Strabone (Amasia, nel Ponto, circa 64 a.C. – Amasia, 24 d.C.), di formazione greca ma vissuto in piena epoca romana, fu uno dei più grandi geografi e storici del mondo antico, animato da un profondo interesse per la conoscenza dei luoghi, dei popoli e delle tradizioni.
Grazie ai suoi viaggi in Asia Minore, Egitto, Grecia e Italia, raccolse un’enorme quantità di informazioni, che confluirono nella sua opera più importante, la Geografia, un vasto lavoro in diciassette libri che descrive l’intero mondo conosciuto all’epoca.
L’intento di Strabone non è soltanto quello di delineare carte e distanze, ma anche di raccontare come i paesaggi si intreccino con la storia e con i costumi dei popoli che li abitano.
Per l’autore, il paesaggio è la chiave per comprendere il carattere stesso delle civiltà: il mare, le montagne e i fiumi contribuiscono a formare la vita politica, economica e culturale dell’uomo.
Nel libro VI della Geografia, Strabone dedica particolare attenzione all’Italia meridionale e al mare dello Stretto di Messina, luogo carico di mito ma anche di profonde realtà storiche.
Parlando delle coste della Calabria, descrive il promontorio Scilleo – che oggi identifichiamo con Scilla – fornendo una delle più antiche e preziose descrizioni topografiche e storiche del luogo.
Egli testimonia inoltre la stabile presenza umana e l’esistenza di strutture difensive, presentando per la prima volta Scilla come un centro reale e abitato, sede di marinai e di opere fortificate, e non più soltanto come luogo geografico legato al mito.
“Quivi tien dietro il promontorio Scilleo, masso altissimo che fa penisola in mare, ed ha un piccolo istmo a cui può approdarsi da tutte due le parti. Anassilao tiranno de’ Regini fortificò contro i Tirreni, facendone una stazione di navi; e così impedì che i corsari attraversassero navigando lo stretto.”
In queste righe, Strabone descrive con sorprendente precisione la conformazione del promontorio di Scilla: una rocca alta e imponente, protesa nel mare e collegata alla terraferma da un piccolo istmo, che consentiva l’approdo su entrambi i versanti.
Si tratta dell’esatta morfologia che ancora oggi caratterizza il borgo di Scilla, dominato dalla Rocca dei Ruffo, che si erge come una penisola naturale al centro dello Stretto.
Ma Strabone non si limita alla descrizione fisica. Il geografo racconta infatti che Anassila di Reggio, tiranno vissuto all’inizio del V a.C., fece fortificare il promontorio di Scilla e lo trasformò in una base navale (naustathmos), per difendersi dai pirati tirreni che infestavano quel luogo e tentavano di attraversare lo Stretto.
Questo passo attesta in modo inequivocabile che già nel V a.C. Scilla non era più soltanto un punto geografico, ma un sito strategico, fortificato, abitato stabilmente e militarmente rilevante: un luogo reale, non più solamente la dimora mitica del mostro narrato da Omero.
Strabone, con l’approccio di geografo razionale e storico attento, demitizza la leggenda, restituendo a Scilla il suo autentico carattere di porto e avamposto costiero, inserito nel sistema difensivo del Mediterraneo antico.
Il passo possiede un valore straordinario per la storia di Scilla: conferma la continuità tra mito e realtà, riconoscendo l’esistenza del luogo come insediamento stabile e centro strategico già nel mondo greco, e rappresenta una delle più antiche e autorevoli testimonianze letterarie della Scilla storica.
Accanto al racconto di Polibio, che nel II a.C. nelle Storie aveva già descritto per la prima volta la pesca al pesce spada nello stesso luogo, cioè sotto lo scoglio di Scilla, Strabone completa la testimonianza, mostrando come la Scilla del mito fosse già in epoca arcaica un luogo vivo e popolato, una comunità concreta dotata di porto, mura e vita quotidiana.Il riferimento ad Anassila di Reggio rivela inoltre il ruolo strategico di Scilla nel controllo delle rotte tirreniche e nello sviluppo dei traffici marittimi tra Magna Grecia e Sicilia.L’istmo, descritto da Strabone come punto di approdo “da entrambe le parti”, suggerisce la presenza di un doppio porto naturale, ideale rifugio per le imbarcazioni e nodo strategico tra due mari.Per questi motivi, nella tradizione geografica classica, Scilla appare come un luogo in cui la geografia diventa storia: una rocca modellata dal mare e dal tempo, che da leggendario scoglio di Omero si trasforma, secondo Strabone, in una realtà stabile, viva, documentata e antica.
Le parole di Strabone confermano che, già più di duemila e cinquecento anni fa, nel V secolo a.C. Scilla era conosciuta, abitata e fortificata.La sua posizione centrale nello Stretto ne fece un baluardo naturale contro la pirateria e un crocevia strategico per rotte commerciali e scambi culturali tra Oriente e Occidente.
Grazie alla testimonianza di Strabone, la Scilla dei miti si trasforma nella Scilla della storia: un luogo reale, con un nome preciso, una geografia definita e una comunità umana viva.Sapere che un autore così autorevole dell’antichità la menzionava accanto alle città più importanti del Mediterraneo rappresenta oggi la prova più antica e sicura della continuità di vita della città Scilla, dall’epoca della Grecia arcaica fino ai nostri giorni.
Giuseppe Ribuffo


