Jean-Claude Richard de Saint-Non, meglio noto come Abate di Saint-Non (Parigi, 1727 – 25 novembre 1791), è stato un incisore, disegnatore, umanista, nonché archeologo e viaggiatore francese.
Destinato dalla famiglia alla vita religiosa, nel 1749 poté anche entrare nel Parlamento di Parigi.
Per la sua opposizione alla bolla Unigenitus fu esiliato a Poitiers.
All’inizio del 1777, dopo la nomina all’Accademia Reale di Pittura di Francia, gli fu affidato dagli editori Richarde e Labore l’incarico di realizzare un’opera sull’Italia. A tal fine, nello stesso anno, insieme a un folto gruppo di intellettuali e artisti — tra cui i disegnatori Jean Duplessis-Bertaux, Louis-Jean Desprez e Claude-Louis Châtelet — e guidato da Dominique Vivant Denon (futuro primo direttore del Museo del Louvre), intraprese un viaggio attraverso il Meridione d’Italia (tra i primi a spingersi così a sud), raccogliendo un vasto patrimonio di appunti e disegni.
Questo materiale confluirà in quella che resta una delle più importanti opere di viaggio dell’epoca, Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile (Viaggio pittoresco o descrizione dei Regni di Napoli e di Sicilia), un’opera enciclopedica illustrata con oltre 500 disegni e acqueforti, in cui l’autore riporta resoconti e impressioni, descrizioni di monumenti e scoperte archeologiche, oltre a osservazioni paesaggistiche e naturalistiche raccolte tra il 1777 e il 1785.
La spedizione partì da Napoli nel novembre 1777, dove il gruppo si soffermò a ritrarre gli scavi, da poco riscoperti, di Pompei ed Ercolano; dopo aver attraversato la Puglia, nel 1778 affrontò la Calabria discendendo lungo la costa ionica, per poi imbarcarsi verso la Sicilia.
Ma il viaggio di Saint-Non non fu un percorso di sola andata: dopo aver a lungo esplorato la Sicilia e Malta, l’équipe tornò in Calabria, questa volta via mare.
Erano trascorsi sei mesi e il nuovo approdo, lungo il percorso tirrenico di ritorno verso Napoli, fu la tanto attesa Scilla, raggiunta in barca da Messina nel novembre 1778.
Della città l’autore ci lascia una descrizione dettagliata, intrecciando mito classico, geografia del sito e morfologia dello scoglio e dell’impianto urbano, senza trascurare i pericoli della navigazione, generati dalla complicità tra le forti correnti e le taglienti rocce affioranti.
La descrizione è inoltre corredata da alcune suggestive vedute della città e del suo scoglio, dalle quali traspare con forza il pathos che da millenni caratterizza questo luogo.

“Ciò che rimpiangevamo di più, era di non aver potuto disegnare che da lontano la roccia di Scilla; tuttavia, come eravamo curiosi di riportare almeno un’idea di questo scoglio celebre, uno dei nostri disegnatori ne prese prima di tutto una veduta dell’altro lato dello Stretto, e tal quale si vede dal faro stesso di Messina.
L’altra veduta è molto più dettagliata, essendo disegnata il più vicino che ci fu possibile approssimarci; perché indipendentemente dal timore che noi avevamo d’essere trascinati dalle correnti, avevamo ancora quello dei colpi di fucile dei guarda coste, ciò che ci obbligò di tenerci sempre a qualche distanza.
Questo celebre e terribile scoglio di Scilla non è altra cosa che una roccia quasi isolata e tagliata a picco, che si vede avanzar nel mare, nel mezzo d’un ansa formata sotto altre montagne di cui tutta questa costa della Calabria è attorniata.
Si scorge da lontano un castello collocato sulla cresta della montagna, con un villaggio assai considerevole, che discende poi lungo la roccia per una china ripida, fino al bordo del mare.
Ci parve che vi fosse in basso una specie di piccola rada su una spiaggia stretta e atta a ricevere solamente qualche battello di pescatori.
Si vede avanti lo scoglio di Scilla, altre rocce acute e lacerate, dove l’onda e le correnti vengono ad infrangersi con un rumore spaventevole, diedero luogo a queste finzioni di teste di cani che intimidivano altra volta i navigatori per i loro urli, e allungavano le loro teste terribili per divorare i passanti.
Un vascello che fosse trattenuto dalle correnti, quando vi si è avvicinato fino ad un certo punto, qualunque forte vela e qualunque vento abbia, non può effettivamente evitare lo scoglio ove la forza superiore della corrente lo trascina, e se viene allora a sbattere sulle rocce, la sua perdita è così pronta che certa. Non bisogna tuttavia credere che Scilla sia egualmente fatale in tutti gl’istanti, perché un vascello maone, che, in un temporale, venne a cercare asilo nel mezzo di questi scogli, ve lo trovò, evitando facilmente la corrente, e passando con destrezza dietro le rocce.
L’entrata di questa parte dell’ancoraggio a Scilla, presa arrivandovi dal lato del mare ampio, è, in generale, assai praticabile. Il rischio si trova piuttosto all’uscita, e qualche volta anche questa uscita diviene impossibile nei più cattivi tempi: i bastimenti trovandosi in un riparo assoluto per le alte montagne che l’attorniano, non saprebbero guadagnare il vento di cui abbisognano per essere spinti al largo.
Lo sventurato maone trovò quella sorte, e, come dice il proverbio, non uscì da Scilla che per cadere in Cariddi, perché un pirata, che aveva saputo del suo arrivo, l’attese all’uscita dello scoglio, e fu a prenderla a sei miglia da Messina sotto il Capo Scaletto. Mentre eravamo occupati a prendere differenti vedute di Scilla, il vento venne a soffiare, il cielo si copriva sempre più, l’onda era già forte.
Il grecale, che dominava, ci portava sulla funesta costa del Golfo, […] opinammo tutti dunque di ritornare rapidamente al faro di Messina, dove arrivammo un istante dopo, perché lo Stretto, in questi paraggi, non ha che tre miglia di larghezza.”

Giuseppe Ribuffo