Terminata la guerra servile, Scilla godette di un periodo di pace e tranquillità fino all’inizio dei conflitti tra Pompeo e Ottaviano nel contesto della guerra civile romana (42 a.C. – 36 a.C.).
Prima che queste accese lotte avessero inizio, il litorale fu messo in stato di difesa da Ottaviano, sia per contrastare Vetulino, che alla guida dei proscritti dal regime dei triumviri e di fuggiaschi creava notevoli problemi alle centurie romane; sia per tenere lontano Sesto Pompeo, che aveva occupato la Sicilia minacciando di bloccare i rifornimenti di grano per Roma, mettendo in discussione il potere dei triumviri.
Scilla, come Reggio, fu nuovamente fortificata e, sebbene Pompeo desiderasse impadronirsene e inviasse aiuti a Vetulino per incoraggiarlo a combattere contro le corti dei triumviri, non riuscì e a realizzare il suo piano. Quando i triunviri inviarono (42 a.C.) una grande flotta sotto il comando di Salvidieno contro Pompeo, questi, venutone a conoscenza, uscì con le sue navi dal porto di Messina e, incontrato il nemico presso la rocca di Scilla, lo attaccò con grande forza.
In breve lo sconfisse, catturando e affondando molte navi. Se Scilla non fosse stata munita di un forte presidio, Pompeo avrebbe potuto approfittare di quella favorevole occasione per occuparla, poiché quel punto fortificato gli sarebbe stato molto utile per chiudere lo Stretto; invece, pur dopo la vittoria, tornò subito a Messina. Il rafforzamento di Scilla in quel periodo è confermato anche da un altro episodio avvenuto quattro anni dopo, nella stessa rada.
Sconfitti Cassio e Bruto (38 a.C.), e tornato Ottaviano da Taranto a Reggio, egli non ritenne opportuno provocare una battaglia contro Pompeo, che si trovava con sole quaranta navi nel porto di Messina; preferì attendere Galvisio Sabino, che dall’Etruria doveva giungere con un’altra flotta.
Ma, saputo che Calvisio era stato sconfitto nelle acque di Cuma da un’altra forza navale di Pompeo, comandata da Menecrate e Democre, decise di andare in suo aiuto.
Stava già per attraversare lo Stretto quando Pompeo, accortosene, uscì dal porto di Messina con le sue navi per affrontarlo.
Ottaviano, volendo evitare lo scontro, che forse gli sarebbe stato fatale, si diresse rapidamente verso Scilla e lì rimase in posizione difensiva fino a quando Calvisio, riparate alla meglio le sue navi, non comparve in quelle acque.
Pompeo, pur attaccando in tutti i modi le navi di Ottaviano, non riuscì a catturarle, cosa che avrebbe potuto fare facilmente se Scilla non fosse stata così ben fortificata.
Allontanatosi Pompeo, Ottaviano prese il largo, raggiunse Calvisio e, sbarcato a Vibona, prosegui poi per Roma, rimandando all’anno successivo le operazioni contro Pompeo.
Non tralasciò però di rafforzare ulteriormente il presidio di Scilla, avendone sperimentato personalmente la grande importanza contro ogni possibile attacco di Pompeo.
Dopo tante grandi lotte sostenute con pari valore, sconfitto Pompeo e poi Antonio, Ottaviano rimase unico comandante della repubblica romana.
È quindi opportuno osservare che in questo periodo a Scilla doveva esistere un porto per l’approdo e la protezione delle navi, come dimostra l’episodio della ritirata di Ottaviano proprio a Scilla, scelta come luogo sicuro per evitare lo scontro con Pompeo che lo inseguiva.
Se per Pompeo fu impossibile catturare le navi di Ottaviano, è certo che queste trovarono rifugio in un porto, da cui, con l’aiuto del molo, dei soldati e anche della scogliera del presidio presente, poterono respingere l’armata nemica.
Conferma di tale ipotesi è fornita da geografo Strabone che nella sua Geografia (23 d.C.) racconta che Anassila di Reggio, tiranno vissuto all’inizio del V a.C., fece fortificare il promontorio di Scilla e lo trasformò in una base navale (naustathmos), per difendersi dai pirati tirreni che infestavano quel luogo e cercavano di attraversare lo Stretto.
Speculare notizia è data dallo storico Polibio che nella sua opera Le Storie (II a.C.), descrivendo la pesca del pesce spada praticata sotto la rocca di Scilla, menziona l’esistenza di una “stazione navale”, ovvero un porto situato nella rada di Scilla.
A ulteriore conferma di ciò, ricordiamo che nella rada di Scilla, sul lato rivolto a scirocco, lungo la scogliera tra Monacena a capo Pacì, sono ancora visibili sul fondo del mare antiche murature coperte da innumerevoli scogli.
Il dottor Rocco Bova, scillese, sostenne che quelle strutture fossero proprio i resti dell’antico porto, distrutto da grossi e numerosi massi, oggi sparsi in tutta la rada, precipitati dal monte sovrastante, roccioso e soggetto a frane, come si può ancora vedere.
Anche tralasciando l’opinione, comunque fondata, del Bova sulla causa della distruzione, possiamo aggiungere che un porto in quel punto non avrebbe potuto resistere a lungo, essendo esposto d’inverno a violente tempeste, soprattutto ai venti di ponente-maestro e ponente-libeccio, che provocavano frequenti naufragi. L’episodio oltre a confermarci che la rupe di Scilla doveva essere ben fortificata e presidiata, ci attesta che doveva essere servita da un porto artificiale dove avevano potuto approdare e trovare rifugio le navi d’Ottaviano.
Giuseppe Ribuffo

