Decimo Giunio Giovenale (Aquino, tra il 50 e il 60 d.C. – Roma, dopo il 127 d.C.) è stato un poeta e retore romano. Scrisse fino all’avvento dell’imperatore Adriano e non si conosce con certezza la data della sua morte, sicuramente posteriore al 127, ultimo termine cronologico ricavabile dai suoi componimenti.
Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte, desumibili dai rari cenni autobiografici presenti nelle sue sedici Satire.
Le Satire costituiscono l’unica produzione letteraria del poeta giunta fino a noi: si tratta complessivamente di sedici componimenti, pubblicati in cinque libri.
Esse rappresentano l’ultima grande espressione di un genere che Quintiliano definiva come romano per eccellenza, definizione che ben si adatta a Giovenale, noto per la sua avversione verso i Graeculi e la loro letteratura e filosofia.
Giovenale afferma fin dall’inizio che ciò che lo spinge a scrivere è l’indignazione verso il degrado della società in cui vive. I bersagli della sua satira sono molteplici e appartengono a ogni ceto: l’intera società romana del suo tempo è bollata con parole di fuoco. La Satira XV è un componimento moralistico in cui attacca il fanatismo religioso e la barbarie dell’Egitto, descrivendo un atroce episodio di cannibalismo nato da faide locali tra Ombi e Tentyra nel delta del Nilo. Attraverso uno stile cupo e indignato, il poeta usa la bestialità egizia per denunciare la degenerazione umana. È in questo contesto che ricorre a un’iperbole legata a Scilla e a ciò che la sua figura rappresenta nell’immaginario del mondo classico, per stabilire un termine di confronto: ciò che nel mito appare mostruoso e incredibile è, in realtà, meno sconvolgente di ciò che accade davvero tra gli uomini.
“Dai lanuti animali andar digiuni
Colà deve ogni mensa; e gran reato
Saría lattante jugular d’alcuna
Capra tenero parto or or spoppato.
D’umane carni ivi però pur una
Legge non v’è, che il pasto abbia vietato.
Misfatto, che Alcinoo stupido rese
Quando Ulisse in cenar gliel seo palese.
Ei riso a molti, e forse ad altri rabbia
Destò creduto un fanfaron mendace:
Niun getta in mar costui di false labbia
Degno d’una Cariddi più verace?
Costui, ch’osa sperar che a creder s’abbia I
l fier Ciclope, e il Lestrigon vorace?
E Scilla, e i Cianei scogli più tosto
Crederei girsi incontro, e cangiar posto.
Fede, dicean, presterei meglio ai fieri
Dentro ‘l’otri d’Eolia inchiusi venti,
O all’imporcito Elpenore, e a nocchieri
Stretti a grunir, privi d’umani accenti.”
La XV satira di Giovenale denuncia in modo estremamente duro la perdita di umanità dell’uomo, prendendo spunto da un episodio di cannibalismo avvenuto in Egitto per dimostrare che l’essere umano, quando abbandona la ragione e la pietas, può diventare più crudele delle stesse bestie.
Nel passo proposto questa idea emerge attraverso un forte rovesciamento di valori: in quel luogo è considerato un delitto uccidere animali ritenuti sacri, come le capre, ma non esiste alcuna legge che vieti di nutrirsi di carne umana.
Giovenale mette così in luce un mondo moralmente capovolto, dove ciò che dovrebbe essere più sacro, l’uomo, è invece ciò che viene violato.
Per rafforzare la sua denuncia, il poeta introduce il riferimento all’Odissea: quando Ulisse racconta le sue avventure alla corte di Alcino sovrano dei Feaci, e viene considerato un bugiardo, perché le sue storie di mostri e prodigi appaiono incredibili.
Giovenale riprende questa incredulità e la amplifica, citando una serie di figure mitiche sempre più estreme, fino ad arrivare a Scilla e Cariddi.
Qui la figura di Scilla assume un rilievo particolare non solo come creatura mostruosa, ma anche come punto geografico reale e ben noto nel mondo antico.
Scilla infatti non è soltanto un mostro della fantasia: è legata a un luogo preciso, lo stretto tra Italia e Sicilia, dove i naviganti antichi collocavano il pericolo di Scilla da un lato e di Cariddi dall’altro.
Dunque Scilla si colloca a metà tra mito e realtà: è una creatura fantastica, ma radicata in un’esperienza concreta di navigazione e in un luogo realmente esistente.
Quando Giovenale afferma che crederebbe più facilmente a Scilla e ai suoi scogli, non richiama soltanto un mostro qualsiasi, ma qualcosa che per i suoi lettori aveva anche una consistenza geografica e quasi tangibile. Proprio per questo il riferimento è ancora più efficace: Scilla rappresenta uno dei simboli più forti del mostruoso nella cultura antica: una creatura ibrida, feroce, inevitabile, che incarna un pericolo quasi inconcepibile, il limite estremo del pericolo, ma un limite che si colloca ai confini del reale, non in un mondo completamente inventato.
Il risultato è un rovesciamento potentissimo: ciò che appare mostruoso e incredibile, e al confine tra realtà e mito, come Scilla nello stretto, appare comunque meno sconvolgente della realtà storica che Giovenale denuncia. Gli uomini, infatti, con il loro comportamento, superano persino quel limite.
Non sono più i mostri dei mari a divorare gli uomini, ma gli uomini stessi.
In questo modo la nomina di Scilla, diventa dunque centrale nel passo.
Serve a stabilire un confronto tra mito e realtà e, soprattutto, a rovesciarlo: il mito, con tutte le sue creature terrificanti, risulta meno inquietante della realtà storica contemporanea.
In questo modo, Scilla diventa il termine di paragone che permette a Giovenale di mettere in evidenza l’idea di fondo della satira, cioè che la vera mostruosità non appartiene al mito né ai luoghi estremi del mondo, ma si manifesta nella realtà quotidiana dell’uomo, capace di azioni che rendono persino le creature leggendarie meno terribili.
Giuseppe Ribuffo

