Joseph Victor Widmann (Nennowitz, 20 febbraio 1842 – Berna, 6 novembre 1911) fu uno scrittore e giornalista svizzero di origine austriaca.
Dopo essere stato organista e maestro di musica a Liestal (1866) e, successivamente, direttore della
Töchterschule di Berna (1868), assunse nel 1880 la direzione della redazione letteraria del Bund, esercitando, attraverso le colonne del giornale, un’influenza notevole sulla letteratura di fine secolo.
Widmann fu anche un viaggiatore appassionato, profondamente innamorato dell’Italia.
Nella primavera del 1903 intraprese un viaggio in treno in Calabria: a spingerlo furono, oltre alla bellezza dei luoghi, il desiderio di distendersi su una spiaggia assolata e contemplare il mare, stanco della nebbia e del freddo della Svizzera; secondario, pur presente, era il richiamo della Magna Grecia.
Da questo punto di vista, Widmann può essere considerato uno dei primi turisti moderni a visitare Scilla.

“Al mio arrivo non ci fu bisogno che mi cercassi una carrozza.
Per scendere giù alla marina, dove fra le altre case doveva trovarsi l’Albergo Baviera raccomandato dal mio Bädeker, si prendevano scale coi gradini alti passando all’interno dell’imponente edificio della stazione.
Un ragazzino cencioso mi portava la valigia. Messo il piede fuori dell’edificio della stazione, dopo qualche passo ci trovammo davanti all’albergo, una casetta piccola, bassa, in una serie di abitazioni altrettanto modeste che nel loro insieme formavano la città bassa e la marina di Scilla.[…] Intanto era ancora primo pomeriggio per cui, dopo che l’oste mi ebbe servito velocemente un caffè, mi precipitai sulla spiaggia per godermi finalmente il mare, cosa che avvenne proprio come avevo sperato. La marina forma una piccola baia tranquilla leggermente curva circondata a sud da massi di rocce nericci e a nord da un massiccio imponente dove si trova il castello della città e la città stessa.
L’ampia spiaggia piatta digrada leggermente, quasi impercettibilmente, verso il mare con onde imponenti che rumoreggiano perfino nella baia.
Vicino alla riva la sabbia è fine, di un colore giallo, mentre più in alto è pietrosa. Raggiunsi l’estremità meridionale della baia dove un masso di roccia mi fece da comoda spalliera mentre le onde di un verde intenso quasi mi lambivano i piedi con la loro schiuma bianca.
Poco distanti dalla riva cinque grossi barconi danzavano mentre l’equipaggio era impegnato a pescare con le reti. In un angolo a nord, nella parte alta della spiaggia, c’erano delle imbarcazioni tirate a secco.[…] Il rimbombo regolare delle onde che andavano a infrangersi contro la rupe non disturbava il silenzio del luogo, anzi lo potenziava: la voce maestosa della natura ricopriva e inghiottiva ogni altro rumore.
Non riuscii a stabilire se il punto un tempo considerato pericoloso per le navi e che aveva dato origine alla leggenda di Scilla, il mostro marino che divorava gli esseri umani, fosse da individuare nel promontorio ripido su cui si trova Scilla, che mi impediva la vista verso nord, o nei resti della rupe alle mie spalle che si erano andati accumulando nel tempo e che si protendevano anch’essi verso il mare. In ogni caso non si sa nulla di un vortice di Cariddi che si troverebbe di fronte a Scilla, mentre un vortice chiamato il “Garofalo” si trova a due ore e mezza da Scilla al largo del porto di Messina.
Nel terribile terremoto del 1783 gli abitanti di Scilla devono avere avuto l’impressione che Scilla e Cariddi si unissero per dare sfogo, stavolta sulla terraferma, alla loro furia omicida. 1.500 persone, infatti, furono afferrate dai cavalloni e scaraventate in mare dove affogarono. Ancora oggi per le piccole imbarcazioni deve essere tutt’altro che piacevole essere sorprese da una tempesta nei pressi del promontorio di Scilla, dove è impossibile approdare a causa della rupe scoscesa. Io stesso oggi ho visto la fatica che facevano le
imbarcazioni di ritorno dalla pesca per approdare senza problemi nella stessa baia. Tutta la popolazione della città bassa si era radunata sulla spiaggia per dare una mano. Lanciavano ai pescatori delle funi che questi fissavano alle imbarcazioni in attesa di un’onda alta da cavalcare per approdare.
Accorsero degli uomini con palanchini rotondi e altri pezzi di legno che accostarono veloci alle pareti delle imbarcazioni facendo molta attenzione a non essere colpiti dalla chiglia che si veniva a trovare per un momento in bilico sopra di loro e che sicuramente avrebbe fracassato loro la testa o rotto l’osso del collo. Era uno spettacolo veramente eccitante al quale come sempre, quando da queste parti c’è un qualche assembramento, si presentarono numerosi i carabinieri.
Stavolta il bottino era scarso, assolutamente sproporzionato al lavoro pericoloso di quegli uomini coraggiosi. La baia di Scilla è poi famosa per la pesca del pesce spada nei mesi di luglio e agosto.[…] Dopo aver goduto a sufficienza della spiaggia e del sole rovente del sud che avevo tanto desiderato, mi accinsi a visitare la parte alta della città che mi aveva colpito sin dal primo momento per la sua posizione superba sulla rupe del promontorio.
Il castello, che occupa la punta estrema della rupe, non è accessibile; ma, siccome la città si estende sulla montagna, una propaggine dell’Appenino, che si trova dietro il castello, ma più in alto, dalla città e dalle sue due piazze si ha una vista stupenda non impedita dal castello.
Dopo una salita di un quarto d’ora raggiunsi la piazzuola davanti alla chiesa dove stavano celebrando il Vespro, al quale assisteva molta gente a piedi nudi.
Da lì potevo vedere la tratta ferroviaria sino a Capo Vaticano che avevo percorso per venire sin lì. La piazza in alto, straordinariamente grande, che si raggiunge attraverso un vicolo ripido, serve nelle ore serali da Corso. C’è pure un palco per la banda musicale della guarnigione e dalla parte della montagna si può ammirare l’imponente edificio della prefettura dove fa bella mostra di sé lo stemma di città.
Da questo palazzo la vista del mare è di una grandiosità indescrivibile.
Nel vapore azzurro della lontananza si delineavano nitidi i contorni di Stromboli e delle isole Lipari. Fa però quasi paura, nonostante il muro di recinzione protettivo, gettare uno sguardo nella profondità immensa della marina: viste da lì le case e le navi ti sembrano piccolissime.
La parete rocciosa scura, dove solo qualche aloe è riuscita con difficoltà a mettere radice, va giù in verticale come un precipizio di alta montagna.
A un signore che si trovava accanto a me ho chiesto se di notte si vede rosseggiare lo Stromboli.
Mi ha risposto che ciò si verifica solo raramente, ma quando succede è uno spettacolo straordinariamente bello. Oggi però, aggiunse, c’è troppa foschia per poterlo vedere.
Restai a lungo a guardare questo spettacolo senza riuscire a staccarmi con lo sguardo e ripresi la via del ritorno solo quando nel cielo del crepuscolo cominciò a luccicare la stella della sera, mentre intanto un pastore spingeva in alto il suo gregge per quello stesso viottolo che stavo ridiscendendo.”

Giuseppe Ribuffo