La storia del commercio della neve tra Scilla e Messina rappresenta uno degli episodi più singolari e affascinanti dei rapporti economici fra le due città tra età medievale ed età moderna, un fenomeno che unisce ambiente naturale, organizzazione mercantile e cultura alimentare e che, nel corso dei secoli, contribuì indirettamente alla nascita della granita siciliana.
Infatti, alcune fonti documentarie permettono di ricostruire con precisione il funzionamento di questo traffico singolare, come dimostra il partitum venditionis nivis, redatto il 18 maggio 1595 dal notaio M. A. Oliva alla presenza del magnifico Adamo Coppola, erario della principessa di Scilla Maria Ruffo di Calabria.
In tale atto si stabiliva la vendita della neve dei monti aspromontani, appartenenti al feudo di Scilla, ai mercanti messinesi Mariano De Potenza, Giuseppe Morabito e Simone Constabile, prevedendo che la fornitura avesse luogo ogni anno da maggio fino alla fine di ottobre, cioè durante l’intera stagione calda, quando la richiesta di refrigerio e di acqua fresca era maggiore.
Il documento restituisce così il quadro di una piccola ma ben organizzata attività commerciale, inserita nel più ampio sistema economico dello Stretto di Messina, in un’epoca in cui la città siciliana rappresentava ancora uno dei principali porti del Mediterraneo: un centro ricco di traffici, abitato da un patriziato influente, da ricchi mercanti, banchieri facoltosi e da numerosi artigiani, capace di attrarre continuamente merci dalle coste calabresi.
In questo contesto, la neve non costituiva certo una delle principali voci del commercio; tuttavia, la sua presenza testimonia l’esistenza di un fitto intreccio di scambi quotidiani tra le due città dello Stretto, tanto intenso da suggerire quasi una forma di conurbazione economica tra Scilla e Messina: non a caso una delle piazze principali della città siciliana, situata nei pressi della Porta Reale e affacciata verso il percorso costiero che guardava proprio in direzione del “Petto della Nunziata”, Torre Faro e quindi di Scilla, era stata già da tempo intitolata alla neve e conosciuta come piazza del “Gilatore”, luogo che probabilmente fungeva da mercato generale o centro di smistamento del prezioso prodotto.
Che nevicasse più o meno sui Peloritani, la neve di quelle montagne non bastava a soddisfare la domanda cittadina; cosicché la neve continuava ad entrare a Messina attraverso Porta Reale provenendo dalle montagne del feudo di Scilla.
Tale circostanza contribuì alla nascita e allo sviluppo di un vero e proprio commercio organizzato della neve, tanto da indurre l’Universitas messinese a redigere appositi capitoli regolamentari per disciplinarne la vendita e l’approvvigionamento, secondo un preciso rituale giuridico di tradizione mercantile italiana. Ciò che colpisce, in effetti, non è tanto il consumo della neve in sé, pratica antichissima nei paesi mediterranei, quanto piuttosto la sua piena “canonizzazione” commerciale secondo le modalità della fiera e del mercato.
A rafforzare la richiesta contribuì anche una prolungata siccità che colpì Messina e la Sicilia orientale nella seconda metà del XVI secolo: tra la primavera e l’autunno la pioggia era quasi assente e l’acqua scarseggiava, creando così condizioni favorevoli allo sviluppo di questo traffico.
In tale contesto, la vendita della neve nelle tre principali piazze di Messina – praticata per tutto il giorno e spesso fino a tarda sera, per circa sei mesi l’anno – non solo dimostra la vitalità di tale commercio, ma conferma anche l’opulenza della città nel Cinquecento e offre preziosi indizi sulla sociologia dei consumi: poiché il prodotto, facilmente deperibile e non certo economico, era probabilmente destinato soprattutto alla nobiltà e alla borghesia urbana.
Ad alimentare questo commercio provvedeva il castellano ed erario di Scilla, con un giro d’affari di circa duemila ducati per “tutta la neve che tiene alle montagne”, segno di un sistema economico ben organizzato, capace di sfruttare in modo sistematico le risorse naturali del territorio.
Fin dal Medioevo, infatti, sulle montagne appartenenti al feudo di Scilla era presente la figura professionale dei nivaroli, uomini che durante l’inverno raccoglievano la neve caduta sulle alture aspromontane e la
conservavano per tutto l’anno nelle cosiddette neviere: grandi cavità naturali o artificiali, scavate sotto fitte pinete e protette da frasche e fogliame, per difenderla dal calore estivo.
La neve, raccolta nei mesi più freddi e pressata con bastoni fino a trasformarsi in ghiaccio compatto, veniva ammassata in queste fosse e coperta con paglia e felci; durante l’estate veniva poi estratta, confezionata in balle o caricata in sacchi di juta e trasportata a valle, con muli o carretti, fino alla spiaggia di Scilla.
Qui iniziava la seconda fase del viaggio: feluche cariche di sacchi trasudanti partivano da Scilla e attraversavano lo Stretto, dirette verso Torre Faro, la “Nunziata” o il porto di Messina; sulla terraferma, invece, carovane di vaticali si inerpicavano lungo i sentieri montani verso l’Aspromonte per rifornirsi alle fosse della neve; un guardiano sorvegliava le neviere da maggio a ottobre, dormendo in rifugi improvvisati di frasche.
In città, il prodotto veniva poi venduto nelle botteghe degli appaltatori o lungo strade specifiche dedicate al commercio della neve, dove i cittadini potevano acquistare il prezioso refrigerante.
La neve era utilizzata non solo per il consumo alimentare, ma anche per la conservazione dei cibi e per usi medici, diventando così una risorsa indispensabile in un’epoca priva di refrigerazione artificiale.
Numerose fonti dimostrano inoltre come tale commercio fosse controllato dalle élite feudali.
Da testimonianze documentarie provenienti dalla Camera della Sommaria di Napoli apprendiamo, infatti, che «per la liquidazione del relevio presentato dalla principessa di Scilla Giovanna Ruffo di Calabria alla morte della madre, risulta che, dal 1626 al 1647, la nobildonna aveva venduto la neve del suo feudo di Scilla alla città di Messina». La città se ne approvvigionava tramite il locale Senato, tra le cui fila la principessa Ruffo aveva come fiduciario un suo parente, Francesco Cirino.
Dopo aver acquistato la neve dalla principessa, il Senato messinese era solito mettere all’incanto l’appalto per la vendita al minuto, con una base d’asta di 1000 once annue e secondo determinate condizioni stabilite nell’apposito capitolato: il prezzo della neve, fissato a cinque grana a rotolo nel contratto in vigore dal 1° gennaio 1639, veniva imposto al fittavolo, che non poteva variarlo per alcun motivo.
Per premunirsi da eventuali frodi o diminuzioni del peso pattuito si stabiliva inoltre che i catapani, ufficiali preposti al controllo dei pesi e delle misure, potessero effettuare verifiche entro un raggio di 25 passi dalla bottega, ma non oltre, a tutela dello stesso appaltatore, poiché, come si leggeva espressamente nel capitolato, «si trattava di neve la quale di momento in momento va squagliando».
Questo continuo viaggio della neve, dai boschi d’Aspromonte fino alle piazze della grande città siciliana, rappresentò per secoli una componente stabile dell’economia dello Stretto e rimase attivo fino all’avvento della refrigerazione artificiale nel XX secolo.Fino agli anni Cinquanta, infatti, la neve aspromontana – e in particolare quella proveniente dal feudo di Scilla, considerato il principale serbatoio di Messina – costituì un’importante fonte di lavoro e alimentò la produzione di sorbetti e gelati, molto apprezzati tra Settecento e Ottocento.
Proprio da questa antica tradizione nacque una delle specialità più celebri della cultura gastronomica siciliana: la granita.Alle cui origini, c’è la diffusione di una bevanda ghiacciata aromatizzata con succhi di frutta o acqua di rose, preparata con neve raccolta sulle montagne. In estate, il ghiaccio veniva grattato e condito con miele o sciroppi di limone, gelsi, mandorle o fiori, dando vita a una preparazione semplice chiamata “rattata”, cioè “grattata”, diffusa fino al primo Novecento e simile alla moderna grattachecca romana.
Nel corso del XVI secolo, la tecnica subì però un’importante evoluzione, quando si scoprì che la neve mescolata con sale marino poteva essere utilizzata non più come ingrediente, ma come refrigerante.
Nacque così il pozzetto: un tino di legno con all’interno un secchiello metallico che, grazie alla rotazione di una manovella, permetteva di mantecare una miscela di acqua, zucchero e frutta, ottenendo una consistenza più fine e cremosa, mentre la miscela di neve e sale nell’intercapedine sottraeva calore al composto, impedendo la formazione di grossi cristalli di ghiaccio.Questa innovazione diede origine alla granita nella forma più simile a quella attuale, caratterizzata da una consistenza soffice.Con il passare dei secoli, la ricetta si perfezionò ulteriormente, e la granita finì per sostituire la più antica “rattata”, diventando uno dei simboli gastronomici della città di Messina e della Sicilia orientale.Solo nel XX secolo, con l’introduzione della gelatiera e della tecnologia del freddo, la neve naturale fu definitivamente sostituita dall’acqua e dal ghiaccio artificiale, ma la tradizione artigianale rimase viva, tanto che ancora oggi la granita messinese continua a rappresentare un rito quotidiano.Dietro questo semplice rito sopravvive dunque la memoria di un antico sistema economico e commerciale che univa mare e montagna, le città di Scilla e Messina, in un incessante viaggio della neve dalle foreste montane attraverso le feluche scillesi fino alle piazze della grande città siciliana, trasformando una risorsa naturale apparentemente effimera in commercio, cultura e identità.
Giuseppe Ribuffo

