Questo tratto di muro, ancora oggi in parte visibile, è stato individuato ed identificato dallo storici scillesi Antonio Minasi (1736 – 1806), e Giovanni Minasi (1835 – 1911) attraverso un’attenta analisi delle testimonianze antiche, come resti parte di quell’opera difensiva che il sovrano di Reggio, Anassila, fece edificare nel V secolo a.C. per sbarrare il passaggio ai pirati tirreni che abitavano il promontorio di Scilla, e dunque consolidare il proprio dominio sullo Stretto di Messina.
In particolare, Antonio Minasi in una delle pregevoli incisioni che curò, intitolata “Aspetto meridionale della città di Scilla” ad opera di Guglielmo Fortuyn, e pubblicata nel 1775, alla voce numero 12 così scriveva:
“Muro antico sul ponte della via nuova, che va a livello colle muraglie le quali vedeansi congiunte di qua e di là allo scoglio Sembra esser un pezzo di quel muro, onde parlò Strabone: Scyllaeum Sublime saxum et mari pene ambitum, Isthmo humili et utriugue appulsui navium apto, continenti junctum, quem isthmum Anaxilaus Rheginorum Tyrannus adversum Tyrrhenos murum munivit naviumque stationem redegit, praedonesque Preti trajectu prohibuit T. I L. 6 p. 349. 0 di quell’altro muro tirato sulla lunga Fossa, che per traverso della Penisola fece dall’esercito scavare M. Crasso per non far più sfuggire Spartaco, che dalla Sicilia si era in su quel Forte accampato. V. Plutarco in M. Crasso T. I p. 549”
A sostegno di tale ipotesi si richiama il passo del geografo Strabone contenuto nel Libro VI della sua Geografia (23 d.C.), relativo ad una delle descrizioni che lo storico fa di Scilla, in cui ne data l’origine al V secolo d.C., dove si legge:
“Quivi tien dietro il promontorio Scilleo, masso altissimo che fa penisola in mare, ed ha un piccolo istmo a cui può approdarsi da tutte due le parti. Anassilao tiranno de’ Regini fortificò contro i Tirreni, facendone una stazione di navi; e così impedì che i corsari attraversassero navigando lo stretto.”
Il riferimento al “piccolo istmo” e alla fortificazione eretta per impedire il passaggio dei corsari attraverso lo Stretto combacia perfettamente con la conformazione morfologica e geografica del sito corrispondente al fianco occidentale del promontorio di Scilla, e con la funzione strategica che quel tratto di muro avrebbe potuto svolgere: un’opera militare concepita per controllare e difendere uno dei punti più delicati del Mediterraneo antico.
Non meno suggestiva è l’altra possibile attribuzione avanzata dagli studiosi, che collega il muro all’impresa del console Romano Marco Licinio Crasso durante la guerra servile contro Spartaco (73 a.C.).
Plutarco in Vita di Crasso (I a.C.), racconta che, dopo aver inseguito Spartaco fino alla penisola dei Reggini, davanti la Sicilia, Crasso fece costruire una muraglia trasversale all’istmo per bloccarne la fuga.
In particolare Giovanni Minasi nella sua opera Notizie storiche della città di Scilla (1889) cosi scrive:
“Al tempo della ribellione degli schiavi, guidati da Spartaco (73 a.C.), durante la sua fuga verso l’Italia meridionale, risolve di accostarsi al mare per ridestare la guerra servile in Sicilia già spenta (135 a. C.); e per dare anche mano ai pirati Cilici, che allora infestava il Mediterraneo. Ma nell’avviarsi per Reggio, in un luogo a forma di penisola davanti la Sicilia, Spartaco fu rinchiuso con maestria da Crasso che lo inseguiva.
In questa penisola Spartaco cercava fortificarsi per dar tempo ai pirati di recargli aiuto e trafugarsi in Sicilia. Però svaniti questi suoi disegni, e perduta ogni speranza di valicare lo Stretto con zattere, costruite sul luogo, a cagione del mare tempestoso per la stagione invernale, e prevedendo già vicino il naviglio di Pompeo, chiamato in aiuto, col favore di una notte burrascosa ed oscura, trovò il modo di uscire di quella cerchia con
i suoi, e rifece la via della Lucania. Ma Crasso correndogli sopra, lo raggiunse presso il Silaro, lo sconfisse e l’uccise unitamente a più di dodicimila schiavi (71 a. C.).
Plutarco narra che Crasso, dopo aver rinchiuso Spartaco in quella penisola, erasi ivi accampato per costringerlo ad arrendersi, ed osservando la posizione del luogo, credeva di poterlo chiudere da ogni lato, scavando un fosso, avente quindici piedi di profondità ed altrettanti di larghezza, e costruendo una muraglia così alta da togliere a Spartaco ogni speranza di uscita dalla parte di terra; mentre dalla parte di mare sarebbe impedito dall’armata di Pompeo. […] Noi pertanto portiamo opinione (ed è pure quella del Barrio) che la penisola in cui si era accampato e trincerato Spartaco, fosse piuttosto tutto quanto il territorio in cui è edificata Scilla, che assieme alla rupe del castello forma un altipiano, che si solleva da 60 a 100 metri sul livello del mare dal lato che guarda occidente, ed è ancora isolato da tramontana e scirocco da due profondi burroni, oggi denominati Oliveto e Livorno, ove scorrono due torrenti. Questo altipiano che si avanza nel mare come una penisola, è capace di contenere un esercito di circa ventimila soldati, scosceso ed inaccessibile da tutti i lati, solo da oriente è unito alle sovrapposte colline. Questo lato poteva chiudersi da una muraglia, […] o meglio da un fosso della lunghezza di circa 1200 metri, massima distanza che corre fra i due laterali burroni dalla parte orientale della città. Qui poteva Spartaco accampare i suoi, e questa è appunto, a nostro credere, la penisola reggina indicata da Plutarco, mentre dal golfo di Gioia a Leucopetra non si trova altro luogo vicino al mare, che abbia forma di penisola e dirimpetto alla Sicilia, se non l’altipiano di Scilla.
In questo luogo poteva attuarsi con maggior facilità, il progetto di Crasso; e Spartaco poteva agevolmente fortificarsi. […] Inoltre, come racconta Lucio Floro: «egli ed i suoi disponendosi a fuggire in Sicilia, né bastando le navi, e trovando del tutto inutili per tragittare il pericoloso stretto e le zattere unite con graticci, e le botti legate con virgulti, finalmente, fatta una sortita contro il nemico, morirono da valorosi.»
Da qui si rileva che tale penisola non doveva essere molto distante dalla Sicilia, tanto da far venire a Spartaco l’idea di attraversare con suoi il mare sopra zattere; ciò che non poté eseguire […] perché il mare tempestoso lo impedì; che finalmente le zattere han dovuto essere costruite sul luogo, e Scilla in quei tempi poteva offrire il materiale necessario, giacché i suoi monti dalle vette insino al mare erano allora tutti boscosi.[…] Dalle ragioni sopra esposte ne segue che la nostra opinione pare che sia la più verosimile, come quella che più si avvicina alla realtà del fatto“.
A sostegno di tale ipotesi si richiama il passo dello storico Plutarco contenuto nella sua opera Vita di M. Crasso (I a.C.), dove si legge:
“Spartaco ritirando s’andò, per la Lucania infino al mare; e trovati avendo nel porto legni di corsali di Cilicia, gli venne voglia di passare in Sicilia, e trasportando in quell’ isola duemila uomini, accender quivi di bel nuovo la guerra servile, che sopita erasi da non molto tempo, e che non abbisognava se non di pochissimo fomite per tornarsi a destare.
Ma quei di Cilicia, dopo di aver pattuito con lui, e aver pur anche ricevuti de’ donativi, restar il fecero, deluso, e partirono senza ch’egli se ne avvedesse.
Quindi si ritrasse ei dal mare, e andò ad accamparsi nella penisola de’ Reggini.
Sopravvenuto là Crasso, veggendo che la natura stessa del luogo gli mostrava e gli suggeriva ciò che gli era d’uopo di fare, prese a fare una muraglia a traverso dell’istmo […] Grande era il lavoro e difficile; pur fuori della comune opinione il trasse a fine in breve spazio di tempo, escavando una fossa per quel rilievo.”
In questo passo emerge con chiarezza la descrizione di un’imponente opera difensiva, realizzata per chiudere l’accesso alla penisola e impedire ai ribelli ogni via di scampo.
Anche in questo caso, la corrispondenza tra il racconto antico, la posizione geografica e le caratteristiche morfologiche del territorio di Scilla rafforza l’ipotesi che il tratto murario possa essere legato a quell’episodio cruciale della storia romana.
Qualunque sia la sua origine, se greca, legata all’iniziativa strategica di Anassila contro i pirati tirreni, o romana, frutto dell’ingegno militare di Crasso contro Spartaco, questo muro rappresenta una testimonianza tangibile della centralità strategica di Scilla e dello Stretto di Messina nei traffici e nei conflitti dell’antichità.
Esso si erge non solo come struttura materiale, ma come segno della continuità storica di un luogo che, per la sua posizione geografica, fu teatro di scontri, ambizioni di dominio e grandi imprese militari.
Giuseppe Ribuffo

