Gaio Valerio Catullo (Verona 84 a.C. – Roma 54 a.C.) di famiglia di rango elevatissimo, così influente che il padre era solito ospitare Giulio Cesare.
Trasferitosi a Roma da giovane, Catullo scelse di non intraprendere la carriera politica tradizionale, preferendo dedicarsi interamente alla poesia e alla vita mondana.
Divenne la figura di spicco dei poetae novi, un gruppo di giovani intellettuali che rivoluzionarono la letteratura latina abbandonando i temi epici e civili per concentrarsi sui sentimenti privati e sulla perfezione stilistica. Morì giovanissimo, lasciando un’eredità poetica che ha influenzato secoli di letteratura europea, rendendolo il primo vero poeta “moderno” della romanità.
Il fulcro della sua esistenza e della sua arte fu l’amore tormentato per una donna di nome Clodia, una figura dell’alta aristocrazia romana che lui celebrò nei suoi versi con lo pseudonimo di Lesbia, in onore della poetessa greca Saffo.
Il loro rapporto, fatto di passioni intense, tradimenti e riconciliazioni, è immortalato nella sua opera il Liber (I a.C), una collezione di 116 carmi dove Catullo esplora l’intera gamma delle emozioni umane. Il Carme 64, in particolare, intitolato “il lamento di Arianna” è uno dei componimenti più lunghi e complessi del Liber, noto anche come epillio (piccolo poema epico).
Al centro del carme si trova il celebre episodio del lamento di Arianna, abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo dopo averlo aiutato a sconfiggere il Minotauro.
In questa sezione, Catullo dà voce al dolore di Arianna, che esprime disperazione, rabbia e senso di tradimento. Il suo lamento diventa un’intensa riflessione sull’amore non corrisposto e sull’infedeltà, temi centrali nella poesia catulliana.
La figura di Arianna, sola e tradita, rappresenta in modo emblematico la sofferenza amorosa, trasformando un mito in un’esperienza profondamente umana e attuale. Nel corso del lamento compare il riferimento a Scilla, evocata come simbolo di crudeltà e disumanità: Arianna la cita per sottolineare quanto il comportamento di Teseo appaia mostruoso, paragonabile a quello di una creatura feroce.
Il richiamo rafforza così il tono drammatico del passo e intensifica l’accusa di tradimento.
“Quale mai leonessa generò te sotto una rupe solitaria,
quale mare sputò fuori (te) una volta concepito, dalle onde spumeggianti,
quale Sirti, quale Scilla trascinatrice, quale devastatrice Cariddi,
te che rendi tali regali invece di una vita piacevole?”
Nel Carme 64, Catullo cita scilla come termine di paragone negativo durante il violento sfogo di Arianna. Quando l’eroina si rende conto di essere stata abbandonata da Teseo sulla spiaggia deserta di Nasso, il suo dolore si trasforma in una furiosa invettiva. Arianna mette in dubbio le origini umane di Teseo, sostenendo che un uomo capace di un tale tradimento – e di una tale mancanza di pietas e di fides (lealtà) – non possa essere nato da genitori mortali.
Secondo Arianna, Teseo è stato generato dalle forze più selvagge e brutali della natura; é in questo contesto che compare Scilla.
Citando espressamente la “rapace Scilla” (Scylla rapax) insieme a Cariddi e alle Sirti, Arianna evoca simboli di una natura ostile e spietata che riflette il tradimento subito.
Per Catullo, Scilla non è solo un riferimento, ma un vero e proprio topos letterario per indicare sia inumanità di chi non ascolta le suppliche di chi soffre, sia una mostruosità morale dettata da un cuore così duro da non appartenere a un essere umano.
Per l’autore, Scilla rappresenta il mostro predatore per eccellenza: quella creatura che, secondo l’etimologia greca, posta a guardia dello stretto di Messina sbrana e dilania senza provare rimorso.
Inserendo Scilla in questo elenco, Catullo vuole sottolineare che il tradimento di Teseo non è solo un errore umano, ma un atto di bestialità.
L’immagine di Scilla serve infine ad enfatizzare la solitudine di Arianna: essa è stata tradita da qualcuno che ha la stessa natura spietata degli scogli e dei mostri marini che ora la circondano.
Giuseppe Ribuffo

