Si è ormai estinta l’antica e raffinata tradizione dei costruttori di arpioni per la caccia al pesce spada, i cosiddetti ferrara: abilissimi artigiani e gelosi custodi di saperi tramandati di padre in figlio, capaci di forgiare, con competenza e passione, pochi e perfetti attrezzi per stagione.
Tra gli ultimi rappresentanti di quest’arte vi fu Mastro Orazio Chirico, detto “‘u Grecu”, figura centrale di questa storia, che nella sua piccola officina, addossata al castello di Scilla, lavorava instancabilmente il ferro, servendo per oltre mezzo secolo i pescatori di Scilla, della costa calabrese e di quella siciliana dello Stretto.
Egli era un abile forgiatore al quale ci si rivolgeva per il ferru, la punta mobile dell’arpione destinato alla millenaria caccia al pesce spada.
Lunga circa ventisei centimetri, questa freccia d’acciaio veniva interamente forgiata a mano e temperata secondo un procedimento che egli custodiva gelosamente.
Da oltre mezzo secolo costruiva ferri e draffinere per i pescatori dello Stretto, disdegnando l’uso di macchinari elettrici: il ferro doveva rispondere soltanto alla forza del braccio e alla sensibilità dell’occhio. Ogni esemplare richiedeva due o tre giorni di lavoro intenso; in una stagione ne produceva appena una decina, mentre si occupava della manutenzione di centinaia di punte concesse in uso.
Gli attrezzi, infatti, non venivano venduti: restavano di sua proprietà.
Li affidava ai pescatori, partecipando così all’economia della pesca e ricevendo in cambio compensi in denaro e una parte del pescato.
A fine campagna, in Sicilia, gli attrezzi venivano tutti riconsegnati per la revisione; a Scilla, finché visse, si restituivano soltanto quelli danneggiati.
Amava incidere su ogni ferro le iniziali “O.C.”, marchio di orgoglio e garanzia di qualità; un tempo si tracciava anche una croce nella parte superiore, a indicare il punto esatto in cui fissare il nodo — la testa i moru o buttuni — che collegava il cavo alla punta.
Ancora oggi si possono rintracciare, presso le marinerie dello Stretto, arpioni firmati da lui.
Durante la stagione morta, ferri e draffinere venivano lavati, unti con olio d’oliva, cosparsi di segatura fine e custoditi con cura, poiché da essi dipendeva la sopravvivenza dei pescatori e dello stesso fabbro.
Il cuore del suo mestiere era la tempera, vera chiave di volta per conferire durezza e funzionalità agli arpioni. La freccia, portata alla forma definitiva, veniva arroventata fino al color ciliegia, immersa nell’acqua fredda, quindi unta con olio d’oliva e rimessa al fuoco finché l’olio anneriva il metallo; infine riposava nella cenere per raffreddarsi lentamente.
Ma questa era soltanto la parte visibile: il vero segreto risiedeva nella misura del calore, nell’istante esatto dell’immersione, nel tempo sapiente dell’attesa.
A chi gli chiedeva spiegazioni più precise, Mastru ‘Raziu rispondeva con un sorriso evasivo o con un silenzio ostinato.
Non volle mai rivelare a nessuno il segreto della sua tempratura, appreso dal padre Rocco e perfezionato in una vita di esperienza: lo custodì fino all’ultimo e lo portò con sé nella tomba, lasciando dietro di sé ferri perfetti ma un sapere ormai irripetibile.
Talvolta raccontava, con aria di mistero, di un prozio che avrebbe scoperto una tempera portentosa grazie a una polvere ricavata dal corno di bue; anche quel segreto, diceva, non fu mai svelato e finì sepolto con il suo scopritore.
Con la sua morte si è chiusa una stagione antica, in cui ogni ferro, calibrato come uno strumento chirurgico e dalla presa infallibile, racchiudeva non solo abilità tecnica, ma un segreto che nessuno potrà più riprodurre.
Giuseppe Ribuffo

