Gaio Plinio Secondo (Como, 23 d.C. – Stabia, 24 ottobre 79 d.C.), è stato scrittore, naturalista, filosofo della natura, comandante militare e governatore provinciale romano.Sotto l’Impero di Vespasiano ricoprì importanti funzioni pubbliche, divenne suo consigliere e poi di Tito.La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci dà testimonianza il nipote Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.Corso in aiuto degli abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. Plinio scisse molte opere, che sono ad oggi perdute, tranne per pochi frammenti.L’unica opera pervenuta integralmente in 37 libri è il suo capolavoro, la Naturalis Historia (75 d.C.); vasta enciclopedia, termine coniato da Plinio stesso, che tratta di astronomia, geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia e arte.Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità.Nel Libro III della Naturalis Historia, di carattere geografico ed etnologico, Plinio dedica ampio spazio alla geografia dell’Europa occidentale e meridionale, includendo una dettagliata descrizione dell’Italia e del Mediterraneo, offrendo un’importante fotografia del mondo romano del I d.C.In questo contesto, Scilla viene citata in due momenti distinti e significativi.In primo luogo, Plinio la menziona all’interno della descrizione dell’Italia meridionale, come punto estremo della penisola e come riferimento geografico fondamentale nello stretto che separa l’Italia dalla Sicilia.Successivamente, nel passaggio alla descrizione della Sicilia, Scilla ricompare come elemento di orientamento e di collegamento tra le due terre.Questa duplice presenza mette in evidenza non solo la baricentricità strategica di Scilla dal punto di vista geografico nel contesto mediterraneo antico, ma anche la rilevanza che la sua evocazione riveste nell’immaginario collettivo della società greco romana, dovuta al radicamento nella stessa degli antichi miti ad essa collegati, che ne fa un punto di riferimento capace di organizzare la percezione dei territori circostanti.
Libro III, descrizione dell’Italia Meridionale:
“Dal fiume Sele comincia la terza regione e il territorio Lucano e Bruzio; anche qui non è stato raro il cambiamento di popolazione.Vi abitarono i Pelasgi, gli Enotri, gli Itali, i Morgeti, i Siculi, soprattutto i popoli della Grecia, da ultimo i Lucani discendenti dai Sanniti il cui capo fu Lucio.Vi sono le città di Paestum, che i Greci chiamano Posidonia, il golfo di Paestum, la città di Helia, che ora si chiama Velia. Il Promontorio Palinuro che fino alla Colonna Reggina è di cento miglia.
Vicino poi si trova il fiume Melpe, la città di Busento detta Pixo dai Greci, il fiume Lao: vi fu anche una città di tal nome.
Da qui si trovano il litorale Bruzio, la città di Blanda, il fiume Baleto, il Porto dei Focesi Partenio, il golfo Vibonense, la località di Clampezia, la città di Tempsa, detta dai Greci Temese, la città dei Crotoniati Terina, e l’immenso Golfo Terineo.[…] In una penisola si trova il fiume Acheronte, dal quale gli abitanti del luogo sono detti Acherontini.Vi sono Ipponia che noi oggi chiamiamo Vibo Valenzia, il porto di Ercole, il fiume Metauro, la citta di Tauroento, il porto di Oreste e Medma.Poi la città d Scilla, il fiume della ninfa Crateide, madre, come dissero, di Scilla.Poi si trova la Colonna Reggina lo stretto di Sicilia e i due promontori che stanno di fronte, dalla parte dell’Italia Cenide, e dall’altra parte della Sicilia Peloro, distanti dodici stadi.”
Plinio descrive l’Italia meridionale, offrendo una rassegna geografica e storica di Lucania e Calabria.La trattazione segue il metodo tipico di Plinio: una successione di popoli, città e fiumi che costruisce una “mappa narrativa” del territorio, in cui geografia fisica, memoria storica e tradizione mitica si intrecciano.Dopo aver ricordato l’instabilità etnica della regione, abitata nel tempo da molti popoli, egli elenca le principali città ed elementi naturali della costa tirrenica.
L’itinerario procede seguendo il litorale da nord verso sud: Paestum, Velia, il promontorio di Palinuro, i fiumi e i centri minori. In questo contesto, Scilla assume un valore centrale e simbolico.Dopo un’enumerazione di località prevalentemente storiche e geografiche, Plinio introduce improvvisamente la città di Scilla, insieme al riferimento mitologico al fiume della ninfa Crateide, madre di Scilla secondo la tradizione.Questo passaggio segna un punto di svolta nel racconto: la descrizione geografica culmina infatti in un luogo che non è soltanto uno spazio fisico strategico, ma anche uno dei nodi più densi dell’immaginario mitico del Mediterraneo. Scilla rappresenta il punto di contatto tra geografia e mito.
La sua collocazione, subito prima della Colonna Reggina e dello stretto di Sicilia, non è casuale: Plinio la inserisce nel punto più complesso del percorso, là dove la navigazione antica incontrava il passaggio fra due mari e due mondi.Scilla diventa così una sorta di soglia, un luogo liminale che introduce allo stretto, dominato dalle forze della natura e del mito.Il riferimento alla genealogia mitica di Scilla, figlia della ninfa Crateide, rafforza questa centralità: Plinio non si limita a registrare un toponimo, ma evoca consapevolmente una tradizione poetica ben nota, che rimanda alla paura ancestrale del mare.In tal modo, la descrizione del territorio raggiunge il suo apice narrativo proprio con Scilla, che incarna sapere geografico, memoria culturale e mito.Subito dopo, infatti, il testo passa allo stretto di Sicilia e ai promontori di Cenide e Peloro, chiudendo il percorso con un riferimento preciso alle distanze e alla configurazione dello spazio.
Scilla funge dunque da cerniera tra terraferma e mare, tra il mondo umano e quello mostruoso, confermando il suo ruolo centrale nella costruzione pliniana del paesaggio dell’Italia meridionale.
Libro III descrizione della Sicilia:
“Per fama supera tutte la Sicilia, detta da Tucidide Sicania, da molti Trinacria oppure Trinacia per l’aspetto triangolare; ha un perimetro di seicentodiciotto miglia, come testimonia Agrippa; un tempo unita al territorio Bruzio, ne fu poi separata da un tratto di mare interposto lungo quindici miglia, largo millecinquecento passi fino alla Colonna Reggina.[…] In quello stretto di mare v’è lo scoglio di Scilla e anche il gorgo di Cariddi, ambedue luoghi famosi per la pericolosità.Come abbiamo detto il promontorio della stessa Sicilia che volge verso l’Italia di fronte a Scilla è detto Peloro, quello rivolto verso la Grecia è detto Pachino, distante dalla Morea quattrocentoquaranta miglia, quello rivolto verso l’Africa è detto Lilibeo e dista centottanta miglia dal promontorio di Mercurio, e da Cagliari di Sardegna centoventi.”
Dopo averne fissato le dimensioni e la collocazione geografica della Sicilia mediante dati “scientifici” (il perimetro secondo Agrippa, la distanza dalla Calabria), Plinio concentra l’attenzione su un punto cruciale: lo stretto di mare che separa la Sicilia dall’Italia.
È in questo spazio ristretto, vero luogo di passaggio e di confine, che emerge Scilla, affiancata da Cariddi. La loro collocazione non è casuale: Scilla e Cariddi rappresentano il tratto più pericoloso dello stretto e ne incarnano l’essenza minacciosa.
Plinio sottolinea infatti che si tratta di “luoghi famosi per la pericolosità”, richiamando una fama che travalica la semplice descrizione geografica e attinge alla tradizione mitica e letteraria.
La centralità di Scilla emerge proprio qui: la città e il suo scoglio non sono soltanto un elemento fisico del paesaggio, ma un punto nodale della percezione antica dello spazio mediterraneo.
Scilla segna il limite estremo della Sicilia verso l’Italia ed è il riferimento principale per definire lo stretto, tanto che il promontorio siciliano che guarda la penisola viene descritto come “di fronte a Scilla”.
In questo modo, la figura – mitica e geografica insieme – di Scilla diventa un vero e proprio punto di orientamento, capace di organizzare la descrizione del territorio circostante.
La successiva enumerazione dei tre promontori dell’isola (Peloro, Pachino, Lilibeo) conferma questa funzione strutturante: Peloro, rivolto verso l’Italia, è definito in relazione diretta a Scilla, mentre gli altri due sono collocati rispetto alla Grecia e all’Africa mediante distanze precise.
Scilla, dunque, è il fulcro simbolico e geografico attraverso cui Plinio articola il rapporto tra Sicilia, Italia e Mediterraneo.
Giuseppe Ribuffo


