Publio Papinio Stazio (Napoli, circa 45 d.C. – circa 96 d.C.) è stato un poeta romano e uno dei principali esponenti della poesia epica dell’età flavia, insieme a Silio Italico e Valerio Flacco. È noto anche per la sua presenza nella Divina Commedia di Dante Alighieri, dove funge da guida nel Purgatorio.
È generalmente ricordato come autore di importanti poemi epici, tra cui la Tebaide, che narra la guerra dei Sette contro Tebe e il conflitto fratricida tra Eteocle e Polinice, e di una raccolta di 32 componimenti in prosa poetica, le Selve (Silvae).
Considerate il capolavoro di Stazio, i cinque libri delle Selve raccolgono poesie occasionali, indirizzate ad amici per eventi privati come nascite e matrimoni, ma anche per l’acquisto di una villa o per celebrare una preziosa opera d’arte.
Queste composizioni immediate offrono un’immagine vivace dell’alta società romana e della corte dell’epoca flavia, costituendo al contempo una fonte storica preziosa per comprendere la vita quotidiana del tempo.
Nella seconda silva del III libro, Stazio compone un celebre propempticon, cioè una poesia di congedo e di augurio per un viaggio, intitolata Propempticon Maecio Celeri.
Essa è dedicata all’amico Mezio Celere, patrizio e ufficiale romano, in partenza via mare verso l’Oriente mediterraneo per un incarico in Siria.
Nel componimento, il poeta esprime i sentimenti che il distacco dall’amico fraterno suscita in lui, con toni intensamente affettivi e partecipi.

“Giustamente mi lagno: ecco la nave si allontana sospinta senza posa dai flutti, sempre più piccola sfugge agli sguardi che la seguono intenti, conglobando tanti timori in così fragile legno: la nave, soprattutto, che trasporta te, o Celere, pegno del mio affetto. Con quale animo potrò sopportare i giorni?
Chi riferirà a me che tremo di tutto se con onde acquietate le procellose coste Lucane ti abbiano lasciato passare?
Se siano in tempesta la turbinosa Cariddi e la vergine Scilla? Che sconvolge il profondo mare di Sicilia? Quale accoglienza riserverà alla tua rotta l’impetuoso Adriatico.”

La poesia nasce quindi da una circostanza concreta: l’allontanamento di un amico caro, che deve affrontare un lungo viaggio attraverso il Mediterraneo orientale.
Tuttavia, come spesso accade nelle Selve, l’evento reale diventa lo spunto per un discorso più ampio sui sentimenti dell’amicizia e sull’angoscia della separazione.
Il testo si apre con l’immagine della nave che si allontana dalla riva e diventa sempre più piccola agli occhi di chi la osserva, rappresentando visivamente il distacco: la distanza fisica tra i due amici cresce, e con essa aumenta l’inquietudine del poeta.
Stazio insiste sulla fragilità dell’imbarcazione, definita “così fragile legno”, per sottolineare la precarietà dei viaggi per mare nell’antichità, quando tempeste e correnti potevano facilmente mettere in pericolo la vita dei naviganti.
Gran parte della poesia è occupata dall’elenco dei rischi che Celere dovrà affrontare lungo la rotta.
Il poeta cita le coste lucane, l’Adriatico impetuoso e, soprattutto, il mare di Sicilia.
È qui che emergono Scilla e Cariddi, figure mitologiche rese celebri dai racconti antichi.
La loro presenza non è casuale né puramente ornamentale: Scilla e Cariddi si trovano proprio a guardia dello Stretto di Messina, tratto di mare che una nave diretta verso l’Oriente dal Tirreno avrebbe dovuto attraversare.
Dunque il riferimento è realistico oltre che mitico: esse rappresentano un punto effettivo della rotta verso la Siria. Inoltre, nominare la “vergine Scilla” e la “turbinosa Cariddi” serve a dare un volto mostruoso e concreto alla paura dell’ignoto.
Per un romano dell’epoca, lo Stretto di Messina rappresentava il confine estremo tra sicurezza e ignoto, e attraversarlo significava sfidare i confini della natura protetta.
Evocando Scilla e definendola “vergine”, il poeta richiama la sua origine mitica, rendendo ancora più stridente e crudele il pericolo che essa rappresenta per il suo amico.
Allo stesso tempo, il richiamo mitologico amplifica il senso del pericolo: Scilla, mostro marino nascosto tra le rocce, e Cariddi, vortice capace di inghiottire le acque, diventano simboli delle minacce che incombono sul viaggio.
In questo modo, Celere viene quasi accostato agli eroi epici, come Ulisse, che affrontano prove difficili per raggiungere la loro meta. Il viaggio reale assume così una dimensione più solenne e drammatica.
In conclusione, la lettera a Mezio Celere è una poesia di addio che descrive la partenza per la Siria, esprime l’ansia e l’affetto dell’amico rimasto a terra e sottolinea i pericoli concreti e mitici del mare.
La nomina di Scilla e Cariddi è motivata sia dalla loro presenza effettiva lungo la rotta sia dal loro valore simbolico, che rende più intensa l’emozione della separazione e più alto il tono del componimento.

Giuseppe Ribuffo