Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno, 28 agosto 1749 – Weimar, 22 marzo 1832) è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, pittore, teologo, filosofo, umanista e critico d’arte e musicale tedesco. L’importanza di Goethe nel XIX secolo fu enorme: per molti aspetti fu l’iniziatore di concetti e idee che, col tempo, sarebbero divenuti familiari a tutti.
Goethe produsse volumi di poesia, saggi, critiche e lavori scientifici.
Come filosofo e scrittore, fu una delle figure chiave della transizione dall’Illuminismo al Romanticismo.
Instancabile viaggiatore, nel 1816 pubblicò Ricordi di un viaggio in Italia (Italienische Reise), un’opera in due volumi che raccoglie le memorie del suo tour nella penisola italiana, durato quasi due anni.
Goethe intraprese questo viaggio in un momento di profonda crisi personale e artistica, cercando in Italia ispirazione e una riconnessione con la cultura classica che tanto ammirava.
Per lui, il viaggio rappresentò una vera e propria rinascita, un’esperienza formativa che influenzò profondamente la sua visione del mondo e la sua produzione letteraria.
Il percorso di Goethe si snodò attraverso diverse regioni italiane, includendo le tappe classiche del Grand Tour e spingendosi fino al Sud Italia e alla Sicilia. Partendo da Karlsbad, in Germania, il 3 settembre 1786, attraversò il Brennero, entrando in Italia da Trento.
Visitò Verona e Venezia, dove rimase affascinato dall’architettura e dall’atmosfera uniche.
Proseguì per Bologna e Firenze, per poi arrivare a Roma.
Da Roma si diresse a Napoli, dove rimase colpito dalla vitalità della città e dalla vista del Vesuvio, luogo che gli ispirò la celebre frase: “Vedi Napoli e poi muori” (spesso interpretata come “e poi rinasci”).
Il 2 aprile 1787, Goethe, da Napoli, raggiunse in nave la Sicilia, toccando Palermo, città da cui iniziò il suo percorso sull’isola.
Visitò Segesta, la Valle dei Templi di Agrigento e il cosiddetto “granaio d’Italia”, le zone agricole di Caltanissetta; quindi Taormina, dal cui teatro scorse “…l’intero, lungo massiccio montuoso dell’Etna”.
A Messina, Goethe arrivò la sera del 10 maggio 1787, ultima tappa isolana prima di imbarcarsi dal porto per ripartire verso Napoli.
Qui documentò, tra le altre cose, gli effetti devastanti che il terremoto del 1783 ebbe su Messina e sulla Calabria meridionale (egli visitò la città quattro anni dopo la catastrofe).
Qualche giorno dopo, il 14 maggio, Goethe salpò dal porto di Messina e, a bordo di una corvetta che lo avrebbe riportato a Napoli, annotò le ultime impressioni e riflessioni di questo viaggio, che dedicò a Scilla e al paesaggio dell’imbocco settentrionale dello Stretto di Messina:

“Trovammo a bordo una grande differenza dalla corvetta la quale ci aveva portati da Napoli a Palermo; però cominciammo a passare bene il tempo contemplando a misura ci allontanavamo dalla spiaggia, la vista stupenda del semicircolo di palazzi, della cittadella, de’ monti che sorgono a tergo della città, non che delle coste delle Calabrie. Lo sguardo poi spazia liberamente in mare a grande distanza, in direzione di mezzo giorno e di tramontana. Mentre stavamo osservando questo spettacolo, ci fecero osservare ad una certa distanza, ed alla nostra sinistra, le acque alquanto agitate, e più vicino alla nostra diritta, uno scoglio che si staccava dalla spiaggia, avanzandosi in mare. Erano Scilla e Cariddi. Si scorge vedendo in realtà a tanta maggiore distanza i due oggetti, che le favole dei poeti riavvicinarono o magnificarono, come l’immaginazione degli uomini sia portata ad esagerare la grandezza, e l’imponenza delle cose che la colpiscono.
Ho udito le mille volte lagnanze perché un oggetto visto in realtà non corrispondesse alle narrazioni che se n’erano udite. L’immaginazione e la realtà stanno in relazione tra loro come la poesia e la prosa; quella abbellisce, magnifica le cose, questa le descrive quali stanno.”

Nel Viaggio in Italia, la permanenza in Sicilia rappresenta per Goethe il culmine dell’intera esperienza. La sua famosa frase sulla Sicilia, «L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto», riassume l’impatto che l’isola ebbe su di lui.
Un’isola attraversata come un microcosmo originario, dove l’equilibrio tra natura e architettura, l’interno aspro e solenne, e i resti dei templi antichi concorrono a rafforzare l’idea di una terra primigenia, capace di rendere leggibile l’essenza stessa del mondo classico.
Ma è soprattutto il momento della partenza da Messina a caricarsi di intensa valenza narrativa e simbolica, ed è particolarmente Scilla ad attirare e trattenere lo sguardo di Goethe nel momento della partenza dal porto: quando dalla nave che lenta si allontana dalla costa di Messina, egli osserva lo scoglio che si stacca dalla spiaggia e avanza nel mare, presenza concreta e insieme carica di memoria mitica.
Scilla non è più la creatura mostruosa delle narrazioni poetiche, ma un luogo reale, definito, visibile a distanza, la cui forma aspra e isolata suggerisce tuttavia l’origine di quelle antiche leggende.
Goethe si sofferma proprio su questo contrasto, cogliendo come l’immaginazione dei poeti abbia ingigantito e avvicinato ciò che la realtà, l’esperienza diretta, restituisce in modo più misurato.
Egli riconosce in questo scarto tra immaginazione e visione il rapporto stesso tra poesia e prosa, tra l’abbellimento del mito e la descrizione fedele del mondo, che proprio in quel tratto di mare, al momento dell’addio alla Sicilia, si ricompongono in un’unica, intensa esperienza di conoscenza.
Egli individua in Scilla il punto d’incontro tra mito e realtà, dove la forza suggestiva del paesaggio marino, pur privata dell’eccesso favoloso, continua a esercitare un fascino profondo, capace di spiegare perché, per secoli, quel tratto di costa abbia alimentato la fantasia umana e trasformato uno scoglio battuto dalle onde in una figura eterna della tradizione poetica.

Giuseppe Ribuffo