilla fin dall’epoca più remota, convinto che «lo scopo precipuo che deve avere di mira ogni onesto cittadino è quello di rendersi utile alla Patria adoperando ogni mezzo per promuovere il suo benessere morale e civile».
Dalla convinzione che la storia, dopo la religione, sia la guida e la maestra dei popoli — «concorrendo essa potentemente al miglioramento del ben vivere sociale» — prese forza la sua opera di intelligente e accorto ricercatore.
Essa lo rese benemerito nel mondo della cultura, soprattutto presso il suo Paese e i suoi concittadini, i quali egli sperava traessero esempio dalla solerzia, dall’audacia, dall’impegno attivo in ogni campo, dalla religiosità e dal coraggio con cui i nostri antenati lottarono contro i prepotenti loro feudatari, donandosi fino alla vittoria da un secolo all’altro e lasciando la chiara testimonianza che «con i popoli civili lotta inutilmente la prepotenza».
Le sue Notizie Storiche della città di Scilla ci conducono passo dopo passo nello svolgersi degli eventi che hanno coinvolto il nostro Paese, divenuto talvolta protagonista.
Si tratta di una ricostruzione storica articolata in ventiquattro capitoli – oltre alle biografie – basata su testimonianze tratte da documenti autentici.
Altra sua grande opera che ci riguarda è «Il Monastero Basiliano di San Pancrazio sullo scoglio di Scilla».
Dobbiamo dunque a lui se sono state rinverdite le sopite memorie della grandezza di Scilla e del valore degli Scillesi, oltre a confermare con precisione la presenza del Monastero dei Padri Orientali sullo scoglio di Scilla.
Giovanni Minasi nacque a Scilla il 27 dicembre 1835 da Giacomo e da Nicolina Colloridi. Avviato inizialmente agli studi nella casa paterna sotto la guida di un sacerdote, frequentò poi il collegio dei Gesuiti e il Seminario di Reggio Calabria, allorché si stava operando una vera rinascita negli studi e nelle vocazioni sacerdotali grazie al colto ed energico Monsignor Riccardi.
In questo clima fervido di religiosità anche il giovane Minasi si votò al sacerdozio, ottenendo, a completamento del corso di preparazione, l’ordinazione a Roma dal suo amato Vescovo, che nel frattempo era stato allontanato da Reggio.
Rimase dunque a Roma, dove compì intensi studi, per poi far ritorno al paese natio, ove fu nominato canonico della Collegiata della Chiesa Madre e, in seguito, canonico onorario della Metropolitana di Reggio Calabria. Tuttavia, la vita di studio e di ricerca, alla quale si sentiva profondamente attratto, gli fece comprendere che un piccolo centro lontano dai grandi poli culturali, come il nostro, non poteva offrirgli il materiale necessario al suo lavoro.
Decise quindi di recarsi a Napoli, ospite dei Gesuiti, ordine di cui facevano parte due suoi fratelli, Pasquale e Antonio. Qui rimase fino al 1897, dedicandosi a importanti ricerche presso l’archivio storico e rinvenendo documenti antichissimi riguardanti la nostra Scilla.
La sua attività ebbe inizio con una monografia sul Santo Protettore del paese, San Rocco, per poi proseguire con studi di maggiore impegno e respiro storico.
Oltre le due opere sopra citate che interessano particolarmente Scilla, il Minasi, durante la permanenza a Napoli, scrisse e pubblicò le seguenti opere:

– Lo Speleota, ovvero S. Elia di Reggio Cal. monaco basiliano nel IX e X sec.
– San Nilo di Calabria, Monaco basiliano nel X secolo, con annotazioni storiche.
– Chiese di Calabria dal V al XII secolo. Cenni storici.
– Cassiodoro Senatore. Ricerche storico – critiche.

Tali opere gli valsero grandi simpatie e numerosi elogi da parte di personalità colte e autorevoli. Tra i suoi amici più stretti si contarono il celebre letterato e storico tedesco Ferdinando Gregorovius e competenti bibliotecari, come Don Giuseppe Cappaluzzi, basiliano della Biblioteca Vaticana.
Gli fu persino offerta la libera docenza nella facoltà di lettere all’Università di Napoli, ma la sua modestia, pari alla profonda competenza acquisita nel campo delle scienze storico-archeologiche, lo consigliò di declinare l’incarico.
Presto lasciò quindi la città partenopea e fece ritorno a Scilla, per vivere in serenità nella sua casa, immersa in un giardino profumato di zagare, dal quale si godeva un incantevole spettacolo offerto dalle bellezze naturali e storiche scillesi.
Qui, giovandosi del ricco materiale già raccolto, continuò i suoi studi preferiti.
Per otto anni – dal 1900 al 1908 – collaborò alla Rivista storica calabrese e compilò altre opere quali:

– Don Annibale d’Afflitto, patrizio palermitano, Arcivescovo di Reggio Cal.
– Mons. Don Giovanni Andrea Monreale, Arcivescovo di Reggio Cal. Studio biografico.
– Don Domenico Garofalo, Preside di Calabria Ultra. Avvenimenti e lotte.
– Il P. Antonio Minasi scillese dell’Ordine dei Predicatori. Studio biografico – letterario.
– Vita di S. Nilo Abate volgarizzata da D. Antonio Rocchi, Monaco basiliano. Osservazioni critiche.
– L’Abbazia Normanna in Bagnara Calabra. Note storico – critiche.
– La pretesa fondazione delle antiche città sul litorale mediterraneo prima del decimoquinto secolo dell’era volgare. Dissertazione.
– Il Colonnello Francesco Carbone scillese. Cenni biografici.

Il nostro Canonico, formatosi alla scuola di Mons. Riccardi, non smise mai d’incitare al bene i suoi concittadini, di stimolarli perché non si affievolisse la loro fede religiosa, giacché la crisi materiale e morale che investiva la società del tempo era causata – a suo avviso – dalla mancanza di fede, e dalla caduta del potere temporale.
Onorando la religione e le scienze umane, visse a Scilla fino all’8 febbraio del 1911, allorquando morì.
Tre anni prima aveva subito gravi danni a causa del terremoto del 28 dicembre del 1908.
Egli stesso fu travolto, anche se ne uscì illeso, dal crollo rovinoso della sua casa.

«Chiudo onoratamente, come mi auguro, la mia vita storico letteraria ritirandomi dall’impreso arringo per l’età un po grave di settantacinque anni, la perdita di non poche memorie manoscritte, frutto dei miei precedenti studi, come pure di scelte opere che per lo innanzi avea raccolto».

In tal modo lo storico Minasi si congedava dagli studi, dalla vita mortale, dai dotti che gli furono amici e dai suoi concittadini, ai quali lasciava una bella eredità di memorie esemplari, d’imperativi morali oltre che l’augurio di un migliore avvenire nella fede e nella dignità civile.

Giuseppe Ribuffo