Tito Lucrezio Caro (Pompei o Ercolano, 98/94 a.C. – Roma, 15 ottobre 50 a.C. o 55 a.C.) è stato un poeta e filosofo romano, seguace dell’epicureismo.
«Tito Lucrezio Caro, divenuto pazzo per un filtro d’amore, dopo avere scritto alcuni libri nei momenti di lucidità che gli lasciava la follia, morì suicida». Così scriveva San Girolamo, nel IV secolo d.C. Sono le scarse informazioni, a nostra disposizione sulla vita di Lucrezio, che ci è quasi del tutto ignota, quello che si sa con certezza è che sia stato l’autore del De Rerum Natura un poema epico didascalico diviso in sei libri (tutti superiori al migliaio di esametri), interamente dedicato a trasmettere gli insegnamenti del filosofo greco Epicuro nel mondo Romano, e considerato uno dei capolavori assoluti della letteratura latina.
In questo poema Lucrezio si fa portavoce delle teorie epicuree riguardo alla realtà della natura retta da un “ordine naturale” indipendente dagli dei e al ruolo dell’uomo in un universo atomistico e materialistico: si tratta di un richiamo alla responsabilità personale e di un incitamento al genere umano affinché prenda coscienza della realtà, nella quale gli uomini sin dalla nascita sono vittime di passioni che non riescono a comprendere. L’autore si assume il compito di fornire agli uomini gli strumenti per eliminare le paure e raggiungere l’atarassia (assenza di turbamento), con lo scopo di liberare l’uomo dalla paura degli dei e della morte attraverso la ragione, criticando la religione e mostrando un universo materiale, infinito e governato da leggi naturali indifferenti all’uomo.
Nel V libro del De rerum natura, quello dedicato alla cosmologia e alla vita sulla terra, Lucrezio menziona esplicitamente la figura mitologica di Scilla.
La sua citazione avviene in una sezione riservata ai “portenta e monstra” (prodigi e mostri), dove il poeta, applicando i principi della fisica epicurea, mette in discussione l’esistenza di creature mostruose e soprannaturali.
Scilla diventa così un caso esemplare attraverso cui Lucrezio confuta le credenze mitologiche tradizionali, sostenendo che tali esseri non possono né formarsi né sopravvivere secondo le leggi della natura, ribadendo il primato di una spiegazione razionale dei fenomeni, come, appunto, quelli marini che avvengono nelle acque antistanti la roccia di Scilla.
“Ma non ci furono Centauri, né in alcun tempo possono esistere esseri di duplice natura e di corpo doppio, messi insieme con membra eterogenee, così ú che le facoltà di creature nate da questa specie e da quella possano corrispondere abbastanza. Ciò si può conoscere di qui, anche con mente ottusa. Anzitutto, nel giro di tre anni il focoso cavallo è nel suo fiore, ma il bambino per niente; ché spesso ancora cercherà nel sonno i capezzoli del seno materno colmi di latte. Poi, quando al cavallo per vecchiaia vengon meno le forze poderose e languiscono le membra per il fuggire della vita, solo allora il fanciullo raggiunge il fiore dell’età e comincia per lui la gioventù, che gli veste di morbida lanugine le guance. Non ti avvenga, dunque, di credere che dall’uomo e dal seme di bestie da soma, dei cavalli, possan formarsi Centauri, ed esistere, o Scille coi corpi semimarini, cinte di rabbiosi cani, e tutti gli altri esseri di questa fatta, le cui membra vediamo discordanti fra loro; che nello stesso tempo né fioriscono, né prendono il vigore del corpo, né lo perdono a causa della vecchiaia, né di simile amore ardono, né armonizzano per abitudini uniformi, né identiche sono le cose che giovano alle loro membra.
Spesso infatti si può vedere che le barbute capre ingrassano con la cicuta, mentre questa per l’uomo è violento veleno. Poiché, d’altra parte, la fiamma suole cuocere e bruciare i corpi fulvi dei leoni, tanto quanto qualunque altra specie di carne e sangue che esiste sulla terra, come sarebbe potuto avvenire che un unico essere con triplice corpo, nella parte anteriore leone, nella posteriore drago, nella mediana lei, la Chimera, spirasse per la bocca una fiamma violenta uscita dal corpo?”
Nel testo, Lucrezio spiega che l’esistenza di esseri ibridi come Centauri, Chimere e Scilla è materialmente impossibile secondo i principi della natura (l’atomismo).
La sua argomentazione si basa sull’idea che ogni creatura nasce dai propri “semi” (atomi specifici) e segue cicli vitali e stagioni di sviluppo propri, che sono incompatibili tra specie diverse.
Lucrezio menziona una delle leggende legate al mito di Scilla, che la vedrebbe come una bellissima ninfa con la parte inferiore del corpo composta da cani feroci, che albergando nell’antro posto alla base dell’omonima roccia terrorizza i naviganti di passaggio attraverso lo Stretto, come esempio di un mostro mitologico che non può esistere in natura, perché le diverse parti del suo corpo (donna e cani) non sono soggette alle stesse leggi di crescita e sviluppo.
L’argomentazione di Lucrezio si basa sulla diversa velocità di crescita e invecchiamento delle diverse parti del corpo di Scilla: una creatura composta da una donna e da cani avrebbe parti con cicli vitali incompatibili. La parte umana raggiungerebbe la maturità in un tempo, mentre le parti canine (con i loro “visceri latranti” o “cani latranti”) in un altro.
Ciò che per una parte sarebbe cibo, per l’altra potrebbe essere veleno, rendendo la sua esistenza biologicamente impossibile.
Lucrezio sostiene che la natura non permette la fusione di membra di specie diverse in un unico organismo vitale e funzionante, né possono esistere animali di doppia natura e duplice corpo, composti di membra eterogenee, poiché le diverse parti richiederebbero nutrimenti e condizioni di crescita differenti e incompatibili. Attraverso questo ragionamento, coerentemente con la sua filosofia epicurea che mira a liberare l’uomo dalla paura degli dei e delle superstizioni, Lucrezio smantella l’idea che i mostri mitologici siano manifestazioni reali della natura o segni divini, riaffermando che l’universo è governato da leggi fisiche e razionali, non da capricci divini o eccezioni mostruose, illustrando l’assurdità delle leggende mitologiche.
Giuseppe Ribuffo


