Gaston Charles Vuillier (Perpignan 7 ottobre 1845 – Gimel les Cascades 2 febbraio 1915) fu un illustratore, scrittore, etnografo e viaggiatore francese. Grande disegnatore, si occupò di illustrare alcune opere di particolare valore a carattere geografico, edite in Francia alla fine dell’Ottocento. Fu impiegato da molti dei maggiori periodici dell’epoca, come Le Tour du monde e Le Monde illustré. Tra i diversi viaggi compiuti dall’autore, fu nel 1888 intraprese un Gran Tour del Mediterraneo che lo porto in Corsica, Sardegna e infine nel 1983 in Sicilia, esperienza che racchiuderà nella sua opera “La Sicile, Impression du présent e du passé” (1896). Durante la permanenza a Messina, ultima tappa del suo soggiorno siciliano, Vuillier si spingerà fino al Faro di Messina (Capo Peloro), punto estremo dell’isola, da questo luogo carico di storia e suggestioni, l’autore si ferma a osservare lo Stretto, colpito dalla forte vicinanza tra le due sponde. È da questa posizione privilegiata che prende avvio la descrizione di Scilla, percepita come vicina e quasi tangibile, tanto da suscitare stupore e riflessione, e dove da spettatore assisterà all’antica usanza della caccia al pescespada praticata dagli abitanti di Scilla e del Faro di Messina.

“Lasciamo la barca, traversiamo un villaggio di pescatori e presto presto arriviamo a Cariddi, punto estremo del capo Peloro, uno dei tre promontori della Sicilia, che dagli antichi la fecero denominare Trinacria. Eravamo dinanzi un faro ove era stato già innalzato un tempio a Nettuno; di faccia a noi si ergeva lo scoglio di Scilla, poichè eravamo sul punto più angusto dello Stretto che separa la Sicilia dalla Calabria, il quale, in questo luogo, non supera i tre chilometri.
Si dice che nelle notti quiete, col vento d’est, si odano le voci, il suono delle campane e l’abbaiar de’ cani.
Noi distinguevamo benissimo, in quel momento, le case del villaggio di Scilla, arrampicate sul famoso scoglio.
Eschilo, Diodoro, Strabone e Plinio affermano che un tempo la Calabria e la Sicilia fossero unite; il solo aspetto dei luoghi conferma questa ipotesi, sulla quale tanti dotti si sono pronunziati.
È molto probabile che qui, come a Calais e a Douvres, a Gibilterra e a Ceuta, qualche gran convulsione abbia separato le due terre. I monti Peloro sembrano veramente la continuazione degli Appennini.[…] Queste montagne sono le sole di formazione primitiva; la loro base è granitica.[…] Secondo una leggenda, il nome di Peloro proverrebbe da quello del pilota d’Annibale, il quale fu messo a morte per aver lasciato trasportare dalla corrente verso lo scoglio di Scilla, la nave che lo portava.[…] In queste coste, mi disse la mia cortese guida, vengono tutti gli anni molti pescispada; tal pesce deve il proprio nome all’arme formidabile di cui è fornito, poichè ha la mascella superiore fatta in forma di spada o di lama, lunga il terzo del suo corpo.[…] Tutti gli anni, dai primi di maggio alla fine di giugno, costeggiano le rive della Calabria, poi passano lo Stretto e cominciano dal lato settentrionale il giro della Sicilia; in autunno soltanto ritornano verso il continente.[…] Strabone e Polibio parlarono della pesca del pescespada in questi mari.
Non so come la facessero gli antichi; ma presentemente i pescatori si pongono in una barca lunga e piatta, costruita appositamente per questa pesca, e li prendono con la fiocina.
Quando si apre la pesca, tutte le barche si riuniscono sul luogo dove devono passare i pesci, disponendosi in semicerchio; una di queste, la Ferriera, si colloca, senza far rumore, all’avanguardia, e un marinaio
arrampicandosi in cima a un albero maestro, alto quattro o cinque metri, in sommo al quale trovasi una piattaforma, annunzia l’arrivo dei pescispada.
Non si sta alle vedette soltanto sulle barche, ma anche sugli scogli della spiaggia e fin sotto le mura del Castello di Scilla.
Allorchè il movimento delle acque o il sibilo acuto che emettono i pesci spada ne annunziano il passaggio, le barche vanno loro incontro e il lanciatore d’ogni barca getta la fiocina. […] Questa pesca è molto interessante, e attira sulla spiaggia un gran concorso di persone. Io vi ho assistito e vi assicuro che è una scena piena d’animazione.”

Qualche giorno dopo, Vullier salperà dal da Messina e, a bordo di una nave che lo avrebbe portato a Lipari, annoterà le ultime impressioni di questo viaggio, che dedicherà a Scilla e al paesaggio dell’imbocco settentrionale dello Stretto di Messina:

“Verso l’una antimeridiana, mentre Messina dormiva, il vapore uscì silenziosamente dal porto, entrò nello stretto e presto ebbe oltrepassato il capo Cariddi, quello stesso capo ove poco prima io ero andato in sì gradita e amichevole compagnia.
Il faro di Scilla tremolava sull’opposta riva e i chiarori della città si sgranavano come per le fosforescenti sull’oscuro declivio dello scoglio.
Dopo un’ora di cammino sul mare calmo, sbalzi improvvisi scossero il bastimento che parve girare quasi su se stesso in modo mai avvertito da me nei miei viaggi di mare.
Il comandante aveva preso il timone e conduceva egli stesso la nave.
Siamo in pieno Garofalo, mi disse, e il mare qui è sempre agitato.
Questo Garofalo che traversavamo era il famoso gorgo di Cariddi; sporsi la testa sul mare e vidi intorno a noi le onde vorticose e gorgoglianti; il faro di Scilla continuava a tremolare in lontananza sull’oscurità delle rive. Allora, spontaneamente, mi tornò alla memoria un verso latino:

Incidis in Scyllam, cupiens vitare Charybdim.

Dopo Omero e Virgilio si è parlato tanto di questi due scogli!”

In questo passaggio Vuillier registra le sue ultime impressioni prima di lasciare la Sicilia.
La partenza silenziosa da Messina e il tremolio lontano del faro di Scilla segnano un momento di distacco, in cui il paesaggio si allontana ma non perde intensità.
L’attraversamento del gorgo di Cariddi restituisce al mito una realtà fisica immediata, come se la memoria classica emergesse proprio nel momento dell’addio.
Scilla, visibile come luce sull’altra riva, diventa così l’ultimo riferimento siciliano del viaggio: un punto fisso che riassume insieme geografia, pericolo e mito.

Giuseppe Ribuffo