Nonno di Panopoli (Panopoli, Egitto … – …; fl. V d.C.) è stato un poeta greco, vissuto probabilmente nella prima metà del V secolo, universalmente riconosciuto come l’ultimo esponente della letteratura ellenistica.
Non è noto se fosse pagano di nascita e si sia poi convertito al cristianesimo in età adulta, o se, al contrario, fosse nato cristiano e abbia scelto di aderire al paganesimo; l’ipotesi di una conversione non poggia su basi certe, ma deriva dal fatto che scrisse opere di matrice diversa: la Parafrasi del Vangelo di Giovanni, di chiara ispirazione cristiana, e le Dionisiache, il suo capolavoro di stampo pagano.
Le Dionisiache sono un poema in 48 libri composti in versi esametri e rappresentano uno dei più lunghi poemi epici della letteratura mondiale, con oltre 20.000 versi.
L’opera narra della vittoriosa spedizione del dio Dioniso in India contro il re Deriade.
Nel libro 42, collocato nella parte finale dell’opera, l’autore interrompe temporaneamente la narrazione principale per creare una digressione incentrata sulle vicende amorose e mitologiche del dio.
Questa sezione, tradizionalmente definita “epillio di Beroe”, racconta l’amore tra Dioniso e la ninfa Beroe ed è legata ai miti di fondazione della città di Beirut (Libano), patria del poeta.
All’interno di questa digressione, Nonno di Panopoli ci consegna anche uno dei numerosi miti collegati alla fondazione della città di Scilla e del suo scoglio, intrecciando amore, mito e geografia in una narrazione ricca di suggestioni letterarie e simboliche.
“Prendendo lo stesso le reti del tuo genitore Adone,
stenderò il letto di mia sorella Afrodite.
Quali degni doni ti recherà lo Scotiterra?
Ti accoglierà la salsa acqua, tuo dono di nozze,
o stenderà lui, come manti marini di Poseidone,
pelli di foche spiranti l’acre odore del mare?
Pelli di foche non accettate. Baccanti per ancelle,
Satiri per ministri offrirò alla tua camera nuziale.
Accogli mio dono di nozze anche il frutto della vigna,
e se vuoi come figlia di Adone, un’impetuosa lancia,
hai il tirso che è la mia asta: lascia la punta del tridente.
Fuggi, mia cara, la voce fragorosa del mare che di continuo risuona,
fuggi l’assillo degli insopportabili amori di Poseidone.
Accanto a un’altra Amimone si è steso il dio dalla chioma turchina,
ma, dopo l’unione, la donna è divenuta l’omonima fonte;
ha dormito con Scilla e ne ha fatto uno scoglio di mare;
ha inseguito Asteria, e quella è divenuta un’isola deserta;
ha radicato nel mare la vergine Eubea.”
In questo passo, Nonno di Panopoli costruisce un lungo discorso persuasivo in cui Dioniso tenta di allontanare Beroe (Beirut), figlia di Afrodite e Adone, dall’amore di Poseidone, presentato non come unione feconda, ma come forza distruttiva.
Il tono è quello di un finto elogio nuziale che si rovescia in ammonimento: il dio del mare non dona amore, ma trascina le donne in un destino di trasformazione e annientamento.
Per dimostrarlo, Dioniso richiama una serie di figure femminili che, dopo essersi unite a Poseidone, hanno perso la propria identità umana.
È in questo contesto che compare Scilla, evocata come esempio emblematico di ciò che accade a chi cede all’eros distruttivo di Poseidone. Attraverso le parole di Dionisio, l’autore ci consegna uno dei miti legati alla fondazione della città di Scilla, che la vuole nata dall’unione insieme amorosa e funesta tra Poseidone, dio del mare, e una giovane fanciulla mortale di nome Scilla.
Il dio, travolto da un desiderio incontenibile, ad essa si unì, infrangendo per sempre l’esistenza umana della fanciulla.
Da quell’incontro crudele non scaturì alcuna discendenza, ma una metamorfosi segnata dal destino: la giovane fu privata della sua forma umana e mutata in un alto scoglio marino, lo stesso che ancora oggi porta il suo nome, eretto e severo all’imbocco dello Stretto di Messina. Dopo millenni, esso serba in silenzio il ricordo di quella tragica unione, che si riflette nel profilo aspro e solenne della sua costa, condannata a restare immobile tra le acque che l’avevano tradita.
Il mito trasfigura il rapporto tra la forza del mare, rappresentata da Poseidone, e lo scoglio di Scilla, contro il quale esso si infrange senza sosta.
La violenza del dio si riflette simbolicamente nell’urto continuo delle onde, che si abbattono con impeto sullo scoglio, rinnovando nel tempo l’atto originario.
In questo dualismo tra la potenza del mare e l’immobilità della roccia, la leggenda prende forma: Scilla diventa il punto in cui la furia di Poseidone si manifesta ancora oggi, generando un’immagine potente che unisce mito e realtà e spiega, in chiave simbolica, l’asprezza e l’impetuosità delle acque che la circondano, generatrici delle leggende legate al difficile attraversamento dello Stretto di Messina.
Nonno di Panopoli lega così indissolubilmente il destino della fanciulla al luogo: il mito spiega la forma del mondo, e il mondo conferma il mito.
Scilla non è soltanto memoria poetica, ma presenza concreta: una roccia che emerge dal mare a cui la città è avvinghiata, segno eterno di un eros marino che non abbraccia, ma pietrifica.
In questo senso, il mito conserva un nucleo di verità: poiché ciò che Poseidone fece a Scilla è ancora visibile agli occhi degli uomini.
Giuseppe Ribuffo


