Lucio Anneo Seneca (Corduba, 4 a.C. – Roma, aprile 65 d.C.) è stato un filosofo, drammaturgo e politico romano, tra i massimi esponenti dello stoicismo di età imperiale, la cosiddetta “nuova Stoà”.
Attivo in molti ambiti, compresa la vita pubblica, fu senatore e questore durante l’età giulio-claudia. Condannato a morte da Caligola, fu poi graziato dallo stesso imperatore.
In seguito venne condannato alla relegatio in insulam in Corsica dal successore Claudio, che poi però lo richiamò a Roma, dove divenne tutore e precettore del futuro imperatore Nerone, su incarico della madre Giulia Agrippina Augusta.
Dopo il cosiddetto “quinquennio di buon governo” (54-59 d.C), durante il quale Nerone governò saggiamente sotto la guida di Seneca, i rapporti tra i due si incrinarono progressivamente, fino al ritiro del filosofo a vita privata. Tuttavia, coinvolto, forse, in una congiura contro Nerone, Seneca cadde infine vittima della repressione dell’imperatore, scegliendo il suicidio.
Seneca esercitò una profonda influenza sullo stoicismo romano successivo: tra i suoi allievi si annoverano Gaio Musonio Rufo e Aruleno Rustico, nonno di Quinto Giunio Rustico, che fu a sua volta uno dei maestri dell’imperatore filosofo Marco Aurelio.
Nella produzione successiva al ritiro dalla scena politica (dal 62 d.C.), rivolse la sua attenzione soprattutto alla riflessione filosofica e alla composizione letteraria.
È autore di dieci tragedie di argomento mitologico greco, le uniche opere tragiche latine giunte fino a noi in forma non frammentaria, che costituiscono una testimonianza preziosa sia di un intero genere letterario sia della ripresa del teatro tragico latino dopo i tentativi, non pienamente riusciti, della politica culturale augustea di promuoverne una rinascita.
Tra esse spicca l’Ercole furioso, che racconta il ritorno di Ercole a Tebe dopo le sue fatiche.
Durante la sua assenza, il tiranno Lico ha preso il potere e minaccia la famiglia dell’eroe, in particolare la moglie Megara e i figli. Ercole torna, uccide Lico e ristabilisce l’ordine.
Tuttavia, la dea Giunone, nemica dell’eroe, lo colpisce con la follia: accecato dal delirio, Ercole scambia i propri figli per nemici e li uccide insieme alla moglie.
Quando riacquista la ragione, scopre l’orrore delle sue azioni e cade nella disperazione, desiderando la morte. Sarà il padre Anfitrione a trattenerlo, spingendolo ad affrontare il dolore e a espiare la colpa.
È nella parte iniziale dell’opera, all’interno dell’atto II, durante il confronto tra Megara e Lico – momento cruciale – che Megara, con un linguaggio ricco di immagini impossibili, esprime l’inviolabilità della sua lealtà verso Ercole e il rifiuto di Lico, utilizzando l’immagine di Scilla e della sua collocazione marittima e geografica come simbolo di ciò che non potrà mai avvenire.

MEGARA:

Dovrei io forse toccare la mano che si è macchiata del sangue
di mio padre e della strage dei miei due fratelli? Prima che ciò accada
l’alba spegnerà il giorno, e il tramonto lo riporterà,
e ci sarò una pace sicura fra le neve e le fiamme
e Scilla unirà il fianco siculo a quello ausonio,
e l’Euripo che fugge con il suo corso alterno
si arresterà pigro sull’onda euboica.
Mi hai privato del padre, del regno, dei fratelli, del mio lare
Paterno cosa c’è ancora? L’unica cosa che mi è rimasta
e che mi è più cara del padre e del fratello, del regno e del lare
è l’odio che nutro nei tuoi confronti.

Il passo appartiene alla fase iniziale della tragedia, quando Ercole è ancora assente.
A Tebe regna il tiranno Lico, che ha ucciso il re Creonte, padre di Megara, insieme ai suoi figli, impadronendosi del potere con la violenza.
Per legittimarsi, egli tenta di costringere Megara, vedova di Ercole, a sposarlo; il passo costituisce la risposta della donna, che rifiuta con forza e disprezzo.
Megara afferma infatti che non accetterà mai di unirsi all’assassino della propria famiglia e, per rendere più efficace il suo rifiuto, ricorre a una serie di immagini paradossali — l’alba che spegne il giorno, il fuoco che convive con la neve, fenomeni naturali che si arrestano o si invertono — tutte riconducibili a impossibilità cosmiche, cioè eventi destinati a non verificarsi.
In questo contesto si inserisce l’espressione “Scilla unirà il fianco siculo a quello ausonio”, in cui compare Scilla, figura collocata nello Stretto di Messina, tra la Sicilia e l’Italia, tradizionalmente simbolo di separazione, pericolo e confine invalicabile insieme a Cariddi.
Affermare che Scilla possa unire le due sponde equivale dunque a immaginare l’impossibile, poiché lo Stretto non può scomparire né le due terre fondersi.
Il riferimento svolge una funzione centrale: rafforza il rifiuto di Megara — che accetterebbe Lico solo quando accadrà l’impossibile, cioè mai — e al tempo stesso amplia il discorso a una dimensione cosmica, trasformando un dolore individuale in una legge universale che coinvolge natura, geografia e mito.
Scilla assume così un valore simbolico preciso, rappresentando il confine invalicabile (come il limite morale di Megara), il caos e il pericolo, in opposizione all’ordine violato da Lico; in questo senso, Megara appare salda come lo Stretto stesso, impossibile da oltrepassare o piegare.
La menzione di Scilla, pertanto, non è decorativa, ma profondamente significativa, poiché esprime, attraverso un’immagine geografica e mitica di grande forza, l’assolutezza del rifiuto di Megara e l’impossibilità morale della sua unione con Lico.

Giuseppe Ribuffo